Achille piè veloce è un romanzo di Stefano Benni, uno di quelli in cui si coglie tutto l’eclettismo dell’autore.

Il protagonista è un giovane scrittore, ma ora “secca è la vena de l’usato ingegno”. Dopo aver pubblicato un libro con un discreto successo, vive una crisi creativa. È intanto impiegato come correttore di bozze in una casa editrice, anche questa in crisi. Le prime parole del libro, le prime parole che introducono il protagonista sono “l’uomo con i libri sottobraccio uscì di casa”. Qualche paragrafo dopo “[…] sottobraccio non portava libri ma dattiloscritti, anzi scritto dattili, come lui li definiva, dato che scrivere è ormai operazione da dinosauri[…]”.

Quindi, l’uomo esce di casa. Con sé porta dei racconti inviatigli da scrittori alle prime armi, che, nel corso dalla storia, vengono fuori, o l’uomo immagina che vengano fuori, o gli scrittori stessi immaginano poter venir fuori, dalla sua tasca, per chiedere di essere letti.
Tutto perché l’uomo possa pensare, o immaginare di pensare, o essere immaginato a pensare: il suo animo tormentato, infatti, gli parla tramite la voce di questi aspiranti autori.

L’uomo-con-i-dattiloscritti-sottobraccio è innamorato di una giovane sudamericana senza permesso di soggiorno, le cui giornate sono una lotta strenua contro il licenziamento suo e dei suoi colleghi. Le giornate dell’uomo-con-i-dattiloscritti-sottobraccio, invece, sono una lotta altrettanto faticosa contro le tentazioni che gli vengono dalle altre donne: è, all’inizio del libro, un poligamo seriale.

“-Se ti do il mio numero di telefono, mi prometti che non mi chiami prima di un anno?
-Perché?
-Perché così sarei tranquilla, saprei che non sei uno che dimentichi”, così Benni descrive l’incontro dei due innamorati.

Ma un altro incontro si comporta come centro gravitazionale e richiama ogni tensione. Un giorno, l’uomo-con-i-dattiloscritti-sottobraccio riceve una lettera. Lasciamo che sia sempre Benni a fare gli onori di casa e a presentare anche il nuovo personaggio. “Se lei riuscisse a concepire nella sue testa una qualsiasi definizione di normalità in nessun modo io rientrerei nella sua definizione”, è scritto nella lettera.
È una lettera strana quella che lo scrittore riceve. Caratteri gotici, battuti su di un computer. Dolore esibito, quasi da essere impudico. E ancora, gli accenni all’anormalità, alla difficoltà per l’emittente di scrivere una lettera o di telefonare…
Il ragazzo che scrive, si scopre poco dopo, è tenuto in casa dalla madre e dal fratello. Per motivi diversi: la prima lo ama, il secondo lo odia. Nascosto al mondo per via di una grave malformazione che lo ha reso paralitico, è un ragazzo coltissimo che vive con la gradita compagnia solo di una ricca libreria.

Quella che nasce è un’amicizia. Insolita, perché vera. Cruda e dolorosa, ma ironica. E ancora una volta, risulta difficile parafrasare Benni.

“Sai cos’è un amico? Uno che non ti vede come un rosario su cui sgranare le proprie assoluzioni, ma come qualcosa di complicato e doloroso che cammina insieme a te, qualcosa che non capisci mai fino in fondo e che ti invade.”

Lo scrittore è un uomo riservato, taciturno; l’invalido è complicato al punto da risultare a tratti odioso. L’uomo malato cerca l’uomo-con-i-dattiloscritti-sottobraccio perché ne ha bisogno e quest’ultimo, nello sforzo di aiutarlo, si apre (e scioglie) la sua vita.

C’è, fino ad ora, un abuso di pronomi, di epiteti: una cosa abbiamo tralasciato, i nomi. L’uomo dei dattiloscritti è Ulisse, la bella sudamericana Pilar-Penelope, l’uomo paralitico Achille. La tentatrice, e a questo punto ce lo aspettiamo, un’ammaliante Circe.

Se c’è un Achille, c’è un tallone.  La malattia. Se c’è un Achille, c’è un eroe. La dignità. Che si condisce di umorismo, cultura, vivacità nel dolore e nell’entusiasmo. Non è la guerra di Troia quella che ci viene raccontata, ma certo un mondo non meno doloroso e funesto.
C’è un’immigrata senza permesso di soggiorno, licenziata a causa del fallimento di un’azienda e costretta a lavorare in discoteca; c’è un amore superficiale, tanta fisicità e poca comunicazione; c’è una malattia forte e inesorabile, ma anche chiave di un viaggio interiore; ci sono dolore, paure ed errori di una madre che cerca di proteggere un figlio disabile; c’è una scalata scevra di scrupoli verso il successo; c’è la scrittura, tra rinuncia e bisogno…

C’è un mondo contemporaneo e personaggi modernamente eroici.

“…la musica è l’unica cosa di cui i miei libri sono gelosi”. Dice Achille. Ma forse il libro di Benni può non rodersi nell’invidia.
Questo racconto lascia una melodia. Che musica?
“Tutto, samba e salsa e tango e jazz ma anche la musica dei gringos. Dylan, Jeff Buckley, Dave Matthews. E la classica. Il piano: Chopin, Satie”, e poi “certe volte Caetano Veloso, o Creuza de mä, oppure rock a tutto volume” e anche “I’m Only Human, degli Human League”.
E poi le risa, una risata di gusto, sovrana e beffarda. Che un po’ sembra che ti prenda in giro. Questo libro ride libero.


 

FONTI

Fonte 1: Stefano Benni, Achille piè veloce, Milano, Feltrinelli, 2003