08:38 am
16 gennaio 2018

#DialogArte: intervista a Marianna Bergamin. “Faccio arte perché è l’unico modo che ho per esprimermi.”

#DialogArte: intervista a Marianna Bergamin. “Faccio arte perché è l’unico modo che ho per esprimermi.”

Marianna Bergamin è una giovane laureata dell’Accademia di Belle Arti di Brera, (nel corso di laurea di Grafica d’arte) con una passione per l’arte in varie sue forme. A ventiquattro anni non sa ancora cosa vuole fare “da grande”, ma ha ben chiaro su cosa vuole lavorare nel frattempo: su se stessa, per prima cosa, e sulle proprie opere.

Marianna segue principalmente due filoni stilistici e tecnici: il primo è quello della grafica d’arte tradizionale, realizzata a mano, senza l’ausilio dei computer; l’altro è quello della blackout poetry, un genere artistico nato nel 2005 dalla penna di Austin Kleon, artista e scrittore americano. In questo procedimento creativo poco conosciuto in Italia, si parte da un testo preesistente, non scritto dall’artista stesso e che l’artista non legge. Su tale testo si agisce per sottrazione: si cancellano frasi, paragrafi interi, per arrivare ad isolare poche parole che legate in modo nuovo producono un significato innovativo, dato dall’artista e non dall’autore del testo. A prima vista può sembrare un’attività semplice e banale, ma la difficoltà della backout poetry sta proprio in questa semplicità apparente: è vero che non servono particolari abilità nel cancellare o cerchiare alcune parole, ma sono necessari tanto cuore e molto cervello per arrivare a creare una poesia personale all’interno del testo di qualcun altro.

Le poesie che nascono in questo modo sono quasi paragonabili agli haiku giapponesi, per la loro brevità e il loro senso intrinseco, donato dall’artista, che sboccia in quelle e soltanto in quelle determinate parole e non potrebbe trovarsi in nessun altro componimento.

Per creare una poesia così densa di significati servono dei sentimenti forti e qualcosa da dire e Marianna Bergamin possiede entrambi i requisiti.

Marianna Bergamin.

Come hai capito di essere interessata all’arte? Come ti ci sei avvicinata?

M: Mia madre ha seguito degli studi artistici e ha sempre dipinto, io sono cresciuta con lei che, oltre a lavorare, disegnava e dipingeva spesso, quindi l’arte mi è sempre sembrata una cosa vicina e raggiungibile.
A scuola ho capito che piaceva anche a me. Alle medie ho cominciato a percepire il disegno e l’arte come qualcosa di più concreto, anche perché era una delle mie materie preferite e la mia insegnante era contenta dei miei risultati. La decisione di frequentare un liceo artistico è stata naturale, e mi sono subito innamorata delle materie figurative.

 

E dopodiché hai portato avanti il percorso artistico.

M: Esatto, iscrivendomi all’Accademia di Belle Arti di Brera. Il primo anno mi ero iscritta al corso di laurea di Pittura, ma non mi sono trovata per niente bene, non era il mio ambito e me ne sono resa conto subito. Così ho guardato le altre proposte dell’Accademia e quella di Grafica d’Arte mi ha colpita perché sembrava molto più affine a me e ho deciso di tentare. È andata decisamente bene.

 

Segui due filoni stilistici molto diversi. Con che tecniche crei i tuoi lavori?

M: Per i disegni e gli schizzi utilizzo prima la matita per il disegno preparatorio e poi dei pennarelli indelebili per il definitivo.
Per i lavori di blackout poetry seguo praticamente lo stesso processo, trovo un testo di partenza, fotocopio questa pagina senza leggerla e poi inizio il lavoro: anche qui uso spesso l’indelebile nero per cancellare le parole che scarto e evidenziare quelle che mi servono, anche se basterebbe avere una penna o una matita per farlo.
Per quanto riguarda la grafica, utilizzo i materiali classici: inchiostri e colori ad olio.

