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23 giugno 2018

Gli album del mese secondo la redazione

Gli album del mese secondo la redazione

Gennaio, il mese del post festività, della Befana, dei buoni propositi che già si pensa a come aggirare, dei giorni della merla, della sessione invernale…Gennaio è un mese difficile, sotto molti punti di vista. Ma nonostante i mille ostacoli che il calendario ci pone davanti, noi de Lo Sbuffo siam sempre al lavoro.

Ecco quindi i dischi eletti ad album del mese dalla redazione.

Buon ascolto!

Giuseppe Allegra

L’amore e la violenza dei Baustelle: In occasione dell’annuncio di un “secondo volume” del loro ultimo disco, il consiglio di questo mese è proprio L’amore e la violenza, il disco che ha fatto ripartire la “macchina Baustelle” dopo 4 anni di silenzio. Accompagnato da tre azzeccatissimi singoli (tra cui la hit apripista, Amanda Lear), l’album è l’ennesima prova di maestria della band toscana, unendo i loro fedeli synth a un’incredibile perizia autoriale, anche quando i testi sembrano quasi banali. “I wanna be Amanda Lear, il tempo di un LP, il lato A, il lato B, non siamo mica immortali, bruciamo, ed è meglio così”

Valentina Camera

Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory dei Dream Theater: Più che album del mese, direi che è un album “ogni mese”. È uno di quegli album che va riascoltato periodicamente, soprattutto quando ci si vuole tuffare in uno spazio-tempo lontano. Una storia trascinante, una vera perla di concept album: può aiutare molto nel comprenderlo leggere i testi. Una volta capito di cosa parla, il godimento che se ne trae decuplica… Ma fidatevi, già dal primo ascolto vi conquisterà. Non voglio spoilerare niente sui contenuti, posso solo garantire che per la durata dell’album non sarete fermi nella vostra stanza, ma in viaggio verso un universo lontano. Il colpo di scena finale vi lascerà senza fiato.

Susanna Cantelmo

Polaroid di Carl Brave x Franco 126: primo album di questo duo, pubblicato il 5 maggio dell’anno scorso, è perfetto per superare il mese peggiore per uno studente universitario: gennaio. Nel pieno della sessione invernale e con un tempo che non permette neanche di andare a studiare al parco, l’uscire di casa diventa improbabile. Allora iniziano proprio a mancare le “tre bire” con gli amici e lo stare “stesi sotto i platani”. Addirittura la “via del corso coatti in tuta coi Carrera” e il “vino rosso sopra i vestiti che non va più via” sono ricordi piacevoli rispetto all’idea di preparare il prossimo esame. E grazie alla musica si può fingere, anche solo per qualche canzone, di trovarsi non in questa grigia periferia brianzola, ma a Roma e di “rubare i desideri a fontana di Trevi”. Allora per fortuna che “tanto finisce tutto prima o poi”, anche questa sessione d’esame.

Umberto Colombi

1. The Stooges dei The Stooges (Elektra 1969): uno degli album più influenti di sempre nella storia del rock, The Stooges contiene tutte le principali caratteristiche di ciò che negli anni successivi verrà definito “punk”. La musica e le esibizioni del gruppo di Detroit hanno dettato l’estetica della maggior parte delle band newyorkesi e britanniche. Testi osceni ed offensivi, acide distorsioni, canzoni formate da un massimo di tre accordi ripetuti in modo ossessivo: gli Stooges sono i diretti eredi dei Velvet Undeground e ne spargeranno ovunque il verbo.
2. Broken Boy Soldier dei The Raconteurs (2006): Il progetto musicale targato Jack White che preferisco. Decisamente più raffinati del duo dei White Stripes, Jack White può contare su una band completa e composta da musicisti di livello. Menzione d’onore per Blue Veins.

Maria Chiara Fonda

You want it darker di Leonard Cohen (2016): Iniziare l’anno con un album triste forse non è la più incoraggiante delle partenze, ma se, come scriveva Terzani, “la fine è il mio inizio”, l’ultimo album di Leonard Cohen meritava di essere il primo del mio 2018. Se già aveva la lacerante tristezza degli addii mentre il cantautore era ancora in vita, dopo la sua morte, nel 2016, ha assunto ai miei occhi la solennità e sacralità di un requiem. Un commiato alla vita con sonorità basse e scure che ben si adattano al colore della sua voce, ora accompagnata da organi e cori, ora da un arrangiamento più essenziale che mette in risalto le parole, scandite una ad una, raccontando con consapevolezza la fine. Un album da assaporare con calma e silenzio, vi emozionerà.

