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12 dicembre 2017

Letteratura e musica, gemelle separate

Letteratura e musica, gemelle separate

Letteratura e musica sembrano essere, osservandole da un panorama quanto più vasto possibile, gemelle inseparabili divise per forze maggiori, per dar spazio a delle facili stilizzazioni che ci dan modo di inquadrare frammenti di arte di vario tipo in differenti sottocategorie. Ma è facile svincolarsi da questo denigrante processo di dogmatizzazione se solo si volge lo sguardo al passato o al presente. Se solo pensiamo che il ritmo è stato uno dei primi mezzi di comunicazione esistenti e che le parole si sono aggiunte in un secondo momento, dando vita ad un connubio perfetto: ecco che crollano gli schemi. Musica e letteratura molto spesso si confondono l’un l’altra, tanto che appare arduo voler delineare un confine netto e preciso. In altri casi, queste due forme d’arte si influenzano a vicenda, camminano mano nella mano come due tenere amanti, e danno vita a straordinarie opere dinanzi a cui non ci resta che ammirare stupefatti cotanta beltà.

Inoltrandoci nella fitta rete del cantautorato italiano, non possiamo restare indifferenti alle meraviglie venute al mondo dal genio di Fabrizio De André. Canzoni che sembrano vere e proprie poesie, impregnate di significato e tracotanti di sentimenti.
Ma quest’esplosione di sentimenti che dalle orecchie arriva dritta al cuore, è data dal fatto che molti dei suoi testi sono ispirati e prendon vita proprio da opere letterarie?
La ballata degli impiccati” è il titolo di una nota canzone scritta dal De André, inserita in “tutti moriremo a stento”, secondo album del cantautore genovese uscito nel 1968. La canzone è liberamente ispirata alla “Ballata degli impiccati” del poeta vagabondo e maledetto Villon, vissuto in epoca cinquecentesca. Il Villon, attraverso un crudo realismo, mette al mondo con la sua penna la visione della sua imminente condanna a morte. All’epoca i cadaveri degli impiccati venivano lascati appesi per lungo tempo perché fossero di monito ai vivi.

“Morti siamo: Nessuno ci molesti.”

La voce poetica esprime una sorta di dolorosa liberazione: il modo in cui gli impiccati si rivolgono ai vivi è quello di chi è in grado di osservare la morte con doloroso distacco. Possiamo leggere tra le parole del Villon come il disfacimento fisico venga descritto senza mezzi termini e come vi sia un fortissimo rimpianto per la vita, mitigato dalla preoccupazione per la salvezza della parte spirituale dell’uomo. Riflessioni sulla morte che comunque, nonostante il totale azzeramento di qualsivoglia speranza, trasmettono un fortissimo attaccamento alla vita e una cupa disperazione.

Una canzone, quella del De André, che sembra avere quindi radici antichissime, perché l’impiccato ha, da sempre, quasi la funzione di condannato a morte “esemplare”, oltre che una strettissa vicinanza alla macabra opera del poeta vagabondo. Sembra quindi annullare qualsivoglia confine o barriera tra letteratura e musica, creando un connubio di meraviglia assoluta. Ma il cantautore italiano va ben oltre quanto espresso dal Villon nella sua seppur struggente poesia, presentandoci degli impiccati che, in contrasto all’usanza comune, non chiedono in alcun modo perdono, pieni anzi di furore e rancore. Ciò che si materializza tramite la melodia della sua voce, sembra esser una vera e propria denuncia sociale contro un qualcosa di così ignobile come la pena di morte. Come a dirci che, dal tempo di Villon ad oggi, l’uomo non ha smesso mai di esser quell’atomo di infinito male per gli altri uomini.

“Prima che fosse finita
ricordammo a chi vive ancora
che il prezzo fu la vita
per il male fatto in un’ora”

Proprio come nella poesia del Villon, anche qui i corpi dei condannati a morte sono lasciati ad annerire e a rinseccolire sotto al sole, per ricordare ai vivi qual è il prezzo da pagare per i loro sbagli. Errore, come sottolinea il De Andrè, che anche se durato una sola ora o un minuto soltanto, ha l’amaro prezzo dell’eterna oscurità e del sovrumano silenzio.
I condannati a morte che il cantautore genovese ci presenta non indulgono alla parola del “divino” neppur dinanzi all’ultimo istante della loro esistenza. Il dolore non genera qui rassegnazione, ma è un grido lanciato nel vuoto che s’aggrappa alla cieca speranza di porsi in difesa di uno dei diritti naturali dell’uomo: la vita.


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