IL PROBLEMA

Tutti sappiamo che la plastica inquina. Quando eravamo piccini ci hanno ripetuto mille volte di non gettare le bottigliette per terra, e ci è toccato fare la raccolta differenziata pure a scuola. “È meglio comprarla di tela la busta della spesa”, ci diceva sempre la nonna.
Insomma, l’idea che la plastica faccia male al nostro pianeta ci è parecchio familiare, non è sicuramente una novità per nessuno. Spesso, quando una cosa ci viene ripetuta un’infinità di volte, smettiamo di prestarle attenzione e quindi non ne comprendiamo più il significato reale; rimane solo “un sentito dire”, un problema astratto, lontano da noi. Quindi, sotto sotto, se un problema non ci riguarda è come se non esistesse. I problemi ambientali sono spessissimo sottoposti a questo giudizio perché quasi mai abbiamo sotto gli occhi i disastri che stiamo combinando.

E se invece vi dicessi che i nostri oceani contengono attualmente oltre 165 milioni di tonnellate di plastica e che ogni anno ne vengono aggiunte 8 a quelle già presenti? È come se un camion di rifiuti vuotasse il proprio contenuto nell’oceano una volta al minuto. Se vi dicessi che la spazzatura raccolta nelle nostre acque costituisce una percentuale così alta da aver creato una nuova nicchia ecologica che gli scienziati hanno definito “plastisfera”? Se vi dicessi che è necessario prendere provvedimenti subito, perché se non si cambia nulla entro il 2025 il numero di tonnellate di plastica nei mari potrebbe superare il numero di tonnellate dei pesci? Avere dei dati alla mano fa tutto un altro effetto. Questo è quanto è risultato da uno studio, chiamato The New Plastics Economy: Rethinking the future of plastic condotto dal World Economic Forum in collaborazione con la fondazione Ellen MacArthur all’inizio del 2017. I numeri proposti non sono affatto confortanti: se dal 1964 la produzione di plastica nel mondo è aumentata di venti volte, entro il 2050 farà in tempo a quadruplicarsi e il quantitativo di spazzatura gettata nell’oceano dai nostri ipotetici tir sarebbe di 4 volte ogni minuto, una volta ogni 15 secondi.

Questo non solo ha un impatto terribile sulla fauna e la flora marine (circa il 90% degli uccelli marini ha ingerito della plastica, così come 670 delle diverse specie che popolano le nostre acque, e moltissimi di questi animali muoiono soffocati) ma anche sulla nostra salute. Noi, infatti, mangiamo pesce spesso e volentieri, e tutti i pesci che finiscono sui nostri piatti ingeriscono quotidianamente piccolissime particelle di microplastica, invisibili ad occhio nudo e impossibili da filtrare (le nostre acque ne sono letteralmente invase, se ne stimano circa 51 trilioni). Insomma, ci stiamo lentamente uccidendo da soli introducendo sostanze tossiche nella catena alimentare. Good job, umanità.

COS’È LA BIOPLASTICA

Ovviamente non dobbiamo disperarci, anche perché disperarsi solamente sarebbe inutile. Bisogna invece prendere pienamente consapevolezza della problematica che affligge i nostri mari e andare alla ricerca di soluzioni: di alternative ne esistono parecchie. Se infatti con il progresso dell’industria e del consumismo è cresciuta la produzione di plastica e – conseguentemente – anche l’inquinamento, parallelamente si è sviluppato tutto un ramo dell’industria e delle nuove tecnologie che si dedica alla ricerca e alla produzione di sostituti alla plastica “tradizionale”. L’esempio più importante è costituito, senza ombra di dubbio dalla bioplastica. Questo nome è usato per indicare una tipologia di plastica che è prodotta con materie prime rinnovabili o è biodegradabile, oppure che possiede entrambe queste proprietà. Mantenendo le caratteristiche della sua “antenata”, la bioplastica presenta però notevoli vantaggi come ad esempio il fatto che la sua produzione abbia un minor impatto ambientale e la possibilità di essere creata partendo da materiali di scarto. Al momento essa costituisce solo l’1% (una percentuale piuttosto esigua) dei 320 milioni di plastica prodotti ogni anno sul nostro pianeta, ma le previsioni sembrano promettenti: in un futuro prossimo circa l’85% della plastica potrebbe essere sostituito da questo nuovo, ecologico materiale. La sua richiesta sul mercato sta aumentando in maniera costante e, secondo i dati forniti dalla European Bioplastic la produzione potrebbe passare dai 2.05 milioni di tonnellate del 2017 a circa 2.44 milioni di tonnellate nel 2022. Come è possibile che le prospettive appaiano così rosee? Moltissime sono le aziende e le startup che stanno mostrando interesse per questi nuovi materiali, non tanto perché abbiano realmente a cuore le sorti della Terra, quanto perché effettivamente quello delle bioplastiche può rivelarsi un settore in cui vale la pena investire: da un lato i consumatori sono sempre più propensi a chiedere prodotti che non danneggino l’ambiente, e abbracciando battaglie ecologiste un’impresa altro non farebbe se non portare beneficio alla propria immagine, dall’altro perché, grazie alle continue ricerche e sperimentazioni, i materiali in bioplastica puntano a diventare migliori di quelli tradizionali (più duraturi, più flessibili, più resistenti al calore). Insomma, la bioplastica potrebbe rivelarsi una vera e propria scelta vincente, non solo una soluzione per così dire “di ripiego”.