 

Quando assembli una di queste poesie parti già con un’idea di quello che vuoi dire?

M: No, anche perché non ho idea di quello che troverò in quella pagina, non so ancora di cosa mi ritroverò a parlare. In questo senso è importante partire senza preconcetti.
Mi trovo bene con questa tecnica perché normalmente faccio molta fatica ad esprimere i miei pensieri. Non riesco a scrivere su una pagina bianca, non mi sento a mio agio. E spesso non ho fatto arte perché non riuscivo ad esprimere quello che avevo in testa. Scoprire la blackout poetry mi ha fatto superare questo blocco.

Domanda pratica: dove prendi le pagine per queste poesie?

M: Un po’ dappertutto: dai giornali, dai libri, dai classici di narrativa, dai saggi. Il testo che scelgo può essere di qualunque tipo, una pagine di un romanzo, un articolo di un quotidiano, uno scritto qualunque. Qualsiasi testo che ho in casa o sottomano può andare bene.

 

Come sei venuta a conoscenza della blackout poetry? Non è un’attività molto popolare, almeno qui in Italia.

M: È vero, infatti l’ho scoperta su internet, per caso. Avevo visto delle fotografie di alcune pagine cancellate, mi hanno incuriosita e ho cominciato ad informarmi su cosa significassero, chi avesse avuto l’idea e quando, e in cosa consistesse il processo creativo. Mi è piaciuto subito e ho voluto provare.

In generale, c’è un artista al quale ti ispiri?

M: Non proprio. Ci sono tanto artisti che mi interessano e le cui opere mi piacciono molto, ma non faccio dipendere la mia visione da una corrente artistica o da uno stile. Per di più non mi ispiro neanche ad un poeta, perché nonostante la poesia mi piaccia, non l’ho mai sentita mia. Le blackout poetry invece me l’ha fatta percepire come accessibile.
C’è però un’artista straniera a cui mi ispiro, ma non tanto per stile, più per il contenuto. Si chiama Anastasia Tasou (@anastasia.tasou su Instagram) e mi piace molto, perché parla di se stessa nei propri lavori, senza timore. Mi ha aiutata tanto nel decidere di mettermi a fare qualcosa di mio, che sia anche solo appuntare sul mio sketchbook come mi sento e cosa penso giorno per giorno.

 

A proposito di questo: cosa ti porta o ti spinge a fare arte?

M: Il fatto di poterle condividere con me stessa.
Per tanto tempo non ho creato, perché erroneamente pensavo non servisse. Mi chiedevo a che pro farlo, dove va a finire quello che faccio? Solo recentemente mi sono accorta che tenere traccia dei miei pensieri, dei miei passi, serve a me stessa. Molte persone non riescono a confidarsi con nessuno o quasi, ma l’arte la puoi fare anche se non riesci a parlare. Se ti appartiene, se la senti come una possibilità d’espressione, diventa terapeutica, almeno per me lo è stata e lo è oggi. Avendo spesso tante preoccupazioni e pensieri in cui mi perdo, tirarli fuori mi aiuta. Non ne parlo con altri, ma le sto comunque tirando fuori da me per liberarmene.

 

Ci sono dei momenti o delle situazioni in cui sei più portata a lavorare?

M: A casa, soprattutto. Ho provato ad essere fuori, all’aperto, al parco, in luoghi tranquilli, ma non mi sento abbastanza a mio agio. Inoltre, spesso le idee mi vengono prima di andare a dormire, perché mi perdo a pensare, quindi è facile che al mattino dopo le riguardo, le porto avanti, le modifico.

 

Descrivi i tuoi lavori in tre parole.

M: Malinconici, sinceri, utili. A me stessa e forse anche agli altri.

 

Hai detto che ti sei avvicinata alla stampa artistica grazie all’Accademia che hai frequentato. Che tecniche hai prediletto in questi anni?

