In occasione della Giornata della Memoria, la sezione arte de Lo Sbuffo, si è voluta soffermare sulla tematica dell’Olocausto e di analizzarla in relazione al campo artistico.

In particolar modo, l’articolo di oggi verterà sul fumetto Maus di Art Spiegelman, in quanto perfetta combinazione di elementi grafici artistici del contenuto che si è deciso di prendere in esame.

La copertina del fumetto

L’autore, nato a Stoccolma il 15 febbraio 1948, è un fumettista statunitense. Il legame con la tematica dell’Olocausto si evince già dalle sue origini, in quanto figlio di una coppia ebrea polacca sopravvissuta ad Auschwitz.

Ancora bambino si trasferisce in America e, nel 1968 avviene il tragico suicidio della madre per cause ignote; da questa difficile fase della sua vita, ne deriva il fumetto intitolato Prigioniero sul pianeta Inferno- un caso clinico, del 1972.

Il lavoro per Maus inizia nel 1978 e diviene il successo che segna la sua carriera di fumettista.

Maus è quindi una sorta di graphic novel che arriva al pubblico, negli Stati Uniti, tra gli anni 1986 e 1991, mentre in Italia viene pubblicato per la prima volta da Rizzoli nel 1989.

Come si è accennato, il contenuto di questo fumetto tratta dell’Olocausto; Art Spiegelman ha modo di conoscere abbastanza da vicino quello che caratterizzò questo devastante periodo, grazie a suo padre, sopravvissuto ai campi di concentramento di Majdanek e di Auschwitz, che diventa per lui una ricca fonte di informazioni sugli avvenimenti storici e anche sul lato emotivo.

Illustrazione all’interno del fumetto

Il fumetto si suddivide in due parti: la prima, formata da sei capitoli, intitolata Mio padre sanguina storiadescrive gli anni di poco precedenti la Seconda Guerra Mondiale e come si stanno evolvendo le condizioni di vita degli ebrei polacchi all’avvicinarsi dello scoppio. La seconda, è composta da cinque capitoli, con il titolo di E qui sono cominciati i miei guairacconta la drammatica quotidianità dei deportati nei campi di concentramento negli anni della guerra.

L’autore inserisce il suo stesso padre, Vladek, all’interno della vicenda come protagonista, ma include anche se stesso nella storia, nella spiegazione di come è giunto alla realizzazione del fumetto come prodotto finito.

La narrazione del passato viene frequentemente interrotta da istantanee della vita quotidiana, che vanno a descrivere l’attuale rapporto tra Art e il padre. Si giunge quindi a comprendere come ciò che ha contraddistinto gli anni di reclusione da parte del padre, torni ad influire nel presente, con una serie di abitudini che arrivano a coinvolgere anche chi gli sta attorno. Un esempio può essere il fatto che Vladek raccolga e conservi il filo di rame che trova per strada.

Una serie di atteggiamenti quasi maniacali e abitudinari di Vladek, addirittura insensati se decontestualizzati, influiscono sulla quotidianità di Art, che all’inizio sembra disinteressato all’agire del padre, mentre in seguito risulta a disagio e inadeguato di fronte a tale atteggiamento e alla gravità di ciò che il padre ha subito.

Una pagina del fumetto

Il racconto, sotto forma di fumetto, che apparentemente descrive solo i tragici episodi sopportati da Vladek, è in realtà specchio di Art stesso, ossia modo per analizzare la propria persona nell’influenza della figura paterna.  Emerge quindi, dallo scritto, come gli orrori subiti dal padre, deportato nei campi di concentramento, non si estinguano con la sola vita di chi li ha vissuti, ma caratterizzano anche la generazione successiva.

L’elemento che più caratterizza questa graphic novel è la sua illustrazione come allegoria; infatti, ogni popolo è raffigurato con una tipologia di animale ben preciso. Ad esempio gli ebrei sono disegnati come topi, i polacchi come maiali e i tedeschi come dei gatti. Questa precisa scelta potrebbe essere considerata come superficiale e blasfema rispetto alla gravità della tematica che si va ad affrontare, come la scelta stessa di descrivere tali orrori utilizzando il fumetto, potrebbe essere non adeguata e ritenuta poco rispettosa. In realtà, il lavoro di Art Spiegelman risulta assolutamente ben riuscito, tanto da vincere il premio Pulitzer nel 1992, dimostrando quindi una scelta audace ma efficace. Un modo per trattare da vicino la dura quotidianità dei deportati, analizzando in contemporanea il suo ruolo di figlio, e utilizzando un mezzo, il fumetto, che risulta di grande immediatezza e riesce a coinvolgere con semplicità il lettore.

Una pagina del fumetto

Con la scelta di utilizzare diverse tipologie di animali per diversi popoli, riesce a rendere perfettamente le caratteristiche degli stessi e le dinamiche che intercorrono tra di loro.

Interessante aggiungere che per quanto riguarda la lingua, nell’edizione italiana, all’inizio, è presente la nota del traduttore che spiega come si è agito affinché il modo di parlare di Vladek non perda le sfumature originarie: essendosi trasferito in America, parla un inglese che risente di elementi linguistici polacchi e contaminazioni Yiddish. Per questo, il risultato finale è un italiano, spesso non corretto a livello grammaticale, ma che rende perfettamente la veridicità del racconto.


FONTI
Treccani

polonicult

Art Spiegelman, MAUS Racconto di un sopravvissuto I, Mio padre sanguina storia, Traduzione di Ranieri Carano, Milano, Milano Libri, 1994