La bioplastica può anche essere utilizzata per realizzare oggetti di interior design

RICERCHE E INNOVAZIONI

Tramite una breve ricerca sul web è possibile constatare che, in effetti, i dati corrispondono alla realtà. Le iniziative per la creazione di una plastica sostenibile sono tantissime e provengono da ogni parte del mondo.

L’Università di Bath nel Regno Unito ha scoperto un metodo per creare polimeri plastici usando come materiale di partenza gli aghi di pino. Essi contengono il pinene, meglio conosciuto come terpene, un composto organico che conferisce al pino silvestre il suo caratteristico profumo e che potrebbe essere aggiunto ai poliesteri biodegradabili per creare dei composti eco-sostenibili al 100%, potenzialmente in grado di sostituire la plastica tradizionale. La dottoressa Helena Quilter ha spiegato il duplice vantaggio che deriverebbe da eventuali sviluppi di questa scoperta: non solo la plastica sarebbe creata ad impatto zero ma gli aghi di pino utilizzati potrebbero essere prelevati tra gli scarti dell’industria della carta, la quale produce moltissima “spazzatura”, gettando via gli aghi e i rami più piccoli. In questo modo, si potrebbe produrre pressoché qualsiasi cosa: imballaggi alimentari, sacchetti di plastica e impianti medici. In questo modo si innescherebbe un circolo virtuoso e dare vita ad un’economia circolare all’interno dei quali l’ambiente potrebbe solo ricavare benefici. L’economia circolare è un un tipo di business che sta tornando in auge negli ultimi anni, basato non sul principio dell’usa e getta, del compra e consuma, ma sulla volontà di non buttare via nulla, perché tutto può essere riutilizzato. Nel momento in cui un oggetto non può più svolgere la sua funzione primaria, può essere “riciclato” e utilizzato per esercitarne una nuova.

 

L’esempio del Regno Unito non è – fortunatamente – l’unico che possiamo citare. Senza dubbio è degna di nota la ricerca portata avanti dalla Newlight Technologies, una startup californiana che ha sviluppato un processo per creare bioplastiche partendo da metano o CO2. Anche qui il ricavo per l’ambiente è doppio, perché ad essere utilizzati (e prelevati dall’ambiente circostante) sono gas inquinanti provenienti da attività industriali, agricole, discariche che vengono legati a molecole dell’aria, del metano presente nell’atmosfera e quelle di un biocatalizzatore (una sostanza di natura proteica che accelera le reazioni chimiche) al fine, appunto di creare di una plastica completamente ecosostenibile eliminando nel frattempo diverse sostanze nocive che noi altrimenti respireremmo e che contribuiscono all’incremento dell’effetto serra.

Abbiamo già parlato all’inizio di questo articolo di quanto la plastica sia dannosa per le nostre acque e per gli animali che le popolano.

