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22 giugno 2018

Le opere d’arte insanguinate: l’Isis e il commercio di reperti archeologici

Le opere d’arte insanguinate: l’Isis e il commercio di reperti archeologici

Per molti anni si è parlato dei cosiddetti “diamanti insanguinati”, oggi al centro dell’attenzione mediatica si trovano invece alcune opere d’arte, provenienti principalmente dall’Iraq e dalla Siria, dietro al quale commercio si sta formando una lunghissima, quanto drammatica, scia di sangue.

Il traffico d’opere d’arte è infatti diventato una delle attività più redditizie dello Stato Islamico, dopo quella del commercio del petrolio.

È qualche anno che si sospetta che dietro alle iper-mediatizzate distruzioni inscenate dall’Isis, come ad esempio quelle a Palmira, volte anche a colpire la sensibilità occidentale, si nasconda un massiccio e complesso contrabbando di reperti archeologici.

La distruzione del Tempio di Baalshamin a Palmira

Ad essere distrutte sono infatti soprattutto le opere di grandi dimensioni, quelle che invece hanno una taglia trasportabile sono vendute e, tramite canali illegali, giungono infine in occidente. Ma prima di finire in qualche blasonata collezione privata o pubblica esse compiono una vera e propria epopea. La rotta più frequente è quella verso la Turchia, vero e proprio ponte tra Oriente ed Occidente. Giunte in Europa i beni vengono smerciati da diverse organizzazioni criminali territoriali, che partecipano a questa complessa rete di scambio. Alcune inchieste hanno per esempio dimostrato il coinvolgimento di alcune mafie italiane, tra cui soprattutto la ’ndrangheta.

Durante questi passaggi le opere vengono “pulite”, nel senso che vengono prodotti documenti falsi per creare una provenienza fittizia del bene. Per essere legalmente commercializzati, ed entrare quindi nel circuito delle grandi vendite d’asta, i reperti devono infatti avere un certificato legale che dimostri la loro provenienza.

In Europa la Svizzera e il Lussemburgo, in quanto porti franchi, sono il fulcro di questo traffico illegale di antichità. Si suppone che una grande quantità di opere d’arte proveniente dalla Siria e dall’Iraq siano oggi conservate proprio nei caveaux delle grandi banche a Ginevra, in attesa di essere “pulite” e vendute a grandi collezionisti per cifre esorbitanti. I reperti rimangono in questi caveaux anche per diversi anni prima di essere riversati sul mercato internazionale.

Ad alimentare la guerra ed il terrorismo saremmo dunque, in parte certo, proprio noi occidentali, che acquistando questi beni aiutiamo a finanziare l’Isis. L’unico modo per spezzare questa catena è dunque cessare di acquistare. Questo atto non rappresenta la condanna delle suddette opere d’arte, ma anzi forse proprio la loro unica salvezza. Se tale traffico divenisse infatti un mercato poco propizio per lo Stato Islamico, l’Isis smetterebbe di pagare i tombaroli per portare alla luce un numero sempre più cospicuo di reperti da riversare sul mercato nero.

Il problema delle opere trafugate dalla Siria e dall’Iraq è dunque un tema di scottante attualità e con cui dovremo confrontarci per molti anni a venire. I beni che sono stati illegalmente venduti dovranno essere restituiti ai legittimi Stati e, come tutti i casi di restituzione, si prospetta essere un percorso lungo e complesso. Intraprenderlo però sarà per questi paesi di essenziale importanza. Attraverso le massicce distruzioni del patrimonio culturale l’Isis ha tentato di cancellare per sempre il passato di questi popoli e, soprattutto, tutto ciò che non rispecchiasse l’ideologia integralista dello Stato Islamico, tra cui dunque anche gli antichi resti romani.

Distruzione di antichi tesori della città di Palmira

Ricostruire il proprio patrimonio culturale sarà dunque, per i siriani e gli iracheni, un modo di ritrovare la propria identità. Un’identità che non è mai stata univoca, ma ricca e stratificata.

La restituzione di questi reperti e la cessazione del loro commercio illecito è, in conclusione, di notevole importanza per mettere fine a questa drammatica privatizzazione del patrimonio culturale. Queste zone furono infatti la culla della civiltà, il loro patrimonio rappresenta dunque l’intera umanità e deve per questo tornare ad essere un bene collettivo.

Il Tempio di Bel prima e dopo le distruzioni dell’Isis


FONTI
LaStampa

Rivistaeuropea

Outsidernews

Trafic d’art : le trésor de guerre du terrorisme  Youtube

Youtube   Patrimoine mondial et “juteux trafic” d’art ancien

Documentario di Tania Rakhmanova: Trafic d’art, le grand marchandage (1h26 min): rutube

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