Nei giorni scorsi nel mondo arabo è stata raccontata con enfasi la storica visita del Patriarca di Antiochia dei Maroniti, il cardinale Bechara Rai, in Arabia Saudita: era infatti una prima assoluta la visita di un leader cristiano nel regno che la dinastia dei Saud considera consacrato all’Islam. Dal racconto che ne è stato dato dai mezzi di comunicazione sauditi è emerso un particolare interessante: i giornalisti sauditi sono rimasti colpiti in modo inaspettato da un semplice dettaglio, la croce pettorale che il Patriarca di Antiochia dei Maroniti indossava in presenza di re Salman. Non era in realtà nient’altro che la solita croce sempre utilizzata dai patriarchi in queste occasioni cerimoniali (così come fanno anche i vescovi latini), ma per un pubblico come quello del Regno Saudita la scelta appariva estremamente ardita e si è caricata di un significato inaspettato. In Arabia Saudita infatti non solo è vietato professare pubblicamente religioni diverse dall’Islam ma è pure severamente punito anche soltanto il possesso privato di materiale non islamico come Bibbie, crocifissi, rosari e immagini religiose. Infatti, considerando “terra sacra” musulmana il territorio che ospita i più importanti centri religiosi dell’Islam (la Mecca e Medina), l’Arabia Saudita non permette ai fedeli di altre confessioni di costruire propri luoghi di culto o di restaurare quelli precedenti alla conquista islamica. Anche solo ritrovarsi in due o in piccoli gruppi per pregare insieme può essere molto pericoloso, perché la polizia religiosa, grazie alla delazione di qualcuno che in qualche modo sia venuto a conoscenza di questi incontri, può fare irruzione da un momento all’altro, arrestare i partecipanti, torturarli e infine espellerli per sempre dal Regno. La comunità religiosa cristiana infatti è composta in gran parte da immigrati filippini, indiani, etiopi e eritrei, che lavorano nelle ville di lusso degli sceicchi, nei cantieri e nelle attività del settore turistico-alberghiero: così, oltre che per il loro status di immigrati, anche per la loro fede sono costretti a vivere in totale isolamento e sempre a rischio, perché in caso di disaccordi sul posto di lavoro vivono nel terrore di poter essere accusati per ritorsione di blasfemia anti-islamica.

Molti di questi stranieri cristiani provenienti dal Sud-Est Asiatico cercano fortuna anche in altri emirati della Penisola Arabica, come gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Bahrein e l’Oman. Negli Emirati Arabi per esempio vivono 6 milioni di persone, di cui ben 5 milioni sono lavoratori stranieri: tra questi i cristiani, secondo alcune stime, sarebbero oltre 1 milione e mezzo. In questi Paesi il panorama di libertà religiosa è leggermente migliore rispetto all’Arabia Saudita: a Doha, in Qatar, è stata costruita recentemente la nuova cattedrale cattolica del Vicariato dell’Arabia Meridionale, la Diocesi che raccoglie tutti i cristiani cattolici che si trovano in questi Paesi, dove tra l’altro sono attive anche una decina di parrocchie, riconosciute ufficialmente dallo Stato. Naturalmente tutto si limita al ristretto spazio concesso e non è assolutamente permessa una professione pubblica della propria fede cristiana, i luoghi di culto spesso restano di proprietà degli emiri che li concedono a loro discrezione alle comunità cristiane, le leggi contro la blasfemia poi si prestano non di rado a azioni ritorsive e vessatorie verso le minoranze, e soprattutto non è assolutamente contemplata la possibilità che ci si possa convertire dall’Islam al Cristianesimo, reato quest’ultimo spesso punito con la pena capitale. Nonostante il panorama non sia idilliaco, la situazione è certamente migliore rispetto a quella stessa Arabia Saudita che, appoggiata dai Paesi occidentali, recentemente sta promuovendo un’aggressiva campagna diplomatica e militare contro Yemen e Qatar, rivolgendo a questi Paesi la sorprendente accusa di promuovere odiose discriminazioni e di finanziare il terrorismo. Sulla base di queste accuse lo Yemen è stato sprofondato in una guerra civile tra sunniti e sciiti, con le comunità cristiane pesantemente colpite proprio dal terrorismo sunnita lì introdottosi a seguito dell’attivismo saudita: recentemente infatti sono state uccise diverse suore di Madre Teresa e un sacerdote indiano è rimasto per mesi ostaggio di milizie qaediste.

