Eugenio Montale fu molte cose e fece molte cose. La sua poesia resta il crisma più alto della sua personalità. Montale abita un mondo non solido, su un terreno traballante poggia i suoi piedi: di questa realtà ci parla la sua poesia. Percepisce lucidamente la gravità dell’abisso sul cui orlo fa il funambolo. Eusebio, come lo volevano gli amici, milita nelle fila di un eroismo denso, un eroismo d’antieroi, lo chiama Calvino. Come scrivere versi dopo D’Annunzio? come farlo contro D’Annunzio? cosa rimane da dire dopo Carducci, dopo Pascoli? come dirlo? C’è un pessimismo dolente in Montale, arido, asciutto, impietoso come ossi di seppia.

Montale tanto spesso nelle sue poesie si rivolge spesso a un “tu” femmina. Ma la sua poesia è altresì esempio dell’assenza della donna. E cioè, l’amore, le sue implicazioni sentimentali e concrete, appaiono piuttosto defilate nell’opera montaliana. Se è vero, e lo è, che il poeta celebra donne effettivamente legate alla sua biografia (Clizia è Irma Brandeis, Volpe è Maria Luisa Spaziani, Mosca è Drusilla Tanzi, nonchè sua moglie), è anche vero che non ci racconta mai storie d’amore private.

La donna, quale che sia di quelle succitate, ricopre di volta in volta funzioni diverse: emblema di un valore salvifico, occasione di ricordo, fantasma del passato, evocazione di un altro tempo, sempre realtà altra con cui dialogare per fuggire la negatività del presente.
Mai descritte fisicamente, vengono congelate in un gesto o in un particolare. Siamo non lontani dal modello stilnovistico della donna-angelo che non appartiene alla storia, ma è trasfigurazione poetica con cui il poeta non ha un rapporto diretto, ma di cui può raccontare l’assenza o l’illusione di salvezza.

Le Occasioni (1939) sono state definite un canzoniere d’amore. Qui, la missione salvifica è affidata a Clizia: il nome, mitologico, è dell’amante del Sole-Apollo, trasformata in girasole. Descritta con “occhi d’acciaio”, la chiaroveggenza di questa moderna Beatrice è destinata allo scacco. Il mondo, meccanizzato e impietoso, spinge Montale a cercare salvezza non più in cielo, ma a terra, nella vitalità degli istinti, nella sensualità della natura. Compare quindi Volpe, la poetessa Maria Luisa Spaziani, portatrice di un eros concreto, quasi un’anti-Beatrice, una musa terrena. Il quarto libro di Montale ha una nuova protagonista ancora: sua mogie Drusilla Tanzi, alias Mosca. Il motivo centrale è quello dello sguardo dell’amata: chiamata Mosca per via delle lenti spesse che porta, “il radar di pipistrello” e gli occhi “offuscati” della donna sono lo sguardo più attendibile del poeta stesso, il “senso infallibile” cui affidarsi.

A un epistolario va il merito di aver messo sotto gli occhi di noi lettori curiosi nuovi dettagli.
Nel 1983 l’ austera professoressa americana Irma Brandeis affida al responsabile del  Gabinetto Vieusseux di Firenze 154 lettere indirizzatele da Montale, con il divieto di renderle pubbliche prima di vent’anni. Proprio al Vieusseux, Irma ed Eugenio si erano incontrati per la prima volta, nel luglio 1933. Iniziava una lunga ed estenuante storia d’amore. Un mese di vicinanza e sette anni di lontananza. Sette anni di relazione epistolare. Quando Eugenio conosce Irma ha già una relazione con Drusilla Tanzi: questo, che un dettaglio non era, Montale lo tiene nascosto a lungo. Anzi. Irma è in America, Eugenio è con Drusilla tra Londra e Parigi, ma scrive alla donna lontana: “Mi manchi terribilmente”, firmandosi Arsenio. Lo stesso Arsenio, pochissimi giorni dopo, propone all’amante quattro soluzioni per la loro vita futura:

“1: Irma viene a vivere in Europa; 2: Arsenio va a vivere negli U.S.A. (difficile!); 3: Irma e Arsenio si incontrano ogni estate in Europa (orribili inverni!!); 4: Arsenio è dimenticato e ridotto in pezzi. Scegli, mia carissima Irma”

Quel nome Arsenio avrebbe dovuto dire qualcosa a Irma? Arsenio è il protagonista (e controfigura del poeta) di una poesia omonima degli Ossi di seppia. Il personaggio è rappresentato nell’atto di intraprendere un viaggio verso il mare, durante una terribile tempesta: fuor di metafora, trattasi dell’occasione per il raggiungimento di “un’altra orbita”, una che possa finalmente dare senso all’esistenza. Questa ricerca è destinata allo scacco: Arsenio si ricongiungerà alla moltitudine di morti, perpetuando una non-vita.

Solo molte lettere dopo Montale parla, confessa la relazione con Drusilla e conclude “Quando saprai capirai”. Irma invece non capisce. Cominciano i tira e molla, i mordi e fuggi, e ogni altra esperienza che possa richiamare anche il suo contrario.

Qualche lettere dopo, Montale informa Irma che Drusilla (chiamata sempre X.) minaccia il suicidio se lui la lascerà, e che lui non riesce a districarsi da questa situazione. Irma prende carta e penna, e:

“Ecco la situazione: una donna isterica minaccia di uccidersi e in questo modo tiene in scacco finché vive la vita di due persone. Una di queste decide di accettare la situazione, l’ altra, semplicemente, non ha scelta. A quest’ altra può succedere qualunque cosa: sarà sopportabile, purché Lei non minacci di uccidersi. […] Ti amo; e forse disprezzo quello che hai fatto, ma questo non cambia le cose. Le soluzioni più ovvie, immagino, sono di piangerci su, scriverne o fare l’ amore con un altro. Perdonami se quanto ho scritto sembra non da me e orribile. Il mio cuore ha preso a battere con un ritmo sgradevole, rapido e a fior di pelle”

È l’unica lettera di Irma che ci è pervenuta, per il semplice fatto che non fu mai spedita. Probabilmente ne inviò un’ altra meno dura, visto che Montale risponde con una lettera in cui, sebbene preoccupato, sembra fermo nei suoi propositi di liberazione dalla Mosca e di trasferimento a New York. Tuttavia, tra i due cambia qualcosa. E quello che rimane è la metamorfosi di Irma in Clizia.

Dopo oltre quarant’anni di silenzio, Montale manda a Irma le sue opere in versi, accompagnate da un biglietto: “Irma, sei tuttora la mia Dea, la mia divinità. Prego per te, per me. Perdona la mia prosa. Quando, come ci rivedremo? Ti abbraccia il tuo Montale”. Tre mesi dopo Eugenio Montale moriva.

 


 

FONTI

Fonte 1: la Repubblica