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18 febbraio 2018

Joel Meyerowitz: la fotografia come atto d’amore

Joel Meyerowitz: la fotografia come atto d’amore

Joel Meyerowitz, classe 1938, è considerato uno dei pionieri della fotografia a colori. Cresciuto a New York, comincia a scattare negli anni ’60 e, lungo la sua carriera, spazia dal piccolo al grande formato, dalla street photography allo still life.

Dapprima incentrato sulla ricerca del momento decisivo di Henry Cartier-Bresson, sposta poi sempre più la sua attenzione verso il soggetto, che inizia a riprendere più volte nello spazio e nel tempo.

Questo suo cambio di prospettiva non sarebbe stato possibile, senza l’incontro con Robert Frank. Meyerowitz aveva 24 anni e lavorava in una piccola agenzia pubblicitaria. Il suo capo, Harry Gordon, gli chiese di andare a controllare il procedere dei lavori di un fotografo – Robert Frank, appunto – che doveva scattare delle immagini per un libro da loro progettato. Frank stava immortalando due ragazzine, nei loro gesti più comuni e quotidiani. Meyerowitz rimase incantato.

Quando lasciai lo studio e tornai per strada tutto mi sembrò diverso. Ogni singolo gesto sembrava pieno di un nuovo potenziale (…) Harry mi chiese com’era andato lo shooting e io risposi che davo le dimissioni, per provare a diventare un fotografo

L’atteggiamento di Meyerowitz è sempre più attento, lento e meditativo. Questa dimensione verrà accentuata con l’utilizzo dei grandi formati che, anche per caratteristiche tecniche, richiedono a chi scatta di prendersi più tempo.

Ritratto dalla serie “Redheads”, Joel Meyerowitz, 1991

Un esempio del modus operandi di Meyerowitz si può trovare, a mio avviso, in Redheads.

Affascinato dalle persone dai capelli rossi e ramati, nota che sulle loro pelli lentigginose e delicate la luce si posa in maniera differente. Il desiderio di immortalarle è talmente forte che, tra gli anni ’70 e ’80, decide di scrivere un’inserzione sul giornale per trovare dei soggetti. Rispondono rossi diversi per sesso, età e storia: il risultato è sorprendente.

Ritratto dalla serie “Redheads”, Joel Meyerowitz, 1991

I ritratti – realizzati con banco ottico – fanno trasparire un immaginario unico per ciascuno di essi; è come se ogni persona si fidasse dell’autore. Ogni immagine ha la sua cromia, la sua atmosfera. Ogni soggetto è come accarezzato dalla macchina fotografica, dallo sguardo di amore di Meyerowitz.

Ritratto dalla serie “Redheads”, Joel Meyerowitz, 1991

Ed è probabilmente lo stesso amore, lo stesso desiderio, ad entrare in circolo in occasione dell’11 settembre. Meyerowitz sì sentì in dovere di prendere parte all’evento, di testimoniare quel che stava accadendo e far sentire la sua vicinanza a tutti quegli americani che avevano perso qualcuno e a tutti quelli che stavano dando una mano. Dopo esser riuscito ad ottenere i dovuti permessi, Meyerowitz e il suo assistente (Wim Wenders) furono gli unici autorizzati ad accedere al Ground Zero.

Immagine dalla serie “Aftermath: World Trade Center Archive”, Joel Meyerowitz, 2001

Il lavoro di osservazione e silenzio tra le macerie dura nove mesi circa e gli consente di raccogliere oltre 8.000 immagini. Immagini che gli permetteranno di realizzare uno dei suoi progetti più importanti: Aftermath: World Trade Center Archive.

Immagine dalla serie “Aftermath: World Trade Center Archive”, Joel Meyerowitz, 2001

Credo che pochi, oltre a Meyerowitz, sarebbero stati in grado di dare una tale visione dei fatti. Questo archivio, infatti, non è solamente un racconto di dramma e distruzione, ma anche di rinascita.

Le fotografie di Meyerowitz hanno la forza di far posare il nostro sguardo oltre lo scatto in sé, cercano di portarci all’essenza, ci chiedono di restare.


FONTI

Appunti corso di Fotografia – Giovanni Chiaramonte e Marcello De Masi (2015)

La Repubblica

Vogue Italia

Milano Free

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