Altrettanto devastate dalla furia terroristica sono le comunità cristiane dell’Iraq e della Siria. Queste comunità, presenti praticamente dall’epoca apostolica, con il tempo, a causa di varie controversie cristologiche, si sono frammentate in una serie di denominazioni, che ora rischiano quasi l’estinzione. Infatti le campagne terroristiche e gli scontri intra-musulmani che si sono via via susseguiti in Iraq dopo la caduta del regime laico di Saddam Hussein (che aveva come suo vice un cristiano caldeo) hanno finito per colpire in modo particolarmente violento la minoranza cristiana caldea (cattolica) e assira (nestoriana), viste come un corpo estraneo alle proprie logiche settarie dalle varie fazioni islamiche di sciiti, sunniti e curdi in lotta tra loro. Non a caso l’ISIS ha trovato la sua roccaforte nella Piana di Ninive, dove era forte la presenza di villaggi cristiani, i cui beni mobili e immobili sono stati spazzati via non solo dalle attività criminali dei terroristi, ma anche da tutte quelle persone comuni che, come purtroppo spesso avviene in questi casi, hanno colto l’occasione per spogliare economicamente e materialmente una minoranza scomoda per un Paese che si avvia sempre di più a una tripartizione etnico-confessionale tra sciiti, sunniti e curdi. Del resto, ora che l’ISIS è stato cacciato, la riconsegna delle case e dei beni sequestrati sta incontrando notevoli difficoltà e ostilità. Ad oggi la situazione è tale che i Patriarcati Caldeo e Assiro hanno la maggioranza dei propri fedeli all’estero piuttosto che nella madrepatria.

La Chiesa Assira Nestoriana aveva storicamente il proprio centro in Persia, dove si erano rifugiati numerosi vescovi e monaci nestoriani condannati dal Concilio di Efeso (431): lì avevano trovato pronta accoglienza da parte dell’imperatore persiano, desideroso di dar vita a un Cristianesimo non più dipendente da Roma e Costantinopoli, con cui l’Impero Persiano era in lotta. Poco di quella fiorente scuola teologica è riuscita a sopravvivere fino ad oggi, travolta dall’invasione araba e dalle successive dispute tra i sunniti, la maggioranza degli islamici, e gli sciiti, una variante minoritaria considerata eretica, che proprio nei territori dell’antica Persia trovarono la propria roccaforte. La rivoluzione islamica del 1979 ha ulteriormente aggravato la situazione: dopo la cacciata dell’ultimo scià di Persia e l’instaurazione di una repubblica islamica retta dagli ulema sciiti la piccola minoranza cristiana ha subìto un ulteriore aggravamento della propria condizione. Nonostante la Costituzione riconosca come minoranze religiose protette i cristiani, gli ebrei e i zoroastriani, che hanno anche dei rappresentanti politici in Parlamento, il fatto che il vero e proprio potere sia nelle mani dell’establishment religioso sciita ha evidenti conseguenze sulle minoranze di fede diversa. Innanzitutto per tutelare la religiosità (islamica) iraniana non è permesso pregare in persiano nemmeno nelle chiese (è permesso solo l’utilizzo dell’antico dialetto aramaico) e dopo la rivoluzione islamica le scuole delle comunità sono state nazionalizzate. A capo delle entità scolastiche o mediche create dalle comunità cristiane e ora nazionalizzate sono poste dalle autorità solo persone islamiche e anche qui si vive spesso nel terrore di essere denunciati alla polizia religiosa per blasfemia contro l’Islam. L’impressione è quella di ghetti tollerati, ma che devono restare decisamente isolati dal resto della vera e propria società iraniana: perfino per un musulmano praticante può essere pericoloso entrare in una chiesa dove si officiano riti, perché in caso di controlli della polizia potrebbe essere accusato di apostasia, un crimine anche qui punibile con la morte.

