Fino al 28 gennaio 2018 saranno esposte alla Cripta di San Sepolcro a Milano tre opere dell’artista americano di videoarte Bill Viola.

La collocazione delle opere non potrebbe essere più azzeccata e contribuisce a creare un’atmosfera avvolgente e misteriosa. Il mistero che Viola ci mostra non è altro che la vita stessa, fulcro di tutta la sua opera. Tra i temi cari all’artista ci sono infatti la nascita, la morte e la rinascita, sempre indagati con un profondo senso spirituale che la Cripta non fa che amplificare ed esaltare.

L’entrata alla mostra avviene da un angusto spazio da cui si accede ad una stretta scaletta che conduce alla cripta. L’ambiente ci si presenta buio e spoglio. Le luci, così come i pannelli esplicativi, sono stati ridotti al minimo necessario. Si vive quasi un’esperienza d’inquietudine, provocata dalla desolazione del luogo e dai personaggi nei video di Viola che si muovono a rallentatore. Anche i nostri movimenti spontaneamente assumono il ritmo dettato dal luogo: ci muoviamo silenziosamente e con cautela da un’opera all’altra.

Un sentimento di angoscia cresce più a lungo se restiamo nella cripta e tanto più inoltrandoci in essa: l’angoscia del silenzio e della lentezza, a cui noi uomini moderni non siamo più abituati. Sempre oberati di suoni e di parole, sempre affannati a rincorrere qualcosa.

Il pannello d’ingresso descrive la cripta come un luogo dove fermarsi per riflettere sulla propria esistenza, un luogo quindi dove il silenzio invita a ritrovare un dialogo con sé stessi. L’opera di Viola ci invita però a fare un passo oltre, la meditazione suscitata dal luogo e dal silenzio non si limita qui alla nostra piccola esistenza, ma affronta il grande mistero universale della morte.

La prima delle tre opere che incontriamo nel nostro percorso s’intitola Earth Martyr ed è datata 2014. Il video ha una durata di sette minuti e dieci secondi che, per la comprensione dell’opera stessa, si invita a visualizzare nella sua interezza. All’inizio del video stentiamo a riconoscere una figura umana rannicchiata sotto un cumolo di terra. La terra a poco a poco comincia ad alzarsi e produce un vortice che si eleva verso l’alto. Piano piano l’uomo inizia a sollevarsi e alla fine dell’opera assume una posizione eretta; la terra è scomparsa. Il breve pannello esplicativo ci rivela che la terra rappresenta in quest’opera “l’ora più oscura del passaggio del martire attraverso la morte nella luce”.

Earth Martyr

La seconda opera d’arte che possiamo ammirare è tra quelle esposte la più drammatica ed intensa. Il video ha una durata di 5 minuti e 51 secondi, è datato 2007 e porta il titolo The Return. Qui Viola utilizza un altro elemento naturale, l’acqua, come metafora di un “passaggio”. In questo caso il passaggio è quello tra la morte e la vita, che si trova ad affrontare la donna vestita di rosso nel video. Il velo d’acqua segna tale passaggio. All’inizio del video vediamo una figura indistinta avanzare verso di noi dietro al velo. La figura, che si scopre essere una donna, ci si rivela passando il confine segnato dall’acqua. Porta un vestito di un rosso intenso, che ricorda indubbiamente il sangue, e metaforicamente forse può quindi rappresentare la vita. La donna poi si volta lentamente e passa nuovamente sotto il velo. La vediamo poi, di nuovo figura indistinta, avanzare verso l’oscurità fino ad esserne completamente inghiottita. E allora si sentono due colpi sordi, che decretano la fine, della vita e dell’opera stessa.

The Return

 

The Return

La terza ed ultima opera s’intitola The Quintet of the Silent, datata 2000, ha una durata di sedici minuti e 28 secondi. Nel video compaiono cinque uomini che si muovono con una lentezza esasperante, tanto che al primo sguardo il gruppo ci sembra congelato in una posizione. L’opera, grazie ai colori intensi dei vestiti degli uomini, esaltati dal nero pece sullo sfondo, ricorda un dipinto caravaggesco. Il soggetto di questo video sono le emozioni che gli uomini esprimono, in contrasto tra loro, attraverso un’intensa mimica facciale.

The Quintet of the Silent

È una mostra che indubbiamente vale di essere vista, o meglio ancora vissuta. Emozionante infatti è il dialogo tra le opere d’arte contemporanea e la più antica chiesa sotterranea di Milano. Tra passato e modernità, unite da un profondo senso spirituale che supera e unisce generazioni, tutte egualmente impotenti difronte al mistero della morte.

Per uscire dalla cripta bisogna risalire la ripida scaletta che abbiamo fatto per accedervi e, mentre saliamo, l’angoscia provata all’interno comincia a dissolversi.

Come Dante al termine del suo viaggio all’Inferno, riusciamo infine a riveder le stelle.


FONTI

Visita alla mostra da parte dell’autrice

CREDITS
Copertina

Immagini dell’autrice scattate alla mostra