“Le statistiche rivelano che nel mondo circa un milione di uccelli marini e 100mila mammiferi e tartarughe marine rimangono intrappolati nella plastica o la ingeriscono e muoiono”

spiega Mark Tukulka, biologo marino. Ma anche per questo problema sembra che si sia trovata una soluzione: nulla è impossibile alla tecnologia. Una ditta statunitense, la Saltwater Brewerry, produttrice di birre artigianali, ha ideato, progettato e realizzato un prototipo molto particolare di six pack ring, l’imballaggio di plastica a sei anelli che tiene unite le lattine di birra all’interno della confezione, killer silenzioso di migliaia di animali che abitano i nostri mari. Qual è la novità, questa volta? Il packaging non solo è biodegradabile, ma addirittura edibile. Realizzato tramite la lavorazione di prodotti ricavati dal processo di produzione della birra, come ad esempio orzo e malto, questo prodotto è interamente commestibile e digeribile dagli animali ma, in caso non sia mangiato immediatamente, si decomporrebbe in tempi rapidi senza lasciare tracce né avere ripercussioni di nessun tipo. Ovviamente, data la qualità del prodotto, l’impegno richiesto per la sua realizzazione e la sua -per ora- scarsa diffusione, i costi delle birre risultano poco competitivi sul mercato rispetto ad altre marche. Nonostante questo c’è chi sceglie consapevolmente di acquistare presso Saltwater Brewberry per sostenere la causa e aiutare il pianeta (attività che, abbiamo visto, spesso coincide con l’aiutare noi stessi). Ciò che si auspica il direttore dell’azienda Chris Gove è che la Saltwater non rimanga pioniera e sola ad offrire prodotti ecosostenibili: se più realtà economiche (specialmente se grandi e già diffuse in maniera capillare) decidessero di investire tempo, soldi ed energie nelle realizzazione di questa gamma di prodotti, questo potrebbe costituire da un lato una maggiore competitività e quindi un maggior vantaggio economico ma, dall’altro, un notevole aiuto per la salvaguardia della Terra e dei suoi abitanti.

E NOI COSA POSSIAMO FARE?

Queste sono solo alcune, forse le più incredibili, delle decine e decine di sperimentazioni, ricerche, studi che hanno come scopo la realizzazione di bioplastiche. Quindi, come già si è detto, non ci si può limitare a lamentarsi e pre-occuparsi dei problemi che esistono ma bisogna occuparsene, tenendo d’occhio le diverse scoperte che avvengono in tutto il globo per mantenersi aggiornati su qualsiasi novità ed essere tra i primi ad incentivarla, promuoverla e farle pubblicità. Senza ombra di dubbio rimanere informati è uno dei gesto migliori che possiamo compiere per contribuire a risolvere la situazione. A questo proposito, se siete interessati vi consiglio caldamente di spendere qualche minuto della vostra giornata sul sito cleanseas.org. #CleanSeas è l’hashtag promotore della campagna lanciata dalle Nazioni Unite nel febbraio del 2017 che ha proprio lo scopo di coinvolgere i governi nazionali, il grande pubblico e le imprese, pubbliche o private nella lotta contro l’inquinamento causato dalla plastica nei mari. Sul sito potete diventare parte dell’esercito mondiale che ha dichiarato guerra alle plastiche nocive (cliccate su sign the pledge!) ma anche venire a conoscenza di iniziative che senza dubbio ci toccano molto da vicino. Ad esempio, sapevate che Timberland ha realizzato un’intera collezione di scarpe, borse e t-shirt riciclando la plastica delle bottiglie raccolte per le strade e nei canali di Haiti? Adidas, invece, ha ricavato più di un milione di paia di scarpe dal riciclo di più di 11mila bottiglie e i club del Real Madrid e del Bayern Monaco (sponsorizzati proprio da Adidas) hanno debuttato con delle maglie realizzate in plastica riciclata.

Ma, se rimanere informati riguardo alla tematica dell’inquinamento deve essere il primo punto sulla vostra to do list per l’anno 2018, direttamente da Green Peace arrivano altri piccoli impegni che potete far diventare sane abitudini durante i prossimi mesi: acquistare bottiglie o più in generale contenitori (in plastica o in vetro) che siano riutilizzabili e riempibili più volte; dire di no alle cannucce di plastica (se non sono indispensabili, non usiamole), evitare per quanto possibile le posate e i bicchieri in plastica (se dobbiamo mangiare lo yogurt in giro, il cucchiaino possiamo portarcelo da casa); scegliere cosmetici senza microgranuli (quelle minuscole palline in polietilene che costituiscono la base di prodotti esfolianti e di bellezza) e infine, farla finita con i sacchetti di plastica e procurarsi una bella e resistente borsa di tela.

Insomma, meno plastica consumate meglio è. Ma se proprio avete bisogno di prodotti in plastica, per lo meno usate quella bio.