L’Iran in realtà non appartiene strettamente al mondo arabo: ha mantenuto un forte legame con la cultura persiana preesistente (infatti non viene parlato l’arabo ma il farsi), ma sono soprattutto gli stessi altri Paesi arabi a non ritenerlo parte del loro mondo perché lo vedono come la patria dell’eresia sciita. Eppure, soprattutto negli ultimi anni, l’Iran sta cercando di ritagliarsi uno spazio sempre più importante nel mondo arabo ingaggiando uno scontro per la supremazia nella zona con il suo storico antagonista, l’Arabia Saudita, la patria dell’islam sunnita più conservatore. In questa campagna un grande successo dell’Iran è stata la progressiva destabilizzazione del Libano, l’unico Paese arabo democratico, governato da un complesso sistema di spartizione delle cariche politiche tra le varie realtà religiose che quasi equamente lo compongono, cioè cristianesimo maronita, islam sunnita e islam sciita. A partire dagli anni ’80 infatti l’Iran è riuscito a dar vita a un corpo militare sciita, Hezbollah, un’entità paramilitare che ha raggiunto una potenza tale da essere quasi superiore nei propri armamenti all’esercito regolare libanese. Dal canto suo il fronte sunnita si è sempre più legato a quei movimenti politico-insurrezionali palestinesi che negli anni ’70 e ’80 trovarono modo di riorganizzarsi nei campi profughi palestinesi allestiti in Libano. Le conseguenze di queste influenze straniere, che hanno progressivamente stravolto l’equilibrio demografico e il conseguente compromesso politico raggiunto dalla società libanese, sono state disastrose: il Libano ha finito per essere uno dei campi di battaglia per l’egemonia araba tra Iran, Arabia Saudita, Israele e Siria, ed è stato dilaniato da continui scontri interni spinti da questi Stati, interessanti a soffiare sul fuoco delle divisioni religiose per i propri interessi. Il risultato è stato una massiccia fuga dei cristiani maroniti, la parte economicamente più ricca e socialmente più avanzata del Libano, che ormai si sente sempre ospite in casa propria. I maroniti, che da sempre hanno guardato con interesse a Occidente, essendo gli unici tra le Chiese orientali a non essersi mai considerati separati dalla Chiesa di Roma, negli ultimi decenni infatti sono emigrati in gran numero in America e in Europa.

Sono andati incontro a un destino analogo anche le varie confessioni cristiane che da tempo immemorabile abitano la Terra Santa, ora contesa tra israeliani e palestinesi. Già solo i dati numerici sono eloquenti: prima del 1948, anno di nascita dello Stato di Israele, i cristiani (di varia denominazione) costituivano oltre il 10% della popolazione; oggi sono scesi al 2%. Il loro dramma è di considerarsi etnicamente palestinesi ma di religione cristiana, il che li fa apparire come un corpo estraneo non solo agli israeliani ma anche agli stessi palestinesi, per i quali, conformemente alla tradizionale interpretazione politico-giuridica dell’Islam, la cittadinanza, l’appartenenza a un popolo, è questione di religione. Oltre a queste ragioni di ordine culturale, a livello pratico ha segnato in particolar modo la minoranza cristiana il fatto che la gran parte delle sue comunità si trovino a Gerusalemme Est e nei territori contesi tra Israele e Autorità Palestinese.

