Sono passati 73 anni, quasi tre quarti di secolo, da quel 27 Gennaio 1945, il giorno in cui le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

73 anni dalla fine di un orrore che per molto tempo è stato e continua ad essere portato nella coscienza, nei racconti, nei libri, nella memoria di chi in quegli anni sentiva la crudeltà sulla propria pelle e di chi, invece, a distanza di anni la legge, la vede replicata, la ascolta e la guarda.

La guarda negli occhi dei superstiti ai campi di concentramento e alla guerra , la guarda nei dipinti e nelle parole dei libri di coloro che soffrivano, la guarda nelle fotografie, che sperano di lasciare il segno nel cuore e nella mente di chi le osserva per far sì che niente di così brutale possa piú ripetersi.

La Liberazione di Auschwitz, 1945.
Fotografia di Boris Ignatovich

La fotografia,che ormai viene considerata una vera e propria arte, al pari della pittura e della scultura.

La fotografia che non è solo arte ma anche un documento, una fonte storica.

E se la fotografia documentasse un raccapricciante evento, come potrebbe essere, allo stesso tempo, una forma d’arte?

Questa può essere una domanda centrale guardando le foto che riassumono la ”soluzione finale”, l’annientamento totale degli ebrei premeditato dai nazisti.

Ebrei-ungheresi vengono selezionati dai nazisti per essere mandati nelle camere a gas nel campo di concentramento di Auschwitz. Maggio-Giugno 1944.

Conosciamo ciò che ci raccontano i libri di storia contemporanea attraverso le foto: cos’è la “soluzione finale”? In cosa consisteva?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo togliere un po’ di polvere alla nostra conoscenza dei fatti storici.

Siamo nel 1933 quando Adolf Hitler viene nominato cancelliere: da quel momento la sua ascesa è ancora più rapida.
Organizzò la sua dittatura emanando una serie di leggi eccezionali, imponendo il partito unico e scatenando la repressione contro gli oppositori, grazie alla Gestapo e alle SS.

Hitler voleva soprattutto preservare la purezza della razza ariana dalla contaminazione della popolazione ebraica.
Il Führer considerava il popolo ebreo come inferiore rispetto agli altri popoli.

“Se posso mandare il fiore del popolo tedesco nell’inferno della guerra senza la minima pietà per l’effusione del prezioso sangue germanico, allora ho anche sicuramente il diritto di sopprimere milioni di esseri di una razza inferiore che prolifica come i parassiti”

Durante la giornata del 20 Gennaio 1942, a Wannsee, i più alti esponenti del partito nazista e degli apparati di sicurezza si incontrarono per pianificare la “soluzione finale” al problema ebraico, l’ “Olocausto” o “Shoah”.

Fotografia di Michael Kenna

Era comunque difficile disintegrare un intero popolo, senza, soprattutto, che l’opinione pubblica ne venisse a conoscenza. Tre furono i passaggi premeditati: dopo essere catturati, gli ebrei dovevano essere portati nei ghetti, in seguito nei campi di raccolta e infine nei campi di sterminio, dove anche i corpi dovevano sparire.

Tutto però doveva essere progettato nei minimi particolari per arrivare alla meta in maniera rapida.

Il più grande campo di sterminio fu quello di Auschwitz-Birkenau, in Polonia.

Il campo era distinto in diverse parti: ad Auschwitz vi era il campo di concentramento, a Birkenau il campo di sterminio, a Monowitz il campo di lavoro e una quarantina di sottocampi.

Appena entravano nel campo, i detenuti venivano marchiati con un numero sulla pelle.

In quel momento perdevano la loro possibilità di ragionare, di pensare, di avere sentimenti, di avere dei caratteri distinti: non erano persone, erano numeri.
I nazisti riuscirono ad annientare la personalità e l’ ”Io” ogni singolo detenuto.

tatuaggio indicante il numero di uno dei sopravvissuti

I vestiti, gli oggetti preziosi e qualsiasi altro bene veniva sequestrato e donato ai familiari dei soldati tedeschi. Alle donne venivano rasati i capelli e venivano mandati subito nelle camere a gas i deportati più deboli, i bambini, i vecchi e i malati.

Gli altri, in attesa della loro fine, erano costretti ai lavori forzati in condizioni disumane.

Erano così che morivano i prigionieri: attraverso le camere a gas.

<<Zyklon B>> della IG Farben era il gas scelto appositamente per questo fine dai nazisti.

Il comandante di Auschwitz affermò:

Provoca la morte con assoluta sicurezza e rapidamente, soprattutto se usato in locali asciutti e a tenuta stagna, ben stivati di persone e usando il maggior numero possibile di condotti per l’ immissione del gas”.

All’uscita delle camere a gas venivano estratti i denti d’oro e se la pelle era in buono stato veniva utilizzata per la rilegatura di libri e anche per paralumi.

L’ultimo passaggio, che serviva a far sparire i corpi furono i forni crematori.

Le ceneri poi venivano utilizzate come concime per l’ agricoltura o come materiale inerte per costruzioni.

Le fotografie possono venire considerate arte, sapendo tutto questo? possono venire considerate arte quando guardandole ci tornano alla mente 15 milioni di persone annientate, distrutte?

Fosse comuni nel campo di concentramento di Nordhausen, in Germania subito dopo l’arrivo degli Alleati nell’aprile del 1945
Foto di John Florea

15 milioni di morti: un numero che lascia esterrefatti.
15 milioni, senza distinzione tra donne e uomini, bambini e anziani: tutti uguali davanti alla crudeltà umana.

“Io chiedo come può l’uomo
Uccidere un suo fratello
Eppure siamo a milioni
In polvere qui nel vengo
In polvere qui nel vento”

Auschwitz- Francesco Guccini

FONTI:

Storia e identità. Il Novecento e oggi. A. Prosperi, G.Zagrebelsky, P.Viola, M.Battini