I giornali ne hanno parlato tanto e la stampa ha già avuto modo di scrivere molto su questa vicenda. Tuttavia, spesso si sorvola su un aspetto fondamentale di quello che è successo alla cantante egiziana Shyma Ahmed, e cioè i legami tra il mondo della musica e la politica.

È notizia recente che la cantante Shyma Ahmed sia stata condannata a due anni di carcere, poi ridotti, per aver pubblicato un video considerato troppo spinto dalle autorità politiche.

Shyma – secondo alcune fonti avrebbe 22 anni mentre atri giornali non italiani sostengono ne abbia 25 – è una cantante molto in voga nel suo paese, ma la sua notorietà e popolarità non è stata sufficiente per evitare l’accusa di “incitamento al libertinaggio” e il pagamento di una multa di 10 mila sterline egiziane (circo 550 dollari).

Il video di Andi zorof, pubblicato il 10 novembre, è stato il pretesto giudiziario per incolpare la cantante e il regista Hosam al Sayed. “Galeotto fu il video”, si potrebbe dire parafrasando il sommo poeta: nel video sono presenti vestiti succinti e provocanti, si vede Shyma che gioca con una banana con evidenti allusioni al sesso orale e ci sono continue e costanti situazioni esplicite.

E nel frattempo sono già iniziati gli scambi di accuse tra Shyma e Hosam, entrambi arrestati ed entrambi poco propensi a scontare una pena tanto severa per un reato di questo tipo.

Sulla musica si è anche aperto un acceso dibattito televisivo in Egitto, Paese caratterizzato da una cultura conservatrice e fortemente tradizionale. In questo senso, l’influenza della politica nel mondo della musica risulta evidente e, in qualche modo, disarmante.

Tuttavia, non è il primo caso. Alla cantante Sherine Abdel Wahab era stato proibito di esibirsi in pubblico perché in una delle sue più note canzoni, Have you ever drunk from the Nile, si prende gioco del Nilo, fiume sacro e nazionale dell’Egitto, sostenendo che abbia le acque inquinate e che porti malattie.

A differenza di Shyma, lei è stata accusata di “offesa allo Stato egiziano”.

Sherine Abdel-Wahab (AFP/Getty Images)

Il discorso è complesso, perché si vanno a toccare argomenti sensibili come la responsabilità sociale dell’artista che tratta di musica, in particolare nei confronti di un pubblico giovanile, e la libertà di parola e di espressione.

Qual è il limite della decenza nelle esibizioni di una cantante, specialmente in un Paese fortemente connotato dall’identità musulmana? Qual è la differenza tra un contesto in cui la libertà di parola è generalizzata e totale e un altro in cui determinate tematiche non possono essere toccate perché contrarie alla “morale comune”?

La risposta è probabilmente che, di nazione in nazione, ogni società e ogni cultura esprime il proprio metro di giudizio attraverso una scala di valori che sono incomprensibili per chi non vive all’interno di quella determinata realtà. È complesso per la società italiana, ed occidentale in senso esteso, commentare in maniera critica una vicenda di questo tipo, avvenuta in una realtà completamente diversa e dotata, di conseguenza, di valori differenti.

Tutto questo, tuttavia, nel rispetto della libertà di parola.