Se Israele oggi appare a molti arabi come una colonia occidentale e una realtà imposta dall’Occidente a danno del mondo arabo, forse sorprenderebbe ricordare che il Maghreb, quella fascia d’Africa via via arabizzata nel corso delle guerre di conquista islamiche, è stata per lungo tempo la culla del Cristianesimo occidentale, la patria della teologia latina, dove aveva vissuto e insegnato colui che sarebbe stato la più importante figura della latinità cristiana: Sant’Agostino. Oggi di quel mondo non è rimasto quasi niente: Marocco, Algeria, Tunisia e Libia sono Paesi al 99,9% musulmani. Ma negli ultimi tempi si sta assistendo comunque a un continuo allarmismo per supposte conversioni di massa al Cristianesimo. In Algeria per esempio nel 2005 è stata approvata una legge anti conversione che prevede una multa da 500 mila a 1 milione di dinari (5-10 mila euro) e una pena carceraria per chiunque incoraggi un musulmano a passare a un’altra religione. In Tunisia dopo le Primavere Arabe e la caduta del regime di Ben Ali la Costituzione riconosce la libertà di culto, ma resta comunque proibito il cosiddetto “proselitismo” e per questo per un islamico rimane pericoloso convertirsi a un’altra religione. In Marocco invece il Consiglio Superiore degli Ulema marocchini si è pronunciato a favore di una modifica del diritto vigente, che prevede la pena di morte per gli apostati, una decisione indubbiamente rivoluzionaria nel panorama che si è fin qui tracciato, anche se resta comunque ancora molto pericolosa qualsiasi conversione: il rischio di persecuzioni extragiudiziali è alto in una società che non ha ancora recepito una simile svolta e che vede in decisioni come questa una semplice manovra politica della casa regnante, che ha un potere non solo politico, ma anche religioso (la casa regnante si considera discendente da Maometto).

L’unica minoranza cristiana che nel mondo arabo è riuscita a conservare una certa consistenza numerica sono i Copti. Il termine stesso con cui si definiscono è già di per sé evocativo: non è altro che la corruzione del termine greco Aiguptoi, cioè “Egiziani”, a indicare la popolazione cristiana autoctona rispetto agli invasori arabi islamici. Separatisi da Roma e Costantinopoli già ai tempi del Concilio di Calcedonia (451), e per questo percepiti come meno legati ai nemici d’Occidente, i Copti rispetto ad altre denominazioni cristiane del Medio Oriente hanno subìto nei secoli una minore pressione e ancora oggi rappresentano quasi il 15% della popolazione egiziana. Sul finire dell’Ottocento erano riusciti anche a ottenere un’invidiabile posizione economica, avendo nelle proprie mani quasi il 25% della ricchezza del Paese. Il nuovo protagonismo dei Copti si infranse però nella rivoluzione socialista e panaraba portata avanti da Nasser e dai suoi successori Sadat e Mubarak, che, nazionalizzando l’economia, impoverirono il ceto dirigente copto. Poi in seguito alle cosiddette Primavere Arabe, che hanno portato alla destituzione di Mubarak, la situazione dei cristiani nel Paese si è aggravata ulteriormente per la presa del potere da parte dei Fratelli Musulmani, organizzazione che, al di là delle apparenze, propugna un’interpretazione tutta politica dell’Islam. Il colpo di Stato di Al Sisi ha sventato il pericolo di una deriva teocratica dell’Egitto, ma restano ancora alcuni nodi irrisolti: infatti, pur essendo sancita la libertà religiosa, la Costituzione pone comunque la sharia tra le principali fonti giuridiche dello Stato. E ancora difficoltoso è il libero esercizio pubblico della propria fede, sia perché continua a essere molto problematico ottenere i permessi per costruire e restaurare edifici di culto cristiani, sia per i continui attentati che colpiscono le minoranze religiose e per le frequenti violenze a cui sono sottoposte le donne cristiane.

Da questa panoramica sul mondo arabo emerge che, anche se in linea di massima non si assiste a persecuzioni dei cristiani sistematiche e istituzionalizzate (escludendo gli atti terroristici), resta ancora da sviluppare una concezione della libertà religiosa che non si limiti al nicodemismo o, al massimo, a ristretti spazi protetti, concepiti oltretutto come una sorta di tutela etnico-storica per una minoranza in via d’estinzione.

Credits