Una vera passione, quella di Angelo Branduardi per “le storie da raccontare”: da sempre soprannominato “il menestrello”, il musicista di Cuggiono è solito aprire i concerti affermando: “Io sono il trovatore e sempre vado per paesi e città. Ora che sono arrivato fin qui, lasciate che prima di partire io canti”. E alle parole seguono i fatti: gran parte della sua produzione è caratterizzata, infatti, dalla ricerca e recupero di miti, leggende, poesie e racconti tramandati in ogni angolo della Terra, con una particolare predilezione per l’antichità.

A questi soggetti si uniscono spesso melodie attinte anch’esse dalla tradizione medievale, rinascimentale, celtica, ma anche più tarda: per esempio il progetto Futuro Antico, costituito da sette album, traccia un ricco excursus della musica sacra e profana, a partire da trovatori come Rainbaut de Vaqueiras fino a giungere a autori del Barocco come Monteverdi; l’album Il rovo e la rosa è interamente dedicato al recupero di ballate elisabettiane, tra cui Lord Franklin e Barbrie Allen. Ma facciamo una panoramica dei riferimenti letterari insiti nelle canzoni di Branduardi, presenti sin dai primi cd.

Già il disco di esordio Angelo Branduardi (1974) contiene brani come Per creare i suoi occhi e Ch’io sia la fascia, i cui testi sono rispettivamente tratti da un mito indiano e da una canzone d’amore dei Pellerossa del Nuovo Messico. Il secondo album, che diventerà uno dei suoi più celebri, ovvero La Luna, presenta Notturno, tratto dal frammento 49 Garzya del lirico greco Alcmane, Gli Alberi sono alti, traduzione del tradizionale inglese The Trees they do Grow High, e la splendida Confessioni di un malandrino, tratta dall’omonima poesia di Sergej Eisenin (di cui si è parlato in maniera approfondita in un altro articolo).

Il poeta russo sarà successivamente ripreso nella canzone La cagna. Persino la celebre Alla fiera dell’Est ha origini particolari: è infatti un adattamento di un canto pasquale ebraico dal titolo Chad Gadyà (ovvero “un capretto”, soggetto della compravendita al mercato al posto del topolino della versione branduardiana).

La canzone Sotto il Tiglio modifica un lied del lirico tedesco medievale Whalter von der Vogelweide, la famosissima Cogli la prima mela è la rielaborazione della melodia ungherese U naseho Barty e La bella dama senza pietà è ispirata al poema di John Keats, La Belle Dame sans Merci. Insomma, un recupero delle tradizioni ad ampie vedute, che non esita a servirsi di piccoli spunti, come la citazione di Giobbe in Eppure chiedilo agli uccelli del cielo, o l’uso del nome di uno sciamano nel titolo La Pulce d’acqua.

L’album Branduardi canta Yeats presenta versioni musicate di dieci poesie del poeta irlandese William Butler Yeats (Premio Nobel per la Letteratura 1923), tra cui la bellissima La canzone di Aengus il vagabondo (tratto dalla poesia The song of the Wandering Aengus): con un arrangiamento molto semplice, affidato quasi interamente a un arpeggio di chitarra a cui si sovrappone il violoncello per alcune semplici parti, viene intessuta una malinconica melodia, sostenuta dall’armonia in tonalità minore che conferisce al testo molta dolcezza, sottolineata dalla forte liricità del componimento originario, mantenuta nella sapiente traduzione di Luisa Zappa, consorte di Branduardi e autrice di molti dei suoi testi.

Un’altra magistrale traduzione operata da Luisa Zappa, nel pieno rispetto della musicalità della nostra lingua, è quella della celebre ballata Scarborough Fair, contenuto in Futuro Antico I. Anche in questo brano musica e parole creano un’atmosfera limpida, cristallina, a cui contribuisce l’interpretazione di Branduardi della linea vocale. La traduzione sfrutta giochi fonici di allitterazioni, assonanze e consonanze; molto ricercata la rima menta:rimpianto, classificabile come rimalmezzo e come consonanza:

Quando andrai a Scarborough Fair
Sabbia, menta, prezzemolo e timo
Tu porta il segno del mio rimpianto
Alla donna che allora io amavo.

Oltre al lirico greco Alcmane, vengono ripresi alcuni versi di Saffo ne La raccolta, la cui melodia è tratta da una ballata rumena (M-am suit în deaul Clujului), e viene musicata una poesia di Catullo, Ille mi par esse deo videtur, cantata in latino e parzialmente tradotta in italiano. La canzone è accompagnata da una base elettronica che inizialmente stupisce i fan di lunga data di Branduardi, abituati agli arrangiamenti interamente strumentali del Maestro, ma la melodia è efficace e permette di apprezzare il brano dall’inizio alla fine.

Il Menestrello mette in musica anche grandi poesie della letteratura italiana, come Il cantico delle Creature di San Francesco, La Canzona di Bacco e Arianna di Lorenzo de’ Medici, e persino il Canto XI del Paradiso del Sommo poeta Dante Alighieri. Sono poi citati personaggi letterari come Casanova e Gulliver nelle omonime canzoni. La seconda attinge la propria melodia dal tradizionale bretone Son ar chistr e è suonata utilizzando strumenti tipici della tradizione celtica, tra cui il banjo e tin whistle.

Così il grande artista, come nella frase che lui stesso pronuncia prima dei concerti, nel suo continuo “vagare” di città in città, di palco in palco, continua a raccontare e tramandare le più belle storie del nostro passato; e allora solo una cosa ci rimane da fare: lasciarlo cantare.

 


Fonti:

  • Simonelli Saverio, “La musica è altrove. Cielo e terra nella musica di Branduardi”, Ancora Editrice, 2012.
  • treccani
  • lastoriaviva
  • corriere
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