Nonostante la maggior parte delle persone pensi che la persecuzione nei confronti delle streghe abbia raggiunto il suo apice alla fine del 1600, la realtà è ben diversa e ancora oggi è una pratica esistente. Negli ultimi anni, sono giunte notizie di stregoneria dall’America Latina, dal Pacifico e, soprattutto, dall’Africa; eppure, il problema non è così circoscritto come si potrebbe pensare a causa dei continui e diversificati flussi migratori che interessano tutti i continenti, rivelando un dramma internazionale.

L’Africa ha una menzione in particolare, poiché in molte zone credenze e miti sono profondamente radicati negli aspetti religiosi della vita comunitaria. La magia è uno di questi e ha giocato un ruolo rilevante in ribellioni, conflitti, guerre, e a volte è stata usata in modo benefico nella convinzione di riuscire a curare i malati. Tuttavia, qualora gli effetti siano negativi, essere giudicati colpevoli di stregoneria è un crimine punibile con la morte, a meno che non ci sia una proposta di perdono da parte degli altri membri e un rituale religioso di purificazione dell’incriminato, messo in atto da un “prete ufficiale”. Ovviamente, se si è prima riusciti a sfuggire al linciaggio degli altri membri della comunità, eventualità sempre più frequente a causa dell’avvento delle chiese evangeliste, nelle quali “pastori-profeti” si battono duramente per opprimere la stregoneria e la possessione degli spiriti malvagi – incitando alla violenza.

Ghana e Zambia sono le aree dove essere streghe è il peggiore dei mali. Come si può capire se qualcuno è una strega o uno stregone? I sintomi che etichettano come tali sono diversi: morte di un parente o un conoscente, malattie, difetti fisici congeniti, alcolismo, disturbi mentali, un cattivo raccolto, una perdita di bestiame. Il capro espiatorio per eccellenza sono le donne, in particolare le più anziane e le vedove, ovvero coloro che non sono più protette da una figura maschile dominante e che sono perciò lasciate in balìa delle suggestioni della comunità – secondo un report di ActionAid, il 70% degli abitanti del campo di Kukuo sono vedove, per l’appunto, e si suppone quindi che l’accusa di stregoneria sia stato un modo facile e diretto da parte della famiglia stessa per allontanare la donna e prendere controllo delle sue proprietà. Non possiamo non concordare con Dzozi Tsikata, professore dell’Università del Ghana, quando sostiene che “i campi delle streghe sono una drammatica manifestazione dello status della donna in Ghana. Le più anziane diventano un bersaglio perché non sono più utili alla società”.

Di conseguenza le streghe sono esiliate, costrette ad abbandonare il proprio villaggio per evitare il linciaggio e la morte che ne conseguirebbe, e si dirigono verso i cosiddetti “campi delle streghe”. Molto simili a dei ghetti, i campi delle streghe sono luoghi di aggregazione, disordinati e gestiti da diversi capi, dove gli accusati di stregoneria possono trovare rifugio e continuare la loro vita separati da chi li ha banditi, salvi. Si dice che questi campi esistano da più di due secoli e che i tindanas, i capi che li gestiscono, siano in grado di ripulire la reputazione dell’accusato e che sia il diretto interessato, sia l’intera comunità a cui appartiene, verranno risparmiati da ulteriori incantesimi; in realtà, essere considerati streghe o stregoni è una perdita di dignità che metterà sempre in pericolo la vittima, qualora tornasse al suo villaggio. Tra Ghana e Zambia ci sono sei campi, e i lori abitanti riescono a sopravvivere procurandosi acqua e cibo, raccogliendo legname, lavorando per fattorie e coltivatori della zona. Nonostante le autorità abbiano deciso di chiudere i campi e riabilitare le streghe e gli stregoni che li abitano, nel tentativo anche di diffondere l’idea che la stregoneria non esiste, la chiusura è ancora lontana – si pensi che solo uno è stato chiuso dalla decisione, presa nel 2014 – e in totale si contano più di 500 donne, una decina di uomini e 300 bambini.

Recentemente il problema è stato portato sotto i riflettori internazionali grazie a Rungano Nyoni, regista del film I Am Not a Witch, il cui obiettivo è stato quello di “puntare il dito contro l’assurdità” e che ha cercato di trasferire la rabbia in una satira, con un senso dell’umorismo crudele – tipico dello Zambia – che ha lasciato di stucco il pubblico del Festival di Cannes.