“None of us can hear six million voices at the same time. None of us can imagine the landscape of Auschwitz, Birkenau, Treblinka, Bergen-Belsen and the many other concentration and death camps. None of us can describe the odor of Auschwitz or the pain of a parent whose child was torn away. No words are adequate for this task. The art cannot express it. And still, all of us who survived took a silent oath, made a promise to tell a glimpse of the story.
Not to let the world forget. My art and my writing are my Kaddish for those who did not survive.”

Sono le parole che accolgono il visitatore sulla pagina web di Alice Lok Cahana, un’artista ebrea ungherese sopravvissuta all’Olocausto, e venuta a mancare lo scorso novembre.

Alice Lok Cahana

Alice nasce nel 1929 a Sárvár, in Ungheria.
Frequenta una scuola per ebrei, dove viene a contatto con il disegno per la prima volta.
Nel 1944 Alice e la sua famiglia vengono deportati nel campo di concentramento di Auschwitz, quando la Germania occupa l’Ungheria. Allora lei è solo un’adolescente.
Come riporta il sito web dell’United States Holocaust Memorial Museum, Alice viene selezionata per la camera a gas e sopravvive solo grazie ad un malfunzionamento del sistema.

Viene spostata nel campo di lavoro di Guben assieme ad altri prigionieri quando gli alleati si stanno avvicinando ad Auschwitz. Alice e la sorella riescono a scappare durante una marcia di gruppo, ma vengono trovate e mandate al campo di concentramento di Bergen-Belsen, che l’artista descrive come “l’Inferno sulla Terra”. In un’intervista del 1990 Alice ricorda che a Bergen-Belsen i morti erano così tanti che non venivano più portati via. Rimanevano nel campo, dove gli altri prigionieri e i tedeschi li calpestavano.
La prigionia era questo: calpestare gli altri, i tuoi compagni, per rimandare forse di pochissimo il momento in cui loro avrebbero calpestato te.
Alice ricorda i suoni che regnavano a Belgen-Bersen: un lamento di pianto continuo, che non si fermava mai, continuando giorno e notte. E le preghiere infinite, rivolte verso l’alto e verso gli aguzzini.

Alice è stata una dei pochi prigionieri a sopravvivere, liberata da Bergen-Belsen il 15 aprile 1945, alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Dopo la guerra si sposta in Svezia, dove risiede dal 1952 al 1957, poi nel 1959 si trasferisce definitivamente in America, a Huston.
Qui in quel periodo sta avendo un grande successo la color field painting, il movimento pittorico astratto basato su una pittura per campiture piatte. Ne viene fortemente influenzata, mentre frequenta la University of Huston e la Rice University.
Alice nasce come astrattista, e l’influenza della color field painting americana la porta a concertarsi particolarmente sul colore come soggetto vero e proprio.

La grande svolta per la sua carriera artistica –e vita personale,- avviene nel 1978, quando decide di tornare in Ungheria per visitare Sárvár.
L’artista descrive quest’esperienza come “La più scioccante che ho vissuto dopo l’Olocausto.
Trova la città uguale a come l’aveva lasciata, durante della guerra. Non ci sono monumenti in ricordo delle innumerevoli vittime, non c’è un segno, non c’è nulla. Sembra che tutti si siano già dimenticati della tragedia e siano venuti a patti con quanto successo.
Dopo aver assistito a questa rivelazione devastante, Alice affronta un profondo cambiamento di stile pittorico. Prima di tutto trova un obiettivo per la sua arte, che non abbandonerà mai: creare per ricordare l’Olocausto, le vittime e chi non ce l’ha fatta, ed evitare a tutti i costi che chi non c’è più venga dimenticato.
Stilisticamente, Alice abbandona l’astrattismo puro, inizia a sperimentare con il collage, e inserisce delle frasi nelle pitture. I colori che utilizza sono quasi sempre scuri, terrosi, freddi.
La superficie della tela viene spesso rovinata dall’artista: a volte bruciata, oppure incisa, macchiata, e le immagini applicate vengono graffiate diventando meno leggibili. Si intravedono delle frasi non sempre comprensibili, come fossero preghiere che non hanno raggiunto nessuno.

Una delle sue opere più forti è No Names, del 1991, oggi nella collezione fissa dei Musei Vaticani.

Alice Lok Cahana, No Names, 1991

È un ottimo esempio della sua fase avanzata. Anche senza conoscere l’artista e la sua storia, il soggetto e il significato della tela risultano subito chiari. Le rotaie del treno, l’atmosfera cupa e angosciosa e soprattutto i numeri identificativi che si ripetono ossessivamente riempiendo quasi l’intera tela, sono immagini immediatamente riconducibili al dramma dell’Olocausto.

L’opera è un esempio di quell’inserimento di frasi e testi all’interno delle pitture a cui si accennava precedentemente.
L’uso del collage avviene in opere come 1940-1944 II (trittico, 1984) e Where Are Our Brothers (non datato sul sito), in cui l’autrice utilizza fotografie e pagine stampate incollate sulla tela, su cui interviene con la pittura.

La scrittura è sempre stata una parte fondamentale nell’attività creativa dell’artista, che ha pubblicato degli scritti a partire dal 1945, quando ancora si trovava in riabilitazione dopo la fine della guerra.

Il bisogno di tirare fuori le immagini che è stata costretta a vedere e vivere, mettendole su carta e su tela, unito alla volontà e al dovere di far conoscere al mondo le atrocità a cui milioni di persone innocenti sono state sottoposte, è stato ciò che l’ha spinta a scrivere e dipingere.

Alice Lok Cahana è scomparsa il 28 novembre 2017, a 88 anni, dopo aver contribuito alla creazione di opere che agiranno da memento per il futuro, evitando che i milioni di innocenti uccisi durante la Seconda Guerra Mondiale possano essere dimenticati.