Nella storia dell’arte e della letteratura occidentali sono tantissime le coppie di innamorati cui ci si affeziona e che restano, nell’immaginario comune e nel folklore popolare, simboli forti ed emblemi ricorrenti. Nell’enciclopedia amorosa italiana una tra queste è la storia di Paolo e Francesca, un amore struggente distrutto, nel suo nascere, dall’invidia e dalla collera. Il mito di un amore così puro e perfetto da essere portato alla rovina e all’autodistruzione è un paradigma romantico che accomuna tante delle storie cui ci sentiamo più legati oggi, post-romantici che non siamo altro: Romeo e Giulietta, Orfeo ed Euridice, Abelardo ed Eloisa, Tristano e Isotta.

A Paolo Malatesta e a Francesca da Polenta è dedicata una buona parte del Canto V dell’Inferno della Divina Commedia, in cui Dante viene accompagnato da Virgilio nel cerchio dei lussuriosi, condannati a vorticare in eterno in una “bufera infernal“, dalla cui potenza sono percossi e costantemente trascinati. È soprattutto grazie ai versi danteschi che la storia di Paolo e Francesca viene tramandata nell’immaginario amoroso europeo, fino a trovare incredibile ricezione in epoca romantica, in cui si assistette, in ambito artistico e letterario, ad una forte ed appassionata adozione di temi tratti da romanzi cavallereschi, episodi medievali e proto-rinascimentali. Ma qual è il contesto storico di questi due personaggi e, soprattutto, perché il loro incontro possiede una tale risonanza per Dante nella sua discesa agli Inferi?

William Blake, Canto V dell’Inferno, acquarello, 1824

IMMAGINE 1: William Blake, Canto V dell’Inferno, acquarello, 1824

Francesca da Polenta (1259-1285 circa) era la figlia di Guido da Polenta, signore di Ravenna. Fu data in sposa nemmeno adolescente a Giovanni Malatesta (detto “Gianciotto”, un nomignolo che tradisce lo scarso fascino dell’uomo), figlio del signore di Rimini, per sancire un’alleanza tra le due famiglie, che avevano combattuto insieme contro i Traversari per mantenere il dominio su Ravenna. L’unione tra Francesca e Gianciotto, dunque, totalmente in uso all’epoca, si definirebbe oggi “di convenienza“, un matrimonio deciso dalle rispettive famiglie per accrescere la reciproca solidità economica e politica. Francesca si innamorò però lentamente di Paolo Malatesta (1246-1285 circa), fratello di Gianciotto (e già a sua volta sposato): si dice che già in occasione del suo matrimonio combinato con Gianciotto, avvenuto per procura a Ravenna, lei si fosse infatuata di Paolo, credendo che fosse lui il Malatesta a cui stava andando in sposa.

Il rapporto tra Francesca e Paolo, caratterizzato inizialmente solo da frequentazioni saltuarie e da candidi “appuntamenti culturali”, come la lettura insieme di brani del ciclo arturiano, si trasformò in una vera e propria passione amorosa (ed adultera), come Dante sublimemente ci racconta nei suoi versi, andando infine incontro alla morte, trapassati dalla spada del tradito Gianciotto, che li coglie di sorpresa. A livello storico, è interessante notare come nessun cronachista contemporaneo menzioni i nomi di Paolo e Francesca dopo il 1285 (anno ipotetico della loro morte), quasi a voler cancellare questo episodio increscioso ed imbarazzante, che avrebbe infangato il nome delle due più celebri famiglie romagnole dell’epoca. Non è chiaro infatti dove sia esattamente avvenuto l’omicidio degli amanti: alcune fonti indicano il Castello di Gradara come luogo del delitto, altre la Rocca Malatestiana di Santarcangelo di Romagna.

Paolo e Francesca, Jean Auguste Dominique Ingres, olio su tela, 1814 circa (dettaglio)

Il giudizio di Dante nei confronti di questi due dannati non è del tutto sicuro e solido come verso altri da lui incontrati all’Inferno. Il poeta prova infatti dell’empatia per Paolo e Francesca, due giovani che hanno fatto dell’amore reciproco la loro ragione di esistenza, lo scopo appassionato delle loro vite: la concezione stilnovistica condivisa da Dante, infatti, che fa del canto della donna amata e della purezza del sentimento la sua pietra fondante, viene infatti destabilizzata alla vista del destino che attende le anime che si abbandonano al piacere dei sensi. Il poeta si sente dunque messo in discussione come cantore dell’amor cortese, e per questo si sente straziato e perde i sensi alla fine del Canto, a dimostrare la difficoltà di accettare questa realtà e la durezza delle pene di chi “pecca per troppo amore”. È il peccato dell’adulterio, comunque, a ricordare a Dante la fermezza e la giustezza della volontà divina, che punisce chi trasgredisce le sue leggi (in questo caso la sacra legge del matrimonio), chi fa prevalere l’istinto sulla ragione e sulla morale cristiana. È comunque Francesca (quasi eroina romantica già in Dante, donna che ha saputo realizzare il suo sogno d’amore perdendo, per questo, tutto) a sottolineare la spinta della sua passione per Paolo:

