05:40 am
12 dicembre 2017

QUANTO MALE C’E’ IN “MALASANITA'”?

QUANTO MALE C’E’ IN “MALASANITA'”?

Purtroppo, troppo spesso le cronache dei nostri telegiornali sono invase da continue denunce legate alla malasanità, e i dati attestati sono sempre più allarmanti e agghiaccianti. Nonostante il trascorrere degli anni e i continui progressi nel campo della medicina, qualcosa sembra non funzionare in questo grande ingranaggio scientifico, mostrando come il divario dei molteplici contrasti tra progresso e retrocessione sia sempre più ampio.

Se cerchiamo sul web i casi legati ad errori in campo medico e ospedaliero rimaniamo atterriti ed esterrefatti dall’innumerevole quantità di siti a cui veniamo ricondotti. A rendere questo quadro ancora più cupo è lo straordinario numero di denunce effettuate in soli 9 mesi nel corso del 2017. E il progresso in campo medico? E’ forse questo? Intendono forse un continuo e costante “progredire di querele per malasanità”? Per fortuna no, e sono molti i medici che, prima di essere tali, sono persone che scelgono di mettere il paziente al primo posto, prima di qualsiasi distrazione, preoccupazione o pausa.
Ma come in ogni circostanza, il negativo tende a prevalere sui successi, occupando un posto di prima pagina visto ed evocato a gran voce da tutti. Ed eccoci quindi qui a parlare e ricordare alcuni di questi casi agghiaccianti che governarono le nostre cronache.

Benevento, ha un cancro ma per un anno nessun medico se ne accorge: <<esagera il malessere>>. Inizia così un articolo di Repubblica pubblicato il 22 settembre 2017. Un caso ancora più sentito nel mese di ottobre: il mese della prevenzione al seno; perché sì, la donna vittima di malasanità aveva un cancro alla mammella. Un tumore diagnosticato come benigno nel 2016 e, come cura, i medici le consigliano un controllo ogni sei mesi. Nonostante i dolori alla colonna vertebrale aumentino fino a diventare lancinanti, nessuno sembra interessarsene. Infiltrazioni locali eseguite da un ortopedico senza ulteriori indagini: è questa la miglior cura a lei consigliata. I dolori, però, crescono, diventando insopportabili e costringendo la donna a recarsi di notte nel pronto soccorso di Rummo di Benevento, dove viene accusata di stare esagerando e di aver bisogno di un ricovero psichiatrico perché “esaurita”. L’unico a preoccuparsi realmente dei sintomi della signora sembra proprio essere lo psichiatra, il quale le consiglia di sottoporsi a una risonanza magnetica. La diagnosi è delle peggiori: tumore della mammella con metastasi ossea. Sono stati così i cicli di chemioterapia e le denunce alla procura della Repubblica le protagoniste della vita di questa donna da quel giorno.

Purtroppo, questo non è un caso singolo. Codici gialli scambiati per codici rossi dagli operatori del 118 a Napoli. Per i soccorritori, infatti, le condizioni del paziente non erano così gravi. Non sono bastate la sindrome da talassemia e il sangue rigettato dal malcapitato ad allarmare. Si, malcapitato, perché è di questo che si tratta: avere la sfortuna di dover affidare la propria vita nelle mani di persone indifferenti e superficiali. Il 3 agosto 2017 quest’uomo è morto, non per la malattia che lo affliggeva, ma colpito da un male ben più doloroso e difficile da accettare: la malasanità, ancora.

La lista è ancora lunga. Casi in cui medici chirurghi hanno operato la gamba sbagliata, come a Catania; un paziente svenuto a cui gli infermieri del Policlinico, insistenti, continuano a chiedergli i documenti prima di soccorrerlo, provocando così la sua morte a solo 42 anni, e la disperazione di un padre. O ancora, truffe sui pannoloni nell’ospedale di Palermo; una banale e semplice asportazione di un dente sfociata in tragedia con la morte del paziente di soli 32 anni; sedie adeguate alla chemioterapia rimaste imballate, costringendo i pazienti in terapia su comuni sedie. Ma al peggio non c’è mai fine: a Vigevano, a settembre 2016, un signore viene operato al rene per un tumore maligno, ma i medici gli espiantano quello sbagliato, ricorrendo poi ad una rimozione di entrambi gli organi.

Insomma, la malasanità non ha confini, anzi, tende spesso a oltrepassarli. Ma se da un lato c’è chi trae lucro e gioca sulla salute delle persone, dall’altro c’è chi ha il coraggio di denunciare e ammettere le proprie colpe. E’ stato un chirurgo di Villa Sofia a Palermo ad aver riconosciuto le proprie responsabilità per la morte di un paziente si soli 38. “Mi sarei messo al suo posto”, è tutta la disperazione di quel medico che, per errore, ha reciso l’aorta addominale perforando l’intestino. Uno sbaglio tecnico di cui non riesce a darsi pace: “mi sono sentito morire dentro, sulle facce dei parenti ho visto dipinta la disperazione”.

Occorre sapere, però, che le denunce non rimangono inascoltate. Sono infatti attivi degli sportelli per segnalare i casi di malasanità.
Innanzitutto, è necessario disporre di prove tangibili per poter procedere a una querela, senza che quest’ultima venga ignorata. Si intende, dunque, una documentazione completa e corretta, che comprenda:

  • cartelle cliniche;
  • ricevute e scontrini;
  • risultati di analisi;
  • lastre e certificati

In tutti questi casi, le cartelle documentarie verranno esaminate attentamente da un medico legale, specializzato in questi casi.
Volete esempi di risarcimenti portati a termine? Eccone alcuni.

  • Per un ritardo diagnostico-terapeutico in oculistica, che ha provocato una totale e irrimediabile compromissione degli occhi con conseguente atrofia oculare, uno studente universitario di 20 anni ha ricevuto un risarcimento di 1.250.000 euro.
  • Per malasanità da parto il risarcimento è stato di 1.750.000 per una mancanza medica che ha comportato alla neonata gravissimi danni neurologici.
  • E per la perdita di possibilità di sopravvivenza in seguito ad un errore medico, l’indennizzo è stato di 86.000 euro per una signora anziana.

Prima di arrivare a una denuncia, però, ci sono anche diversi modi per potersi tutelare. Le principali linee guida da seguire sono: la richiesta di informazioni sulle cure mediche cui il paziente verrà sottoposto; il riferire i propri dati medici come patologie; richiedere la cartella clinica al momento della dimissione dall’ospedale e il notificare disagi riscontrati nella struttura ospedaliera.

Previnire, dunque, è meglio che curare, soprattutto in questi casi.

 

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