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17 gennaio 2018

LA LINGUA GRECA: SCHEGGE D’IRRIPETIBILE ELEGANZA

LA LINGUA GRECA: SCHEGGE D’IRRIPETIBILE ELEGANZA

La lingua geniale: 9 ragioni per amare il greco. Questo libro, di una giovanissima Andrea Marcolongo, mi sembra non solo una risposta, dettagliata e intelligente, a quella cantilena di domande retoriche che suona più o meno “perché studiare le lingue morte”. Avevo il sentore, andando avanti a leggere le nove ragioni, che non fosse solo questo, che il valore di questo libro fosse anche altrove. Ne ho trovato la conferma nelle righe che introducono la bibliografia.

“La maggior parte dei testi che hanno contribuito alla stesura di questo libro non tratta affatto di greco, ma della vita. Talvolta non sono nemmeno stati libri, ma musica, luoghi, quadri, esseri umani.”

Per un fatto intimo, forse, rimango colpita proprio da questa frase. Il primo giorno di ginnasio, la mia professoressa di greco rispondeva -e noi ancora non lo sapevamo- alle domande che ci avrebbero posto negli anni a seguire. Ora che è passato del tempo una cosa mi sembra chiara: chi chiedeva perché avessimo scelto il liceo classico non ha mai voluto davvero una risposta. La domanda era scettica, ma soprattutto retorica. E nell’aspetto di chi la poneva, c’era l’intenzione di non cambiare idea. E cioè, scelta ottusa e cieca, quella di studiare latino e greco, nel mondo d’oggi.
Tornando alla mia professoressa di greco che ci faceva uno spoiler il primo giorno di scuola, scrivendo sulla lavagna γνῶθι σαυτόν, conosci te stesso. Quindi non avremmo studiato solo il greco, ma anche la vita. Che è un po’ quello che Andrea Marcolongo vuole dire quando scrive che non è importante essere stati studenti del liceo classico per leggere (apprezzare o contestare) il suo libro. Perché comunque il greco può condurre a nuovi modi di pensare la vita, in qualsiasi lingua siamo abituati a elaborarla, prima ancora di esprimerla.

Mi pare che Andrea Marcololngo dica già tutto nell’introduzione, il resto, poi, puntualizza quel tutto, lo corrobora, lo prova. Nell’introduzione c’è la risposta alla domanda retorica di quell’interlocutore che domanda sclerotizzato perché diavolo si studino ancora le lingue morte:

“[…] dire cose complesse con parole semplici, vere, oneste: ecco la potenza del greco antico. […] è al greco che torniamo quando siamo stanchi della vaghezza, della confusione; e della nostra epoca.”

Una delle nove ragioni mi sta a cuore più delle altre: l’aspetto verbale. Il greco, nel suo sistema verbale, non considera il tempo, ma l’effetto dell’azione sul parlante. Che è come dire, non mi chiedo quando, ma come. Che è come dire che oggi abbiamo barattato lo sviluppo delle cose, preferendo a questo la prigione del momento delle cose. Il greco, con il valore aspettuale del verbo ci insegna che nulla si può fissare nel tempo, perché scivola sempre in qualcos’altro.

“Come spesso accade, nella lingua ma soprattutto nella vita, c’è bisogno della stranezza per illuminare il senso”: un verbo irregolare chiarisce qual è il vero senso del valore aspettuale.

ὁράω, εἶδον, οἶδα: è parte del paradigma del verbo guardare, anzi, guardare con gli occhi.
Al di là della conoscenza del greco, è un fatto grafico -che possiamo guardare con gli occhi– che nel paradigma una parola non assomiglia all’altra. E infatti, a ognuno di questi temi corrisponde un significato diverso e ognuno di questi temi viene utilizzato indipendentemente; nessuno sembra sapere che uno viene dall’altro, se non le grammatiche.

La prima delle voci significa “sto guardando”: il tema del presente indica un’azione in via di svolgimento. εἶδον: siamo nella terra dell’aoristo, il tempo indefinito (aoristo significa senza limiti). Indica un’azione che si compie senza che si considerano le conseguenze. Cioè, “guardo”.
οἶδα, qui siamo di fronte a un esempio meraviglioso. Il valore aspettuale del perfetto ci dice che l’azione è avvenuta nel passato, sì, ma ci vuole dire che ciò che conta delle azioni sono gli effetti, quelli che perdurano nel presente. Il tema della conseguenza, l’idea della fine come risultato di un inizio. Tornando al verbo, al perfetto significa “so”, e cioè, perché ho guardato attentamente, so.

Ma qual è l’aspetto più bello di questo sistema?  I Greci, coraggiosi, non chiedevano il come del futuro, e cioè non c’è un aspetto per il futuro. Bisognava vivere; poi, per parlare, c’erano il presente, l’aoristo e il perfetto. Ma solo poi.

Cosa è successo dopo? Dove si trova l’aspetto verbale oltre a quelle poche righe che le grammatiche greche dedicano all’argomento? È successo che nelle lingue, nelle lingue tutte, ha vinto il principio di economia, come sempre (in linguistica, e non solo in linguistica). Le cose si complicano: serve una lingua più semplice (pensiamo alle nostre emoticon). La fine dell’aspetto ha segnato la vittoria della prigione della memoria, appiccicosa.


 

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