E’ una fotografia, questa, che parla da sola.

Scattata in Indonesia da Justin Hofman raffigura un piccolo cavalluccio marino intento a trasportare un Cotton fioc.

Sewace surfer ©Justin Hofman

Lo scatto è arrivato tra le foto finaliste del Wildlife Photographer of the Year, un concorso che invita i propri concorrenti ad immortalare la natura e i mutamenti che l’ecosistema sta subendo.

La foto in questione, denominata Sewace surfer, è una triste se non agghiacciante testimonianza delle condizioni dei nostri mari.

La quantità di plastica che viene riversata nelle acque è scandalosamente alta e se a questa si aggiungono le montagne di materiale che vengono ininterrottamente immesse nel ciclo di riciclaggio, un processo che riesce a recuperare solo in parte il materiale gettato, la situazione appare in tutta la sua insostenibilità.

Il nostro stile di vita sconsiderato sta lentamente condannando il pianeta ad una implosione. Il sistema non potrà reggerà ancora a lungo le tonnellate di rifiuti che produciamo quotidianamente.

Uno studio della fondazione Ellen MacArthur relativo alla rilevazione di materiale plastico nelle acque ha stimato che nel 2050 ci saranno più materiali plastici che pesci. In soli 35 anni.

plastica oceani rifiuti
Plastica che si riversa sulle spiagge

Le cause della presenza di plastica nei mari è dovuta a molti fattori, uno dei quali consiste nella nostra incapacità di gestire i rifiuti.

Molti di noi gettano rifiuti solidi (anche quelli considerati biodegradabili) nei lavandini o nello scarico dei wc, incuranti del fatto che i sistemi di depurazione non sono in grado di filtrare come dovrebbero l’acqua e i materiali ivi contenuti, così che molti di questi raggiungono il mare.

Il mare. Quello stesso mare nel quale quasi tutti amano andare a passare le vacanze estive, pretendendo di trovare acque limpide e spedenti.

Purtroppo il mare è anche questo

Immagine correlata
Pacific Trash Vortex

Isole di plastica, come la Pacific Trash Vortex, nel Pacifico del nord, un’enorme distesa di plastica per cui è stato richiesto provocatoriamente il riconoscimento politico di stato vero e proprio: 700 chilometri quadrati, tanti quanto la Francia. Dovrebbero bastare.

O come l’immane isola di plastica scoperta nel pacifico del sud dal capitano Charles Moore e dal suo team di ricerca: 2,6 milioni di chilometri quadrati di materiale galleggiante e non. Grande quanto l’intero Mar Mediterraneo.

Tali accumuli sono dovuti a vortici di correnti che mano a mano spostano la plastica riversata in mare accumulandola in un unico punto.

In molti Paesi le acque costiere sono ormai impraticabili e la fauna marina ormai decimata

Questo però non è l’unico problema, una presenza quasi più grave consiste nelle microplastiche, frammenti di plastica inferiori ai 5 millimetri di produzione industriale (contenute per esempio nei prodotti di cosmesi) o causate dal deterioramento di prodotti più grandi.

microplastiche
Microplastiche derivate da deterioramento

Le azioni dei governi non sono abbastanza rapide né abbastanza efficaci.

Un piccolo passo è però stato da poco compiuto con la messa al bando nei supermercati dei sacchetti di plastica usati dai clienti per contenere frutta e verdura, provvedimento già avviato nel 2011 quando si vietò l’utilizzo delle buste di plastica in tutti i negozi.

A partire da questo mese, Gennaio 2018,  infatti, (anche se già alcune catene hanno avviato la conversione) questi verranno sostituiti con sacchetti prodotti con materiali biodegradabili (ovviamente, non sono mancate le polemiche, ma non è questa la sede per discuterne)

“Possono essere commercializzate esclusivamente le borse biodegradabili e compostabili e con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 40 per cento”

Così si legge nel decreto.

Pensiamo a quanta plastica portiamo a casa ogniqualvolta andiamo a fare la spesa e pensiamo che tutta quella plastica è stata prodotta e consumata per essere utilizzata una, massimo due volte. Dopodiché verrà gettata. Pensiamo a quanta plastica inutile viene utilizzata per la pura comodità dell’acquirente, invogliato a consumare un dato prodotto per la facilita di fruizione, garantita dal confezionamento in pacchetti monodose.

E’ dunque questo sì un piccolo passo, ma che può portare con il tempo a sensibilizzare le persone mostrando loro quante volte, ogni giorno, si maneggia della plastica senza fermarsi a pensare.