In questi mesi grandi sommovimenti, alcuni più evidenti, altri rimasti un po’ in ombra, stanno sempre più alterando gli equilibri geopolitici del Medio Oriente. Se senza dubbio ha catturato l’attenzione di tutti i grandi media la notizia dell’uccisione dell’ex presidente dello Yemen da parte dei ribelli Houthi, solo di sfuggita invece si è parlato della gravissima vicenda del premier libanese Hariri, trattenuto per giorni in Arabia Saudita dopo aver annunciato a sorpresa le proprie dimissioni. Quasi completamente sotto silenzio infine è passato il pesante embargo a cui da mesi è sottoposto il Qatar da parte degli altri Paesi del Golfo.

L’uccisione dell’ex presidente dello Yemen Ali Abdallah Saleh ha riacceso per alcuni giorni i riflettori dei media sul disastro umanitario a cui sembra condannato lo Yemen. Tutto ha inizio nel 2012 quando, sulla spinta delle rivolte legate alle cosiddette Primavere Arabe, Saleh viene costretto a lasciare il potere dopo 30 anni di presidenza ininterrotta. Un simile risultato però, limitatosi nei fatti a un semplice passaggio di consegne tra figure espressione sempre dello stesso blocco di potere legato all’Arabia Saudita, non risolve il problema alla base del malcontento popolare, nato dai dissidi regionali e religiosi, soffocati con la forza per decenni da Saleh. Lo scontro strisciante esplode nel 2015, quando i ribelli Houthi, espressione della minoranza sciita oppressa, minacciano di prendere il controllo della capitale Sanaa, mentre il presidente succeduto a Saleh si rifugia a Aden, dopo aver rassegnato le dimissioni, anche se, una volta arrivato al sicuro nella sua città roccaforte, revoca la sua decisione e denuncia un colpo di Stato. Lo scenario si complica ulteriormente anche perché l’ex presidente Saleh coglie al volo l’occasione per ritornare in campo schierandosi al fianco proprio di quelle milizie sciite che, ai tempi della sua presidenza, aveva cercato in tutti i modi di debellare. Ad aggravare ancora di più la situazione poi sono Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti che, spalleggiati dal Consiglio di Cooperazione del Golfo, decidono di intervenire militarmente sul territorio yemenita per tutelare il “legittimo” Governo dello Yemen e per evitare che lo Yemen finisca nelle mani di milizie sciite addestrate, armate e guidate dall’Iran. Iniziano così pesanti bombardamenti aerei che non risparmiano neppure scuole e ospedali. Lo Yemen inoltre viene praticamente isolato con un pesante embargo che lo getta nella più estrema povertà. Di fronte all’interventismo del blocco sunnita l’Iran in tutta risposta rilancia arrivando a fornire ai ribelli Houti razzi missilistici che lambiscono la capitale dell’Arabia Saudita, Ryad. In questo clima sempre più infuocato Saleh improvvisamente rende pubblico il suo riavvicinamento con l’Arabia Saudita, rompendo quindi con i nuovi alleati Houthi e ritornando ai suoi grandi protettori sauditi. Ma questa volta i suoi spregiudicati calcoli politici lo tradiscono: in un’imboscata i ribelli lo uccidono mentre tenta la fuga negli Emirati Arabi. Uscito di scena l’unico uomo che per più di 30 anni, con il pugno di ferro, era riuscito a tenere unito un Paese attraversato da profonde lacerazioni ora esplose in guerra aperta, lo Yemen sembra inesorabilmente avviato a un destino analogo a quello della Somalia e della Libia, Nazioni senza Stato, la cui unica autorità anzi sembra essere proprio il terrorismo jihadista.

Rispetto a Somalia e Libia, in Yemen però la partita è ulteriormente complicata dal ruolo che vi svolgono attori esterni come Arabia Saudita e Iran, i due Paesi che si contendono il controllo del Medio Oriente e che, per allargare la propria sfera di influenza nel Medio Oriente, sfruttano la divisione tra sciiti (confessione islamica dominante in Iran) e sunniti (l’islam ortodosso che l’Arabia Saudita si fregia di custodire). Se infatti l’Iran ha armato i ribelli Houthi, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi hanno sostenuto il terrorismo qaedista sunnita in Yemen (e non solo) in funzione destabilizzante. Eppure proprio queste ultime due Nazioni si sono scagliate contro il Qatar, accusandolo di finanziare gruppi terroristi come l’ISIS, gli Houthi e l’organizzazione politico-religiosa dei Fratelli Musulmani. Sulla base di queste motivazione i Paesi del Golfo insieme all’Egitto nel Giugno 2017 hanno rotto i rapporti diplomatici con il Qatar, hanno espulso dai loro territori ogni persona qatariota, hanno imposto al Qatar sanzioni economiche e l’hanno posto sotto embargo aereo, terrestre e marittimo. Un’azione pensata per mettere in ginocchio velocemente un Paese che si stava ritagliando un’eccessiva autonomia rispetto alla coalizione sunnita a guida saudita si è però rivelata alla lunga un boomerang non minore della sciagurata impresa militare in Yemen, un impasse da cui è ora difficile uscire. Infatti il Qatar, lungi dal cedere ai ricatti dell’Arabia Saudita, ha finito per avviarsi verso un’ancor più pericolosa indipendenza economica: ora che non può più dipendere da Arabia Saudita e Emirati Arabi, il Qatar guarda sempre più verso Est, alla Cina in particolare, dove la sua compagnia di bandiera (Qatar Airways) si sta aprendo un immenso mercato. Inoltre si vanno delineando nuove rotte marittime verso l’India sempre più lucrose per il sultanato e, ironia, è stato proprio l’embargo a far sì che il Qatar si avvicinasse davvero all’Iran, con cui anni fa aveva rotto ogni rapporto diplomatico insieme a tutti gli altri Paesi del Golfo.

