Il Canzoniere è un viaggio interiore, una raccolta dei frammenti dell’anima di Francesco Petrarca. Sulla frammentarietà di tale esperienza voleva porre l’accento il poeta nell’indicare come titolo Rerum Vulgarium Fragmenta, Frammenti di Cose Volgari. I componimenti in volgare sono riassunti sotto una denominazione latina, l’ennesimo tentativo autoriale di ribadire il voler ancorare la sua figura non alla produzione in toscano, ma a quella nella lingua del suo amato Cicerone. Eppure la sua fama, ad oggi, continua ad essere legata alle rime in morte e in vita di Laura.


È proprio la figura di Laura, quasi mai nominata all’interno dell’opera, ma protagonista indiscussa, ad aprire uno spiraglio sulla credibilità delle vicende ripercorse. Il Canzoniere, infatti, assume una prospettiva fortemente autobiografica, ma anche il lettore più sprovveduto si renderebbe conto dei filtri interposti tra la realtà possibile e quella probabile, tra quella presunta e quella descritta.
Strana coincidenza, infatti, appare la corrispondenza tra la data del primo incontro tra Laura e Petrarca e la data della morte dell’amata. Nel terzo sonetto è descritto il momento in cui Petrarca vede la donna nella Chiesa di Santa Chiara ad Avignone: ciò avviene nel venerdì santo del 1327, il 6 aprile, dunque («Era il giorno ch’al sol si scoloraro / per la pietà del suo factore i rai»). La data esatta è riportata dal poeta in un altro sonetto, il 211 («Mille trecento ventisette, a punto / su l’ora prima, il dì sesto d’aprile, / nel laberinto intrai, né veggio ond’esca»). Ed è la mano di Petrarca ad apporla in nota sul Virgilio Ambrosiano, manoscritto posseduto dalla sua famiglia, nel momento in cui esplicita la data di morte di Laura: il 6 aprile 1348. È una coincidenza appunto strana, simbolica più che realistica. Come se ciò non bastasse si può far notare che il 6 aprile del 1327 era un lunedì, non il venerdì della passione di Cristo. Suggestivo è però il combaciare dell’incontro e della separazione; dell’incontro e del venerdì santo. Si tratta, però, di una situazione in cui il fatto reale potrebbe essere stato solamente caricato di ulteriori valenze, rimandi, echi. È un procedimento ricorrente all’interno del Canzoniere, che arricchisce l’opera, che può trasformare la realtà e funzionalizzarla al fine poetico e anche moraleggiante. L’esperienza amorosa, infatti, è vista a posteriori, attraverso il filtro della memoria, del ricordo. Ciò è importante perché ci dice molto di Petrarca. Egli, infatti, non solo nel Canzoniere, ma anche nel Secretum o negli Epistolari si è dedicato a trasmettere di sé un mito, una determinata immagine. Un’immagine influenzata dalla lettura e dall’amore per Sant’Agostino, un’immagine di conversione, di redenzione, di pentimento, di un’anima volta a Dio. Un’immagine che stride con l’amore per Laura, ma, soprattutto, con l’amore per la letteratura, per i classici, per la scrittura, per la pratica poetica. Un’immagine che, proprio per questo, arriva al lettore scissa, ossimorica, in contrasto con sé stessa e nel continuo tentativo di raggiungere un unicum. È sintesi di una caratteristica peculiare dell’autobiografia, della scrittura della propria vita: l’autore sceglie cosa narrare, da quale prospettiva raccontare, cosa tralasciare, cosa enfatizzare. L’autore, a posteriori, cerca di trovare un filo conduttore alla propria esistenza, un senso alla casualità della vita. Paradossalmente, però, questi filtri che l’autore adotta sono specchi che riflettono meglio di uno sterile racconto cronologico. Le scelte che Petrarca fa ci rendono un’ulteriore immagine del sé, di ciò che per lui conta, ciò che è importante, ciò su cui riflette e medita. Ma la bellezza è proprio questa: ci dice di più il come rispetto al cosa.  


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