C’è un Pasolini che si può respirare solo nelle strade di Roma. C’è una Roma che sopravvive solo nelle visioni di Pasolini.

È noto che Roma sia stata la scenografia privilegiata di Pasolini. Basti pensare a Ragazzi di vita, che si apre con la scena del bagno dar Ciriola e, privo di una vera sequenza narrativa, è incentrato, piuttosto, sulla corporalità del proletariato romano. Basti pensare a Una vita violenta, quasi una continuazione del primo, nel suo essere racconto lucido della putrefazione di Pietralata, una borgata romana. Basti pensare, ancora, a Squarci di notte romane, a Gas e Giubileo.

 

È il 1962 quando… Mamma Roma. Pasolini è al suo secondo film.
Mamma Roma è una prostituta romana decisa a cambiare vita.
Ma Mamma Roma era per Pasolini molto altro. Era la sua culla, la genesi delle sue visioni poetiche, narrative, a metà tra un sogno e una trappola.

Facciamo un passo indietro. Pasolini non nacque a Roma. Roma era forse la sua culla, ma non il suo grembo.
Nasceva invece a Bologna e i primi anni della sua vita li passa in viaggio, ora qua, ora là. Parma, Conegliano, Belluno, Casarsa della Delizia (in Friuli), Scandiano…

Pasolini a Roma ci arriva solo nel 1950, e vi si rifugia. In Friuli, era stato espulso dal partito comunista e sospeso dall’insegnamento per una denuncia di atti osceni in luogo pubblico e corruzione di minore.
Inizia con queste premesse il periodo romano.

I primi tempi non furono facili, vissuti al limite dell’indigenza. Al periodo romano risalgono alcuni incontri fondamentali: l’amicizia con Sandro Penna e quella con Sergio Citti. Il primo divenne amico inseparabile, il compagno delle passeggiate notturne sul Lungotevere, e l’altro, un giovane imbianchino, fu anzi molto di più, come scriverà lo stesso Pasolini, fu il suo “dizionario vivente”, aiutandolo con il dialetto romanesco.

 

Ma perché Roma? Perché Mamma?

Certamente, per Pasolini, Roma non fu solo uno scenario. Arrivava da difficili circostanze, per trovarsi in un situazioni anche peggiori: la precarietà della condizione economica lo costringeva a vivere nel sottoproletariato delle borgate, violentemente povere, dove si parlava una lingua non sua.
Ma per questo nuovo mondo, Pasolini mostrava non ribrezzo, una curiosità quasi del neofita, invece.
Roma sarà l’origine di una ispirazione potente, che gli offrirà generosamente e spontaneamente, come  nella natura di questa città, i protagonisti delle sue storie e il modo di dire quello che voleva dire.

“Roma nella mia narrativa ha quella fondamentale importanza…in quanto violento trauma e violenta carica di vitalità, cioè esperienza di un mondo e quindi in un certo senso del mondo.” (Pier Paolo Pasolini in La Fiera Letteraria, 1957)

Ci fu in lui, soffertissima, la consapevolezza del limite sul quale si muoveva: la voglia di precipitare verso una visione estetico-erotica del mondo, e la voglia di luce.Vi era in Pasolini un conflitto. Agivano in lui forze centrifughe che lo agitavano e disperdevano.
Da un lato la purezza della giovinezza, dall’altro la maturità peccaminosa; da un lato la sacralità aurea della religione, dall’altro la corruzione della corporalità; da un lato l’amore genuino per la mamma, dall’altro quello empio per i ragazzi, i corpi, il sesso.

E il popolo stesso, quello delle borgate romane, era finalmente la possibilità di vedere pacificamente tutti questi slanci, indirizzati, indistintamente, con stessa passione, ora al sesso, ora alla religione, ora alla violenza, ora alla fame. Ma sempre in modo vitale.

 

“[…] che pochi conoscono le passioni
in cui io sono vissuto:
che non mi sono fraterni, eppure sono

fratelli proprio nell’avere
passioni di uomini
che allegri, inconsci, interi

vivono di esperienze
ignote a me. Stupenda e misera
città che mi hai fatto fare

esperienza di quella vita
ignota: fino a farmi scoprire
ciò che, in ognun, era il mondo.”
(Pier Paolo Pasolini, Pianto della scavatrice)


 

FONTI

Fonte 1: Pier Paolo Pasolini