I videogiochi si apprestano a sbarcare alle Olimpiadi, presto li vedremo come nuova disciplina olimpica: è stata questa l’impressione generale che si è avuta alla notizia che il Comitato Olimpico Internazionale ha aperto al riconoscimento di alcuni videogiochi come attività sportiva. In realtà qualche precisazione andrebbe fatta, anche perché subito sono partite le polemiche, la formazione di schieramenti opposti, le riflessioni pensose di guru, opinionisti, pedagogisti e perfino atleti.

Innanzitutto va detto che il CIO si è limitato solo a riconoscere che certe categorie di videogiochi “possono essere considerate delle discipline agonistiche vere e proprie”, cioè un’attività sportiva, uno sport a tutti gli effetti. Ma nessun via libera al momento è arrivato per un’eventuale partecipazione a Olimpiadi previste nell’immediato futuro. Siamo quindi ancora a un livello molto generale, quasi di filosofia sportiva. Infatti nel comunicato che accompagnava l’apertura ci si è limitati più che altro a indicare i requisiti che questi videogiochi dovrebbero rispettare per poter essere riconosciuti come sport olimpici: oltre a quelli più socio-politici (una diffusione mondiale e un’equa presenza di uomini e donne), soprattutto la costituzione di organizzazioni federali che garantiscano il rispetto delle norme del Movimento Olimpico per quanto riguarda regolamenti, scommesse, doping ecc.

Non si tratta quindi di aprire indiscriminatamente al riconoscimento di qualsiasi videogioco come di uno sport: si fa riferimento esclusivamente ai cosiddetti eSports. Questi sono videogame multiplayer in cui i giocatori sono chiamati a sfidarsi in veri e propri tornei virtuali che poco hanno da invidiare a quelli reali, richiedendo infatti un attento allenamento mentale e fisico (soprattutto alle mani) per sfidare e battere i competitor in sfide all’ultimo secondo di lotta, guida, simulazione, strategia ecc. Si tratta infatti di gare ad alto livello di stress, che richiedono una notevole concentrazione mentale e pure un’allenata resistenza e capacità fisica, organizzate tra l’altro in arene sportive, con folto pubblico di sostenitori e commentatori, e finanche trasmesse in diretta televisiva. A ulteriore riprova che ormai possono considerarsi a tutti gli effetti uno sport (e uno sport di successo oltretutto) c’è il fatto che pure intorno a queste discipline “virtuali” ci sono fiorenti giri di scommesse illegali, scandali per doping e interessi economici milionari. Soprattutto in Asia questi sport attirano investimenti e sponsor non indifferenti: ne è un ottimo esempio la League of Legends, la cui finalissima si è svolta addirittura allo stadio Olimpico di Pechino e ha visto sfidarsi due squadre sponsorizzate da pezzi da novanta come Samsung e Sk Telecom, cioè una delle più grandi aziende al mondo e l’operatore di telefonia mobile leader in Corea del Sud.

Indubbiamente questi nuovi sport virtuali non possono vantare quella lunga tradizione sportiva che sta dietro a certe discipline olimpiche. Eppure andrebbe ricordato che pure lo sport per antonomasia in Italia, il calcio, ha appena un centinaio d’anni: non è poi così antico né così connaturato come si potrebbe pensare. Non è neppure corretto identificare in toto gli eSport con i millennials come alcune polemiche hanno già iniziato a fare, paventando una generazione disinteressata a ogni sforzo, anche quello fisico: non solo perché i videogiochi esistono da molto prima e queste discipline richiedono in realtà un notevole allentamento, ma soprattutto perché tra i millenials lo sport è senza dubbio ancora un valore molto forte e più condiviso forse di altre epoche. Molto più profonda delle proteste di certi atleti, docenti di educazione fisica e esperti vari appare semmai la riflessione di un videogamers di successo, che ben riassume il senso degli eSports come nuova possibilità sportiva:

Inevitabilmente ci sono bambini che sono portati per l’attività atletica e altri che, per problemi di vario genere come salute o costituzione, non sono per nulla portati e finiscono per soffrire. Questi ragazzi non sono meno validi in generale, ma lo diventano se fanno un’attività che non è a loro congeniale. Ci sono tante altre attività invece nelle quali potrebbe esprimere le potenzialità che hanno e che sono diverse da quelle degli altri. Finché non ci sarà un riconoscimento del fatto che queste attività hanno una dignità, avremo un sacco di ragazzi che non riusciranno a sfruttare il loro potenziale.

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