E’ passata più di una settimana dalla cerimonia dei Grammy 2018, la manifestazione più importante nel mondo della musica anglofona – spesso definiti gli Oscar della musica. Delle nomination abbiamo già parlato in un precedente articolo, sottolineando la dominazione di Bruno Mars, Jay-Z e Kendrick Lamar in quasi tutte le categorie – ma è tempo, adesso, di parlare di coloro che sono stati premiati.

Il grande sconfitto dell’anno è sicuramente Jay-Z: il suo ultimo progetto, 4:44, nonostante fosse stato acclamato dalla critica e avesse ricevuto ben sei nomination, è stato totalmente snobbato. Occasione mancata per il rapper statunitense, che celebrava proprio con questo album – che la critica come il più crudo e personale – il suo 13° album (su 13) alla numero uno in America.

Su di lui la spunta Kendrick Lamar, che batte Jay-Z in tutte le categorie “rap” e si porta a casa cinque grammy: Best rap/sung performance per LOYALTY con Rihanna, Best rap performanceBest music video e Best rap song per HUMBLE e Best rap album per DAMN. Una conferma per il rapper di Compton, che arriva così a quota 12 Grammy nella sua intera discografia.

Sorprende, ma neanche così tanto, la vittoria di Ed Sheeran in Best pop vocal album (per ÷, Divide) e Best pop solo performance (per Shape of you). Nonostante fosse il favorito della vigilia, molti avevano pronosticato una vittoria a sorpresa, in queste categorie, di Kesha, che nel 2017 ha visto la sua rinascita artistica con l’album Rainbow e il singolo apripista Praying.

Proprio quest’ultima canzone è stata protagonista della serata. Kesha, assieme al Resistance Revival Chorus e altre cantanti americane che si sono unite a esso (Cyndi Lauper, Camila Cabello, Andra Day, Julia Michaels) si è esibita in un’emozionante versione della canzone, scritta dalla stessa cantante dopo la traumatica esperienza di abuso sessuale dal suo precedente produttore, Dr. Luke. Sebbene la resa vocale non sia state delle migliori, l’energia e l’emozione che è riuscita a trasmettere l’hanno resa la vera performance indimenticabile della serata. Specie se contestualizzata in questo momento storico, così attento alla violenza sulle donne.

Ma dove trionfa Kesha, falliscono i Grammy stessi: sebbene la performance potesse rappresentare il momento perfetto per aprire il dibattito un’altra volta su una storia che ancora non ha visto giustizia (il processo, infatti, ha visto vincitore temporaneo Dr. Luke per piccolezze giuridiche), non è stata fatta parola sull’abuso che la cantante ha subito. In sostanza: meno ostentazioni e rose bianche, più Janelle Monàe (che ha presentato la performance di Kesha con un ottimo discorso sull’essere donna e su come gli abusi sessuali non esistano solo a Hollywood, ma anche nella stessa industria musicale e nell’intero mondo).

Prima di arrivare al grande vincitore della serata, una carrellata di vincitori minori: i Portugal. The Man detronizzano sorprendentemente Despacito e vincono Best pop duo/group performance con la loro Feel it still; Leonard Cohen vince un premio postumo per Best rock performance, con You want it darker; Childish Gambino e The Weekend vincono rispettivamente Best urban contemporary album e Best traditional R&B Performance per Starboy e Redbone; Alessia Cara, invece, batte Lil Uzi Vert, Julia Michaels, Khalid e la superfavorita SZA aggiudicandosi il titolo di Best new artist – sebbene il suo album sia stato rilasciato nel 2015. Sorprendentemente, Alessia è l’unica donna ad aver vinto un premio in quest’edizione.

Arriviamo poi al trionfatore della serata: per la settima volta nella storia un artista solo è riuscito a vincere Record of the year, Album of the year e Song of the year. È la terza volta in questa decade (nel 2012 e nel 2017 è toccato ad Adele, con 21 e Rolling in the deep la prima volta e 25 e Hello la seconda), e parliamo di Bruno Mars, che si porta a casa sei premi su sei nomination. Un successo prevedibile ma un po’ inaspettato, specie per la portata. 24k Magic viene quindi incoronato Album dell’anno, e il singolo omonimo Canzone e Registrazione dell’anno. Dispiace per Lorde, unica donna candidata ad Album dell’anno (peraltro unica nomination che l’artista neozelandese era riuscita a strappare) per Melodrama, una solida conferma del suo talento musicale.

 


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