Parlare di autobiografismo relativo al Faust di Goethe può sembrare strano. Prima di tutto perché la leggenda di Faust non è certamente di sua invenzione, ma risale al Medioevo tedesco, ed è passata per molte penne nobili fra la sua diffusione e la stesura dei primi versi da parte di Goethe. Per evitare di rendere esagerate le nostre affermazioni, o troppo cervellotiche, limiteremo l’analisi alla Prima Parte della Tragedia. D’altronde affrontare entrambe le parti in un articolo sarebbe un’impresa icarica.

Per dovere di cronaca e comodità ne ricordiamo la trama. Faust fa un patto con uno spirito diabolico, Mefistofele, che gli promette tutto ciò che vuole. Faust è certo che se anche Mefistofele gli desse il mondo intero non sarebbe abbastanza, perché lo spirito umano è incontentabile. Mefistofele è invece certo che verrà il momento in cui il suo rivale si dirà pago e chiederà all’attimo di fermarsi. La disputa è quindi filosofica, verte intorno alla sostanza dello spirito umano rispetto a quello divino. La tattica di Mefistofele per vincere è subdola: conduce Faust nei luoghi più vari per corromperne lo spirito e renderlo così gretto da accontentarsi di ciò che gli viene dato. La vicenda principale di questa Prima Parte è quella di Margherita, vera tragedia nella tragedia. Margherita è una giovane ragazza del popolo con cui Faust inizia un affaire. La relazione si concluderà nel sangue: Faust lascerà la ragazza per continuare le sue peregrinazioni, dopo la loro unica notte d’amore; notte d’amore durante la quale la ragazza ha per sbaglio ucciso la madre dandole una dose eccessiva di sonnifero per poter giacere con l’amante; Faust ucciderà il furioso Valentino, fratello della giovane; Margherita ucciderà il figlio nato da quella storia impossibile e verrà per questo condannata a morte. Impossibile sarebbe credere che elementi reali della vita di Goethe possano essere visti in queste vicende, ma certamente molti simboli possono esservi letti e alcune ipotesi fatte.

Iniziamo da un’ipotesi di puro autobiografismo tanto suggestiva quanto difficile. Una delle vicende della vita di Goethe più note è quella definita come “idillio di Sesenheim”, piccola località dove ha vissuto un breve periodo di amore con la figlia di un parroco, la giovane Friederike Brion. Se lei è sicuramente stata una delle varie donne ricomposte nella figura della Lotte del Werther, potrebbe essere anche stata utilizzata nel Faust. Goethe lasciò inspiegabilmente la ragazza trasferendosi a Strasburgo e per il resto della sua vita parlerà di un terribile senso di colpa relativo a questo fatto. Senso di colpa per averla lasciata? Difficile. Secondo un’ipotesi senso di colpa per aver messo incinta la ragazza togliendole l’onore e la dignità. Se, come ovvio, era peccato capitale avere rapporti sessuali prima del matrimonio, era anche un terribile peccato “sociale” nella Germania dell’epoca per una ragazza del popolo rimanere incinta di un nobile ed esserne poi abbandonata. Goethe avrebbe poi rielaborato il suo senso di colpa nei confronti della ragazza che non aveva intenzione di sposare nella Prima Parte del Faust, mettendo il suo protagonista dalla parte della colpa inappellabile. A questo fatto si aggiunge un elemento sociale: le ragazze infanticide come Margherita erano moltissime. Quello che per i nobili era un passatempo rischiava spesso di diventare un’onta incancellabile per le ragazze, che, impossibilitate a crescere i figli di queste liasons erano spesso costrette a ucciderli in fasce o ad abortire. Coloro che si macchiavano di questi crimini erano condannate alla ghigliottina. Nella storia del colpevole Faust e della salvata -dal cielo- Margherita, Goethe potrebbe aver intrecciato a un motivo di denuncia sociale una professione di colpa biografica.

Ma gli elementi della propria vita che il genio tedesco ha sublimato nella narrazione poetica del Faust non sono finiti. Ne esaminiamo ancora qualcuno. Una sottile trama di recriminazioni aveva portato il giovane Goethe ad odiare la madre, tanto da desiderarne la morte in una lettera indirizzata alla sorella, nei confronti della quale provava un nemmeno troppo velato desiderio sessuale e amoroso. La madre incarnava il limite, o colei che aveva creato tale limite, alla possibilità della realizzazione della sua fantasia incestuosa. Margherita uccide, per errore -dice-, la madre. Che sia un caso? Le prime pagine dell’opera, il bellissimo monologo di Faust nel suo studio, sono spesso state lette come la critica sturmeriana nei confronti dell’Illuminismo. Preferiamo invece far nascere quei bellissimi versi da un altro motivo autobiografico. Faust lamenta che la propria immensa cultura, speculare a quella dell’autore, non lo abbia portato da nessuna parte, non lo abbia avvicinato di un centimetro a capire i segreti nodi della vita. Come non pensare che l’autore muovesse le stesse recriminazioni? Coltissimo delle arti ma anche di scienze naturali, tutte le sue opere presentano da qualche parti moti di delusione per l’impossibilità di capire realmente i segreti dell’essere. E se mettiamo la sua statura culturale accanto a quei libertini privi di alcun talento che erano gli altri sturmeriani ci sembra difficile mettere i suoi ragionamenti sullo stesso piano delle loro spesso infantili ribellioni.

Abbiamo voluto evitare di cadere nella facile e già tanto attraversata ricercata di autobiografismi nel Werther, per indagare il funzionamento della sublimazione biografica nel complesso e indistricabile tessuto poetico e letterario di quel capolavoro che è il Faust. 


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