Nell’immaginario comune Pechino è la città dei grattacieli immersi in una nebbia tossica e delle mascherine per proteggere gli abitanti dall’inquinamento. Il ruolo della Cina come “grande inquinatore” del mondo è ben noto, tuttavia pare che quest’idea vada decisamente ridimensionata. Secondo un articolo firmato da Isaac Newman, condiviso dal sito dell’Eni,

negli ultimi cinque anni l’investimento cinese nelle energie rinnovabili è cresciuto da 39 miliardi di dollari a quasi 111 miliardi di dollari nel 2015, portando a una crescita di 168 volte dell’Energia solare e al quadruplicamento di quella eolica. Dal 2014 Pechino genera quasi la stessa quantità di energia idroelettrica, solare ed eolica di Francia e Germania messe assieme”.

I dati riportati sono ingenti e sorprendenti quanto i problemi che i cinesi devono fronteggiare. Si può facilmente intuire che la crescita economica e demografica del Paese non potrà continuare a fondarsi sulle energie fossili, nebbione di Pechino docet. Da questa situazione sta nascendo una vera e propria green revolution, basata su un impiego di tecnologie sostenibili che si misura in unità adatte alla grandezza del Paese in questione: centinaia di miliardi di dollari, centinaia di milioni di metri cubi d’acqua, centinaia di migliaia di pale eoliche e di chilometri quadrati di pannelli solari. I cinesi sono addirittura volati in angolino di mondo infinitamente più piccolo e remoto, l’Islanda, per apprendere le tecnologie che permettono di sfruttare l’energia geotermica. Devono anche risolvere problemi colossali per adattare la loro colossale struttura energetica alla rivoluzione in atto.

In definitiva, “colossale” è proprio l’aggettivo che meglio si adatta a descrivere l’impiego delle tecnologie sostenibili in quella che è a tutti gli effetti la rivoluzione energetica cinese. Anche un’altra grande massa demografica ed economica dell’Asia, l’India, si sta muovendo, seppur a rilento, e per ora più a parole che a fatti, in una direzione simile.

Ovviamente, il progetto energetico cinese non riguarda solo la salute polmonare di un settimo dell’umanità. L’obiettivo ultimo è quello di creare un sistema di produzione e distribuzione dell’energia (il più possibile pulita), che funzioni a livello globale. Si tratterà di una nuova rete di matrice cinese che darà energia non solo alla Cina, ma al mondo intero. Questa rete sarà legata ai corridoi economici transnazionali che Pechino sta creando intorno a sé (la cosiddetta “Nuova Via della Seta”), e agli ingenti investimenti cinesi nel continente africano. Questi saranno i mezzi con cui la Cina difenderà i propri interessi e consoliderà la propria preminenza nel mondo.

Questo nuovo scenario si sviluppa mentre gli Stati Uniti di Trump perdono drammaticamente terreno nel campo delle tecnologie sostenibili. Il presidente americano pensa a difendere le lobby del carbone e tiene occupata l’attenzione del mondo spostando un’ambasciata di quaranta chilometri. Questo mentre la Cina ne sviluppa migliaia in una rete di potere energetico, economico e politico che, diramandosi dentro e fuori i confini nazionali, promette traguardi colossali.