L’estate 2017 è stata segnata dal problema della siccità. I mesi caldi sono trascorsi accompagnati dalle immagini del Po ridotto ad un ghiaione e del lago di Bracciano che si ritirava di giorno in giorno. Con il morire dell’estate, le notizie sulla crisi idrica italiana sono scomparse dai media, ma è facile immaginare che il problema non sia svanito con l’ingiallire delle foglie sugli alberi. Per rendersi conto che il problema persiste, basta fare una rapida ricerca sul Web per scoprire che, ad esempio, al 14 gennaio 2018 il livello del lago di Bracciano era ancora 180 centimetri sotto lo zero idrometrico. Se poi si vuole andare un po’ più nello specifico, Legambiente ha delineato una situazione decisamente poco rosea nei principali bacini lacustri italiani, sia nel Nord che nel Centro. La captazione di acqua a scopo zootecnico o potabile, incrociata con il clima torrido, ha causato nel 2017 una riduzione generale del livello dei nostri laghi. A ciò si affianca il problema della qualità dell’acqua: sempre secondo Legambiente, il 60% dell’acqua lacustre italiana non soddisfa gli standard di qualità (leggasi: possibili multe in arrivo dalla UE).

Se la situazione italiana è grave (e chissà come andrà nell’anno appena iniziato), si può malinconicamente constatare che nel resto del mondo le cose vanno anche peggio. O meglio, molto peggio. In confronto a certi casi, l’abbassamento dei nostri laghi misurato in centimetri o metri sembra un nonnulla. Nel mondo sono in corso delle vere e proprie catastrofi ambientali, probabilmente irreversibili, che hanno già sconvolto la vita delle persone che abitano le zone interessate. E le cui conseguenze continueranno ad imperversare nei decenni a venire.

Il relitto di un peschereccio in quello che fu il Lago d’Aral

Un caso arcinoto è la scomparsa del lago d’Aral, che si può facilmente intuire anche con un tour su Google Maps tra Uzbekistan e Kazakistan. Era un grande lago salato, i cui immissari iniziarono ad essere oggetto di progetti di deviazione negli ultimi decenni dell’epoca zarista. Con l’avvento dell’Unione Sovietica, la captazione dell’acqua per sviluppare la coltivazione del cotone a monte del lago divenne inarrestabile. Dagli anni ’50 del secolo scorso il lago iniziò a ritirarsi in modo incontrollato, lasciando dietro di sé una distesa di terra desertica coperta di sale. Imbarcazioni, villaggi, porti, fiorenti impianti industriali per la lavorazione del pesce sono rimasti ad arrugginire in mezzo al deserto. Negli anni ’60 il lago d’Aral aveva un superficie di 68.000 kilometri quadrati, tre volte la Lombardia. Oggi è ridotto ad un quinto di quell’estensione.

Il Lago d’Aral nel 1989 e nel 2014

L’impatto del disastro ambientale sulle popolazioni circostanti ha le dimensioni di un cataclisma, non solo a livello economico e sociale. La trasformazione di uno specchio d’acqua in una distesa di sabbia salata sta innescando un processo di desertificazione che interessa le aree circostanti per un raggio di 300 chilometri. Pesticidi ed altre sostanze chimiche che un tempo erano sciolte nelle acque del lago si sono infiltrate nei terreni e nelle falde circostanti, causando un aumento di patologie legate all’inquinamento dell’acqua. Di fronte a tutto questo, colpisce non solo la cecità delle azioni passate, ma anche e soprattutto la mancanza di un vero piano per arginare la situazione. Ma l’area è governata da regimi dittatoriali nati dal crollo dell’URSS, ai quali l’acqua serve per sostenere l’economia, più che per riabilitare un lago perduto. Non c’è motivo di credere che i figli possano fare meglio dei genitori.

Scenari simili a quanto appena descritto, seppure in scala minore, si possono osservare anche nell’America latina. Ad esempio in Bolivia, dove un lago situato nella cordigliera delle Ande, il Poopò, è praticamente evaporato, anche a causa delle diversioni di acqua dagli immissari e del peggiorare della siccità nella regione. Anche qui, come sull’Aral, la scomparsa di uno specchio d’acqua ha provocato non solo la distruzione di un ecosistema, ma anche una serie di problemi economici. Migliaia di persone sono dovute emigrare, oppure hanno avuto bisogno di aiuti umanitari. I cadaveri dei pesci che un tempo sostenevano l’economia locale giacciono a marcire sulla terra riarsa, accanto ai relitti dei pescherecci. Gli abitanti rimasti si sono dovuti adattare a coltivare quinoa per sopravvivere nel nuovo deserto.

Le “copiose” acque del Giordano

Un terzo caso, forse meno catastrofico, ma ugualmente significativo, è quello del Mar Morto. Si tratta di un altro lago salato, che ha la particolarità di essere posto in una fossa tettonica a quasi quattrocento metri sotto il livello del mare, tra Israele, Giordania e Territori Palestinesi. Il lago è (o meglio era) alimentato dal Giordano, un fiume che nel secolo scorso è stato ampiamente sfruttato, anzi quasi prosciugato, per gli approvvigionamenti idrici di Israele e Giordania. Nella regione l’uso di acqua marina desalinizzata si sta rapidamente diffondendo, ma nonostante questo il Giordano resta esangue, ed il Mar Morto si ritira sempre di più. A ciò va aggiunto l’ampio sfruttamento industriale delle sue acque, ricchissime di minerali.

 

Gli effetti del dissesto geologico nel Mar Morto

La situazione è pessima, ma il Mar Morto non si prosciugherà: la profondità a cui si trova, insieme ad altri complessi fattori, farà giungere ad un punto di equilibrio (mancano ancora una trentina di metri), dopo il quale l’acqua smetterà di evaporare ed il lago si stabilizzerà. Tuttavia i danni geologici non verranno scongiurati: il ritiro delle acque ha infatti ripercussioni sulle sponde, con l’apertura di voragini (dette doline) nel territorio circostante il lago. Il ritmo con cui queste cavità si aprono nel terreno aumenta di anno in anno. Nel settore israeliano del lago i costi di monitoraggio ed adattamento delle infrastrutture a questo rischio geologico stanno diventano ingenti, per non parlare del pericolo per attività agricole o turistiche a cui può, letteralmente, mancare la terra sotto i piedi da un momento all’altro.

Come accennato all’inizio di questo articolo, le situazioni descritte hanno una dimensione catastrofica. In Italia, invece, un Paese ricco e sviluppato, dobbiamo far fronte ad una emergenza idrica che dovrebbe essere gestibile. Se una storia non va paragonata ad una storia diversa, è però vero che l’una dovrebbe servire da monito ed esempio per l’altra. Le fluttuazioni del livello del lago di Bracciano e i disastri ambientali stanno su piani diversi, tuttavia bisogna tenere sempre presente gli scenari più gravi. Perdere acqua significa anche mettere a rischio un capitale paesaggistico, economico ed umano. E i rischi non vanno mai sottovalutati.