Quando lui morì, il 17 agosto 2011, tutti quelli che indossavano al proprio polso un segnatempo di haute horologerie elvetica, sentirono piangere i loro cuori. Quando lui morì, non se andò solo un uomo, ma un moderno Prometeo, uno di quelli che la storia l’aveva fatta sporcandosi le mani, e perché no, osando. Quando lui morì, il mito nacque. Insieme al tramonto di quel giorno se ne andava uno dei più grandi -se non il più grande- designer di orologi che abbiano mai messo piede sul pianeta Terra. Quello che produsse, nei quasi sessant’anni di attività come progettista, fu un notevole passo avanti nella cultura dei segnatempo come mai si era visto fare in un’intera epoca di ricerca, sempre sul filo del rasoio tra meccanica e arte. Non parliamo di Leonardo da Vinci o Galileo, ma di Gerald Genta, il guru degli orologi made in Switzerland e archetipo artistico di tutto ciò che Swiss non era.

Il suo ingresso nel mondo del lavoro era cominciato in modo abbastanza comune: studi di gioielleria, oreficeria e orologeria, corsi di specializzazione, i primi contratti. L’inizio di questa rivoluzione si ebbe con il primo bozzetto del Royal Oak, il segnatempo annunciato a Basilea nell’aprile del 1972. Audemars Piguet aveva puntato, in quell’occasione, su un giovane designer che aveva presentato un disegno alquanto innovativo: lanciava un occhio di sfida alla tradizione orologiera precedente, facendo contemporaneamente l’occhiolino ad una tendenza di forte modernità, che iniziava a farsi sommessamente strada. Non era un nome nuovo: era conosciuto per aver lavorato, in precedenza, per Patek Philippe (inventando la Golden Ellipse) e per Omega (il Constellation). Navigato, ma con la ricerca del nuovo sempre in testa. Il cambiamento arrivava in un momento determinante per l’azienda, fondata nel 1875, e in generale l’orologeria svizzera: la crisi del quarzo. Il guanto di sfida che i nuovi cronografi giapponesi alimentati “a batteria” avevano gettato in direzione delle grandi maisons made in Switzerland poneva queste ultime in terribili condizioni finanziarie, costringendone molte ad una definitiva, seppur riluttante, chiusura. Si pensò dunque che un nuovo segnatempo da polso dotato di un design accattivante e dirompente fosse la migliore soluzione per fronteggiare la sconfortante situazione. Ispirato dagli oblò delle navi, il Royal Oak fu battezzato come la rivelazione del secolo, pur producendo alcuni contrasti tra il pubblico a proposito del suo reale valore.

È stata questa la capacità di Gerlad Genta: creare orologi che non mostrassero mai indifferenza: che facessero storcere il naso, piuttosto, ma senza mai generare disinteresse.

È la stessa convinzione a chiamare in causa nuovamente Patek Philippe, che quattro anni più tardi, nel 1976, fece uscire il Nautilus. Già progettato nel 1974, anche questo esempio di design si ispirava ad un ambiente marino, rimarcando la linea sportiva del segnatempo in contrasto con le precedenti collezioni offerte dalla storica maison. Gerald, l’umano Prometeo, non è sopravvissuto al battere incessante della storia: Audemars Piguet, così come Patek Philippe e Omega, sì. Le case orologiere hanno vinto: sono loro le più solide vestigia di un artista che ha rubato il tempo agli dei per darlo agli uomini.