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona. (105)

Una delle raffigurazioni struggenti di Paolo e Francesca, come due anime affini che, malgrado la vorticosa violenza del vento infernale, sono indissolubilmente legate anche nella morte, ci viene data dal poeta e pittore inglese William Blake (1757-1827). Nel 1824 venne affidato a Blake, infatti, l’incarico di illustrare tutta la Divina Commedia con acquerelli e incisioni, di cui oggi ci rimangono un centinaio di esemplari, tratti dagli episodi più salienti dell’opera dantesca, che Blake ha saputo rendere con vivacità cromatica e incredibile fantasia. Nell’illustrazione del cerchio dei lussuriosi, le anime di Paolo e Francesca si perdono nel turbinio dei corpi legati tutti allo stesso destino, mentre Dante, per l’angoscia, è svenuto a terra ai piedi di Virgilio.

Nell’Ottocento, come Blake, sono tanti gli artisti che dedicano almeno un’opera della loro produzione alla coppia duecentesca. Gustave Doré (1832-1883), grandissimo incisore francese che illustrò molti grandi capolavori letterari come la Divina Commedia (nel 1861), il Don Chisciotte o il Paradiso Perduto di Milton, realizza un’incisione di Paolo e Francesca molto più individualmente incentrata sulla passione della giovane coppia, posta al centro dell’opera e inondata di luce (soprattutto il corpo formoso e sensuale di Francesca), a contrasto con il fondo scuro che lascia intravedere la folta schiera di dannati con cui dividono la pena ma non, in qualche modo, la fama e la popolarità.

Gustave Doré, Paolo e Francesca, puntasecca, 1861

Un’altra delle opere più celebri è il dipinto Francesca da Rimini e Paolo Malatesta incontrati da Dante e Virgilio dell’olandese Ary Scheffer (1795-1858), una grande tela ad olio ora conservata al Louvre di Parigi. I corpi dei due amanti sono posti diagonalmente sulla tela, anche qui creando uno squarcio luminoso e avvolto in se stesso (effetto dato dal panneggio e dai morbidi capelli della ragazza) che emerge da un fondo buio. Virgilio e Dante appaiono, quasi ad un secondo sguardo, sulla destra, immersi in un atteggiamento meditativo, malinconico e silenzioso. I volti degli amanti si negano allo spettatore, i loro occhi sono chiusi e i loro pensieri altrove, persi nella pena ma anche concentrati nell’indissolubilità del proprio amore.

Ary Scheffer, Francesca da Rimini e Paolo Malatesta incontrati da Dante e Virgilio, olio su tela, 1835

Anche di Jean Auguste Dominique Ingres (1780-1867) sono diverse versioni pittoriche di Paolo e Francesca: in questi dipinti ad olio Ingres dimostra un’incredibile attenzione per i dettagli, in cui la fisionomia dei personaggi e la luminosità della scena hanno un sapore vagamente fiammingo, oltre a richiami raffaelleschi.

Poi Anselm Feuerbach, Gustav Klimt, Dante Gabriel Rossetti, Gaetano Previati e molti altri ancora: tra ‘800 e ‘900 il paradigma romantico dei due amanti romagnoli diventerà davvero l’emblema della passione amorosa, dell’inseguimento della propria felicità a scapito dei costumi morali e delle imposizioni, della purezza tragica del legame tra due persone. Senza dimenticare la parte più interessante di questo sfolgorante esempio romantico, il guizzo che, secondo Dante, accende l’amore e che, poi, consacrerà la coppia alla gloria dei secoli: i due amanti si rendono conto della passione che li anima durante la lettura di un brano del ciclo arturiano, precisamente dove si narra Ginevra, moglie di Re Artú, baciare il cavaliere Lancillotto. La letteratura collide per un istante con la realtà, e solo in quel momento la passione di Paolo e Francesca, sollevando gli occhi da quelle pagine, si incarna nel presente: ecco la forza della letteratura!

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto. (129)

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse. (132)

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso, (135)

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”. (138)

Dante Gabriel Rossetti, Paolo e Francesca da Rimini, olio su tela, 1855