Sia la guerra in Yemen sia l’embargo al Qatar sono state azioni fortemente volute, secondo i media arabi, dall’erede al trono dell’Arabia Saudita, Mohammed Bin Salman. Fautore di un nuovo ruolo economico per l’Arabia Saudita, ha redatto un programma, il cosiddetto Vision 2030, che prevede un’ambiziosa riforma strutturale per rendere il regno saudita non più dipendente dal petrolio. Sul piano politico-religioso poi propone un altrettanto audace giro di vite nella burocrazia della casa regnante (a Novembre ha fatto arrestare una serie di ministri e funzionari con l’accusa di corruzione). E contro il ceto religioso wahabita è arrivato ad affermare che “l’Arabia Saudita deve tornare a un Islam moderato”. È stata da sempre alla base della monarchia saudita l’alleanza con gli esponenti religiosi del wahabismo (un’interpretazione particolarmente letterale del Corano), motivo per cui si può vedere in simili dichiarazioni forse nulla di più che un semplice spot elettorale per accreditarsi in Occidente. Ma queste dichiarazioni potrebbero nascondere anche la consapevolezza che questa alleanza politico-religiosa è estremamente pericolosa per una casa regnante che inizia a temere sempre più un clero che prima o poi potrebbe aizzare una rivoluzione religiosa sul modello di quanto avvenuto in Iran negli anni ‘70. La strada da seguire sarebbe allora – sembrerebbero rivelare le parole e le azioni di Bin Salman – quella di un panarabismo nazionalista, con cui consolidare definitivamente la burocrazia della casa regnante e con cui ergersi a guida di una coalizione che può guardar molto più in là dei Paesi del Golfo. Non a caso i sauditi guardano con sempre più interesse anche a un Paese come l’Egitto, con cui l’Arabia Saudita condivide la volontà di far fuori l’organizzazione politico-religiosa dei Fratelli Musulmani, attraverso cui Qatar e Turchia mirano a ritagliarsi un controllo culturale, religioso e politico su diversi Paesi arabi e europei (anche in Europa l’organizzazione è molto presente in svariati centri culturali islamici).

E probabilmente dev’essere maturata sempre nel quadro di un nuovo espansionismo panarabo da parte dell’Arabia Saudita la decisione di “costringere” il premier del Libano Saad Hariri a dimettersi durante una visita in Arabia Saudita, un gesto con un’evidente significato egemone, e ancor una volta mirante a indebolire il rivale iraniano, che in Libano conta un partito-esercito, Hezbollah, insieme a cui Saad Hariri governa. Oltretutto, dopo aver annunciato dall’Arabia Saudita le sue dimissioni, il premier per giorni inspiegabilmente è rimasto impossibilitato a tornare in patria e a ricevere visite: in Libano è apparso a tutti gli effetti sottoposto a una specie di “arresto domiciliare” (Saad Hariri ha doppia cittadinanza saudita e libanese, e in Arabia Saudita vive la sua famiglia). Anche in questo caso però gli eventi non hanno preso la piega che i sauditi si aspettavano: il panorama politico libanese ha visto un inaspettato ricompattamento, invece che deflagrare, come probabilmente si sperava, in modo da indebolire un Paese da sempre non assimilabile a nessuno schieramento mediorientale, segnato com’è da un delicatissimo sistema di bilanciamento politico tra le diverse comunità religiose di sunniti, sciiti e maroniti (cristiani orientali in comunione con la Chiesa di Roma). Oltretutto grazie alla mobilitazione internazionale, in particolar modo della Francia, Hariri alla fine è riuscito a ritornare in patria, dove le sue dimissioni non erano mai state accettate dal Presidente della Repubblica. Dietro assicurazione da parte di Hezbollah (che insieme alle milizie addestrate dall’Iran ha partecipato attivamente alla guerra in Siria al fianco di Assad) che il Libano non si coinvolgerà più in battaglie esterne, Hariri ha ritirato le sue dimissioni, segnando ancora una volta una cocente sconfitta per l’Arabia Saudita.

In un Medio Oriente così segnato dalle nuove mire espansionistiche di Arabia Saudita e Iran spicca l’assenza di un Occidente che non riesce a ripensare la propria alleanza storica con il blocco saudita, nonostante l’evidente coinvolgimento dei Paesi del Golfo nel sostegno economico al terrorismo sunnita.

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