Dino Campana: letterato originario della Romagna toscana, autore di una poesia oscura, con un vissuto difficile che lo ha visto più volte internato in manicomio. Et voilà, in poche parole abbiamo racchiuso un’anima. Ignorato nei primi tempi dall’editoria e dai circoli letterari contemporanei, è stato rivalutato in seguito grazie ai preziosi interventi di Eugenio Montale, Mario Luzi e Carlo Bo. Certamente ne è stata messa in luce l’abilità compositiva e l’altissima tecnica poetica, che si ritrova anche nella sua prosa: una poesia oscura realizzata tramite l’uso di una sintassi franta e sconvolta nel suo ordine naturale, la creazione di ambientazioni oniriche ai confini con la realtà, l’uso di figure retoriche che creano accostamenti inusuali e fuori dagli schemi (l’anastrofe, la sinestesia, la tmesi)… C’è poi il dibattito di quanto la malattia mentale abbia influenzato la poetica di Campana: un’oscurità voluta, sulla scia di Rimbaud, o una scrittura che rispecchia una mente delirante, in subbuglio, dissociata?

A Campana fu infatti diagnosticata una demenza precoce, denominazione pregressa per l’ebefrenia, forma di schizofrenia che si sviluppa in età giovanile e causa instabilità emotiva e dell’umore, deliri e dissociazione dalla realtà. Visse un’esistenza turbolenta sin dalle origini: il temperamento inquieto sfociava a volte in scoppi di ira violenta, ebbe spesso problemi con la polizia in concomitanza di periodi di vagabondaggio (dovuta probabilmente a momenti di maggior annebbiamento delle facoltà mentali), e fu più volte ricoverato in manicomio. Il suo percorso di vita fu costellato anche da una serie di sfortune: l’insuccesso negli studi, la scarsa considerazione da parte dell’ambiente letterario, lo smarrimento dell’unico manoscritto di poesie inviato ad Ardengo Soffici e Giovanni Papini, fondatori della rivista Lacerba; il tentativo di ricostruzione “a memoria” di questi testi portò alla stesura dei Canti Orfici.

La poetessa Sibilla Aleramo

Egli fu tuttavia anche l’uomo che amò la poetessa Sibilla Aleramo, con cui ebbe una turbolenta relazione di un anno prima di essere definitivamente internato presso al struttura di Castel Pulci, l’uomo che amava suonare il pianoforte e soprattutto cantare, e che viaggiava e si cimentava in lavori di ogni tipo per mantenersi; un vagare inquieto, nel tentativo di combattere il male interiore che lo divorava (scrive in un biglietto indirizzato a un amico: “Caro Gigino, mi trovo disperato e sperso per il mondo“). Ma fu soprattutto un uomo di grande sensibilità che amò la poesia, la musica, “il bello”.

UH Magazine: Dino Campana ░ Lettera a Giovanni Papini
Lettera di Dino Campana a Giovanni Papini

 

Sebbene ne riconosca l’unicità e la grandezza poetica, Montale ritiene che la poesia di Campana non sia oscura in maniera totalmente consapevole, ma per riflesso della sua mente tumultuosa e dissociata. Carlo Bo dà alla luce un saggio appassionato, in cui oltre alla problematica della poetica possiamo ritrovare il vero “Campana-uomo”: la sua poesia è un tentativo disperato di rinsaldare il contatto con la realtà, tramite una fuga da quella distorta che la sua mente proietta. Così il suo è un “inseguirsi per perdersi”, per disperdere l’irrealtà, e l’oscurità dei suoi versi non è che un espediente per riagganciarsi alla concretezza. La poesia di Campana è così indissolubilmente legata alla sua figura, alla sua interiorità: non parla mai del mondo esterno o degli avvenimenti storici; la poesia di Dino Campana è Dino Campana.

Ma di questa disperata battaglia personale è dichiarato il fallimento; così la ricerca di un legame col reale diviene un’utopia, una “chimera”, come il titolo di una delle sue più significative composizioni:

Non so se tra roccie il tuo pallido

Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la Melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.