Giulia Laregina

My love is cool dei Wolf Alice (Dirty Hit Records, 2015): Pubblicato nel 2015 e preceduto da due EP ufficiali, My Love Is Cool è l’album di debutto della band londinese capeggiata da Ellie Rosewell. In generale sono una fan degli album omogenei, ma in questo caso una delle caratteristiche che rende My Love Is Cool più che meritevole di essere ascoltato è il suo eclettismo. La canzone più esemplificativa in questo senso è You’re a Germ, in cui in una manciata di secondi un apparentemente innocuo indie rock si trasforma in un grunge rabbioso. I punti più alti dell’album sono però quelli in cui la band decide di rallentare il ritmo, lasciando spazio alla meravigliosa voce di Ellie: da segnalare soprattutto l’incredibile Silk, che vale da sola l’ascolto dell’album.

Erika Mancini

Yankee Hotel Foxtrot dei Wilco: Quarto album in studio degli americani Wilco, uscito nel 2002. Si tratta del lavoro più celebre e riuscito del gruppo di Chicago, annoverato dalla critica tra i migliori dischi degli anni 2000. Si tratta effettivamente di un’opera Rock sperimentale dal grande potenziale, che fonda armoniosamente generi ed atmosfere diverse e che soprende ad ogni ascolto. Provare per credere.

Stefano Marmondi

Are You kidding me? No. dei DESTRAGE: vi siete stancati del solito metal americano dove il principio di tutto sta nel growl e nei riff pesanti? Ecco la soluzione per voi e non sto scherzando. Gruppo di giovani italiani che presi singolarmente sono fenomeni in quello che fanno, talenti esagerati. Un album del 2014 che li consacra, anche se si sono fatti conoscere con King Is Fat ‘n old del 2010, ma questo è tutto di un altro livello. Non il classico metalcore, ma è qualcosa di più ragionato e ispirato. Il risultato è qualcosa di geniale. Provare per credere

Guglielmo Motta

The Beatles dei Beatles: chiamatelo come volete, White Album, The Beatles, ma questo disco è incredibile. Unisce raffinatezza e follia, genio e sregolatezza. Se vi sentite depressi, allegri, tristi, confusi, arrabbiati, contenti e, perché no, affamati, questo è l’album che fa per voi. Un concept album che forse solo The wall di quei matti dei Pink Floyd hanno saputo uguagliare e superare. Lasciatevi immergere in capolavori della musica, come Back in the Ussr, While my guitar gently weeps, Blackbird e Savoy truffle. Non rimarrete delusi.

Fabio Sorrenti

2640 di Francesca Michielin (2018): 2640, come le volte che l’ho ascoltato in queste due settimane presumo. Ho letto tanti commenti che insistevano sui (pochi) pezzi scritti nell’album da artisti indie per lei, come se fosse questa l’unica chiave di lettura per interpretare il successo che le sta arrivando, ma siamo proprio fuori strada. Qui c’è una 22enne completamente atipica, polistrumentista, cantautrice e che non ha problemi a parlare di F1, cibi tradizionali ghanesi e di quanto la discoteca faccia schifo (e di altre numerosissime tematiche impopolari per un disco pop femmnile italiano). Meno Emma più Michielin!

Gaia Epicoco

A New Form of Beauty, Pts. 1-4 dei Virgin Prunes (Rough Trade, 1981): disturbante, così definirei questo disco. I Virgin Prunes ti entrano dentro, ti entrano sottopelle, intonando un canto cupo, con voci distorte e musiche dissonanti, dove erotismo e spiritualità pagana si fondono in una musica degna del più distopico degli incubi. Le canzoni sono esagerate, sono caotiche, scuotono l’ascoltatore, sorprendendolo con improvvisi cambi di direzione. Il disco si inserì nel filone post-punk che seguì la parabola dei Sex Pistol, con derive verso il goth, con elementi industrial, e si distinse all’epoca per l’audacia del progetto, suddiviso in sette parti di cui solo 4 sono state rilasciate. Vennero diffuse ciascuna in un formato differente, EP, cassetta, performance e libro.
(Essendo un gruppo decisamente sui generis non compaiono su Spotify, ragion per cui il link rimanda al sempre fedele Youtube, nda)

 


Credits:

copertina

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