<<Dapprima mi diedi alle leggi parolaie, poi alla poesia, ma quando già stavo per cantare in dotto metro belliche gesta, ecco che l’indocile mente mi persuade dell’inutilità dello studio, al quale non vien mai corrisposto il premio meritato, e m’induce a diventar cortigiano per tentare la fortuna. Ma in questo servizio non dimorai lungo tempo, dopo che ebbi a sperimentare l’ingratitudine del principe.>>

 La <<poesia>>, innanzitutto: l’inclinazione di Ariosto, il suo talento, la sua massima aspirazione. Poesia che viene qui definita in relazione alla sua <<inutilità>>. Un paradosso, visto a posteriori. Bisogna calarsi nella dimensione del tempo per comprendere appieno questa associazione: ad Ariosto viene chiesto di non scrivere poesia e quindi, in sostanza, di non essere un poeta. Pena, il <<mai corrisposto premio meritato>> e la limitazione a status di <<cortigiano>>, di schiavo. Una condizione-costrizione che l’autore non può accettare: <<in questo servizio non dimorai a lungo>>.  Soprattutto se essere un cortigiano significa rimanere delusi e sperimentare, come vedremo, la sistematica <<ingratitudine del principe>>.

Ariosto comincia a lavorare presso la corte estense per motivi prettamente economici. Dopo la formazione con il precettore Domenico Capabene, il padre Nicolò tenta inutilmente di indirizzarlo verso gli studi giuridici; Ludovico ottiene il titolo di iusperitus ma intanto partecipa alla vita della corte di Ercole I e viene inserito nella bolletta, ossia tra gli stipendiati estensi. A questa altezza, ci troviamo tra il 1497 e il 1498.

Ma Ariosto non è il primo della sua famiglia a frequentare la corte estense. Nella bolletta, oltre a lui, sono iscritti anche lo zio Francesco, il cugino Rinaldo, i parenti Antonio e Alberto. Ariosto però, a differenza di chi guarda all’aspetto economico, vede nella corte un ambiente in cui poter terminare la propria formazione culturale e letteraria, in cui <<poter frequentare le lezioni di Sebastiano dall’Aquila e leggere Platone e Marsilio Ficino>>. Ma già dal primo periodo si rende conto di non poter avere questa libertà: Ercole I raccoglie tutti i soldi per i suoi divertimenti e per le opere pubbliche, lesinando sugli stipendi dei familiari di palazzo. Un cortigiano, che si firma il Commendadore, nel 1497 scrive una lettera in cui paragona se stesso e i suoi compagni agli angeli, che non mangiano, e ai corvi, che bevono solo una volta all’anno. E dice che se qualche volta lui o gli altri cortigiani osano lamentarsi, Ercole li <<abbevera di fiele e di aceto, come Cristo in croce>>.

Ariosto comincia a lavorare al servizio di Ippolito nel 1503, verso la fine di settembre, e a metà ottobre fa già parte degli stipendiati di corte. In questa circostanza compone un epigramma in cui lo definisce castus, facendo riferimento alla sua carica ecclesiastica, e quindi in senso strettamente religioso, non adulatorio né ironico. Non sappiamo quale sia esattamente la carica di Ariosto presso il Cardinale. Probabilmente è considerato un familiare o semplicemente un cortigiano, e come tale deve occuparsi dei vari incarichi che gli vengono dati: eseguire gli ordini, spedire lettere, aiutare il signore nelle sue imprese politiche, accompagnarlo nei viaggi, fornirgli il pranzo e la cena, acquistare per lui stoffe preziose, vestiti eleganti, maschere, giochi, tenergli compagnia, sopportare il suo umore variabile, accompagnarlo in camera la sera e aiutarlo a spogliarsi. Ma l’indole di Ariosto non è quella di un cortigiano esemplare, Ariosto non è Castiglione. E non è neanche Boiardo, un signore feudale che riesce a conciliare perfettamente la sua passione letteraria con la corte; Ariosto appartiene a un livello di aristocrazia minore, si trova in una posizione subordinata nei confronti dei signori: la letteratura per lui non rappresenta un’aggiunta alla sua condizione nobiliare, bensì un modo per dare il suo contributo alla famiglia estense. Per questo non può accettare che i compiti pratici e amministrativi lo allontanino dallo studio. Basti pensare a quanto scriverà nelle Satire a proposito delle ristrettezze, economiche e morali, che gli procura la vita di corte. Ludovico, infatti, desidera solo del tempo per sé e per dedicarsi alla stesura del suo poema, ma per fare questo ha necessariamente bisogno di soldi e, quindi, della corte. Ma non è neanche quello economico, l’aspetto che prenderemo in considerazione qui. Non sono i soldi che interessano al poeta, ma esclusivamente la sua attività letteraria.  Ippolito cerca di trovare in Ariosto una doppia personalità: quella artistica da un lato e quella di <<uomo d’affari>> dall’altro; il poeta compie molti viaggi per volere del Cardinale: a Mantova, a Bologna, a Milano, a Roma. Ma nel 1517, quando è chiamato a seguire il suo signore in Ungheria, la personalità artistica prevale su quella di <<uomo d’affari>> e Ludovico rifiuta. L’estro dell’artista, però, purtroppo non riesce a fiorire da solo, ha necessariamente bisogno di un committente, di un appoggio economico, insomma di una costrizione per farlo; e se per Michelangelo questa costrizione è stata motivo di delusione e ristrettezze, per Ariosto non esiste neanche: Ippolito non lo considererà mai un poeta, l’unica personalità realmente importante sarà sempre e unicamente quella di <<uomo d’affari>>.

In cambio delle sue fatiche, Ludovico ottiene il vitto per sé e per il suo domestico. Può partecipare alle splendide cene di corte e ha uno stipendio. Oltre al denaro riceve doni speciali che gli vengono elargiti quando il Cardinale desidera ricompensarlo di qualche servigio prestato. Nonostante questo, nel 1514 Alfonso Ariosto manda una lettera a Ippolito per comunicargli le lamentele del cugino Ludovico, che ritiene di essere mal remunerato. In questa lettera, Alfonso riporta quanto gli ha comunicato lo stesso Ariosto il quale, dopo essersi reso conto di guadagnare troppo poco, chiede non che gli venga aumentato lo stipendio ma che gli venga dato almeno qualche pezzo di terra da bonificare. Ariosto infatti in quel periodo dice di essere ridotto in condizioni disperate, senza vestiti e senza denaro. In realtà riguardo lo stipendio, Ludovico non ha tutte le ragioni. Il problema è che Ippolito lo considera un cortigiano e quindi lo paga quanto ritiene giusto per i suoi servigi, mentre Ariosto vorrebbe essere apprezzato come poeta. In sostanza, l’autore pensa che il suo lavoro letterario costituisca un contributo necessario per la vita di corte e di conseguenza vuole che ne venga riconosciuto il valore. Non andrà così: Ariosto verrà sempre considerato un semplice cortigiano e come tale il suo compito consisterà unicamente nel servire il suo signore e rendersi disponibile a ogni esigenza. La sua arte, la sua poesia non verranno mai realmente apprezzate; il Furioso è dedicato a Ippolito, ma il Cardinale non se ne curerà mai più di tanto: <<Dove avete trovato, messere Ludovico, tante corbellerie?>>. Da qui il malcontento, da qui l’insofferenza, da qui il progetto delle Satire.