M: Nella mia carriera accademica ho creato soprattutto monotipi, nonostante la maggior parte degli studenti del mio corso siano portati a fare calcografia. Ho scelto i monotipi perché li trovavo più affini alle mie corde. È un processo di stampa che prevede l’uso di una lastra di zinco come supporto, su cui però non incidi il tuo soggetto, come succede con altre tecniche, ma dipingi con colori ad olio direttamente sulla lastra. Dopodiché, stampi con l’ausilio di un torchio e ottieni il risultato sul foglio.
Il problema con questa tecnica è che richiede dei materiali e dei macchinari particolari, che ho potuto usare mentre frequentavo l’accademia, ma che ora non ho più a mia disposizione, purtroppo.

 

Puoi spiegarmi meglio perché ti sei trovata così bene con questa tecnica? Per il tipo di processo di stampa o per il risultato che ottieni?

Perché mi lascia la possibilità di dipingere alle mie condizioni. Dipingendo su tela non ho mai trovato un linguaggio con cui mi trovassi bene al cento per cento, perché mi è sempre venuto naturale dividere i toni. Quindi, se per esempio dipingo un soggetto in bianco e nero, arrivo ad avere il bianco, il nero e qualcosa come trenta sfumature di grigio nel mezzo, che però io non mischio e non sfumo tra loro, ma le lascio ben divise le une dalle altre sulla tela. Il risultato può essere definito come una serigrafia dipinta, o una stampa pop-art dipinta, proprio perché il mio occhio fa naturalmente questo processo di suddivisione dei toni e poi non li sa più rimettere insieme. Avendo questo approccio molto grafico, preferisco la stampa di monotipi alla pittura tradizionale, perché i colori ad olio sulla lastra di zinco non vengono assorbiti come sulla tela o sulla carta, e riesco a gestire il tutto in modo diverso.

 

E i colori che usi? Ci sono dei toni che preferisci utilizzare?

M: Tendenzialmente rimango sul bianco, il nero e il rosso. Anche quando ho l’idea iniziale per un lavoro mi viene naturale pensare di realizzarlo in bianco e nero. Probabilmente è dato dal fatto che penso visivamente a parole, quindi ricollego il tutto alle lettere nere sul fondo bianco della pagina stampata. Se devo aggiungere un colore scelgo spesso il rosso, perché è il colore che contrasta naturalmente con gli altri due, è forte e acceso, un colore che non passa inosservato.
Anche nelle stampe serigrafiche opto per questa triade. Nei monotipi utilizzo monocromie di grigio o toni molto freddi, quindi di nuovo il bianco e il nero.

 

Cosa ti piace dell’arte?

M: Il fatto che nell’arte puoi trovare immagini meravigliose che ti trasportano in un’altra epoca, in un altro tempo, lontano dal tuo presente.

 

E della tua arte?

M: Amo che sia il mio modo di esprimermi.

Che obiettivi hai per il futuro?

M: Mi piacerebbe riuscire a vendere i miei lavori. Non mi vedo esporre in una galleria o in un museo, mi basterebbe riuscire a condividere quello che faccio. Penso che, piuttosto che essere riconosciuta dagli altri per la mia arte, punterò al fare arte perché mi darebbe la possibilità di riconoscermi negli altri.

 

Descriviti in tre parole.

M: Empatica, sensibile… Il terzo aggettivo ancora lo devo trovare. Arriverà.

 

18) Hai dei contatti dove chi è interessato ai tuoi lavori può raggiungerti?

M: Certo, alla mia e-mail: marianna.maeve@gmail.com.


FONTI

Intervista a Marianna Bergamin da parte dell’autrice

CREDITS

Copertina (Disegno della redattrice Susan Olmi)

Immagine 1(Foto dell’autrice)

Immagine 2 (Foto dell’autrice)

Immagine 3 (Foto dell’autrice)

Immagine 4 (Foto dell’autrice)

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