11 dicembre 2018

Victoria’s Secret Fashion Show: quanto (ci) costi!

Victoria’s Secret Fashion Show: quanto (ci) costi!

La moda porta le idee, e le idee -si sa- portano soldi. Molti, nel caso dell’olimpo di reggiseni e lingerie marcati Victoria’s Secret. La società americana, famosa per la sua varia e ampia collezione di “abitini” succinti dedicati alla cultura quasi voyeristica del corpo femminile e per le sue modelle con le ali da angelo, vuole fare le cose in grande quando si parla di fashion show. E per farlo, non bada a spese: 26,4 milioni di dollari per la precisione, questo è stato infatti il costo del Victoria’s Secret Fashion Show che si è svolto l’anno scorso a Parigi. Uno spettacolo che ha esposto una collezione frutto di 18 mesi di progetti a ciclo continuo, arrivata nella capitale francese a bordo di 45 camion con rimorchio. Uno staff sterminato, 350 ore di lavoro ininterrotto per allestire le scenografie e, dulcis in fundo, il Fantasy Bra (dal solo costo di  2 milioni e mezzo di dollari), una specie di Premio Oscar del settore indossato ogni anno da un Angel diverso. Un costo dalle cinquanta alle cento volte superiore rispetto a quelle di un “normale” fashion show. Cifre da capogiro. Un po’ troppo -potrebbe obiettare qualcuno- per quattro paia di mutande.

Victoria’s Secret Fantasy Bra, 2017

Ma come fanno quattro paia di mutande a costare l’equivalente del debito pubblico italiano?

Un passo indietro. Fondata nel 1977 a San Francisco da Roy Raymond, l’azienda prese il nome, goliardicamente, dalla regina Vittoria d’Inghilterra. Si narra che l’idea di creare una società che producesse abbigliamento intimo femminile sia venuta a Roy quando, presa la decisione di regalare della biancheria alla moglie, si trovò di fronte un mercato inadeguato che proponeva solo capi di pessima qualità. L’impresa fatturò 500mila dollari solo il primo anno, ma di lì a poco Raymond la vendette per circa 6 milioni al miglior acquirente, in questo caso Leslie Wexter. Era il 1982, e da quell’anno gli introiti di Victoria’s Secret lievitarono velocemente.

Da quel momento si è parlato di un giro d’affari annuo di circa 10 miliardi -dei quali un miliardo e mezzo di utile netto- sui soli mercati europei e americani, con picchi di massima durante i mesi di novembre (in concomitanza con il programma delle sfilate) e periodo natalizio -quando inizia la corsa ai regali.

Victoria’s Secret Fashion Show, 1998

La passerella? Non solo una sfilata, ma una performance artistica

Sì, i fashion show vendono quelle quattro paia di mutande che ci strizzano languidamente l’occhio dalla vetrina di un negozio. E d’altra parte, le entrate che creano liquidità durante questi spettacoli sono notevoli. I dati raccolti rivelano che la stessa CBS ha pagato quasi un milione e mezzo in diritti televisivi per trasmettere lo show in 158 paesi in tutto il mondo. Nulla di cui stupirsi, in un universo nel quale il prezzo di listino di uno spot pubblicitario one-shot da mandare in onda durante la sfilata può arrivare fino a 250.000 dollari.

Gli altri marchi, intanto, si inchinano e stanno a guardare. Anche loro cercano di sfruttare la cresta dell’onda che il business richiama, cercando di dare visibilità ai propri prodotti grazie alle supermodelle di Victoria’s Secret. Basta una foto su Instagram per generare introiti mostruosi. Facile, quando ognuna di loro ha milioni di followers ed è sufficiente un tweet azzeccato per muovere folle oceaniche. Loro lo sanno: il gioco è fatto.

Un po’ troppo per quattro paia di mutande. O forse troppo poco. Perché ciò che i negozi di Victoria’s Secret propongono -e che i fashion show elevano a icona in tutti i loro aspetti- è l’esperienza dell’intimo. La lingerie 2.0, esclusiva di Victoria’s Secret da quarant’anni a questa parte, come capo d’abbigliamento d’élite, progettato come opera d’arte. Uno stile di vita, un must-have che fa acquistare una maggiore consapevolezza a chi sa di indossare un capo disegnato dalla società americana, proiettandola in un mondo dove non esistono altri valori se non la bellezza. Una bellezza esteriore che, nella società moderna, non bada a spese per essere raggiunta.

 

 

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