05:36 am
12 dicembre 2017

Una cronaca di vita carceraria: “L’uomo sbagliato, il caso Barillà”

Una cronaca di vita carceraria: “L’uomo sbagliato, il caso Barillà”

Nel 2005 viene dato alle stampe “L’uomo sbagliato, il caso Barillà”, che narra la reale vicenda di Daniele Barillà, piccolo imprenditore del milanese, ingiustamente arrestato e detenuto per sette anni e mezzo a causa di un errore giudiziario. La sua vicenda suscitò molto scalpore, tanto che dal libro fu tratto un adattamento televisivo con Beppe Fiorello, dal titolo “L’uomo sbagliato”. Il testo riporta gli avvenimenti dall’arresto di Daniele fino alla scarcerazione, riferendo i dettagli delle intricate operazioni giudiziarie e della sua vita dietro alle sbarre.

Immagine correlata

Daniele Barillà

Un lungo, lunghissimo soggiorno forzato, seppur innocente. Le disgrazie di Daniele cominciano il 13 febbraio del 1992: una giornata apparentemente come le altre, in cui l’imprenditore svolge alcune commissioni, si reca al lavoro presso la propria azienda, cena dalla sorella, e infine va al supermercato a comprare del cibo per il cane. Purtroppo, una sfortunata coincidenza vuole che lo stesso giorno sia in atto un’importante operazione di traffico di droga, che i carabinieri locali stanno monitorando, pronti a intervenire, e che Daniele si ritrovi erroneamente coinvolto. Infatti, uno dei trafficanti possiede lo stesso modello della sua automobile, il numero di targa simile, e per giunta gli somiglia molto fisicamente, e a causa della tattica imprecisa di “pedinamento dinamico” che adottano i carabinieri, nessuno si accorge che la macchina che giunge al posto di blocco non è quella del criminale, ma di Daniele, che si trova al posto sbagliato nel momento sbagliato. Nel libro è raccontato il trattamento brutale al momento del suo fermo, quando uno degli agenti gli sferra un violento calcio al viso, facendogli saltar via gli incisivi; poi, senza molti riguardi, viene condotto in caserma, dove durante l’interrogatorio viene percosso. Nessuno è disposto ad ascoltare le sue ragioni, perché il commissariato si affida interamente alla dichiarazione dei carabinieri che hanno eseguito il blitz, nomi importanti del comando, che anni dopo verranno incriminati per l’inquinamento di quella e di molte altre indagini, al fine di sequestrare e rivendere la droga.

copertina del libro “L’Uomo Sbagliato”

Daniele racconta della dura esperienza del carcere: la prima consapevolezza che emerge in lui è che “tutto ciò che arricchisce normalmente un uomo, gli dà spessore e fascino, ora è zavorra”: infatti la consapevolezza di non essere libero e non poter coltivare il proprio lavoro, i propri affetti, la propria vita, è un dolore quasi insopportabile, causa di molti suicidi che avvengono negli ambienti penitenziari.

Daniele capisce di dovere ricorrere a una forma di distacco e di egoismo, per poter sopravvivere. Privato della libertà, è privato della propria umanità: condannato inizialmente a diciotto anni, è costretto a chiudere i rapporti con la propria fidanzata e a desistere dal progetto di sposarsi e avere figli; la sua azienda inevitabilmente fallisce; non può assistere il padre durante la malattia ed è assente alla sua morte; il giorno del funerale verrà condotto al cimitero solo a cerimonia terminata, perché ritenuto “potenzialmente pericoloso” (e nemmeno è da specificare il fatto che non gli verrà concesso nemmeno un momento di intimità con i propri famigliari). Il carcere lo debilita perché, a causa delle numerose udienze, è costretto a essere trasferito diverse volte, a cambiare continuamente struttura o cella, con la conseguente difficoltà di stabilire relazioni e creare un minimo di equilibrio nella propria vita. Viene riempito di farmaci tranquillanti, è costretto a una convivenza difficile con i compagni di cella, che litigano per banalità come la scelta del programma tv, anche se la maggior parte del tempo rimangono immobili sdraiati sui letti: si crea un ambiente apatico, privo di energia e di speranze, dove regna la disperazione e la sofferenza.

Talvolta gli agenti riservano dei trattamenti duri ai detenuti: quando Daniele vive l’esperienza dell’isolamento, in cui è confinato per tre mesi, deve rivolgersi ai suoi sorveglianti per qualunque bisogno, anche quello più banale di farsi una doccia o lavarsi i denti, e spesso riceve risposte senza alcun rispetto. Quando finalmente la verità emerge e Daniele è scarcerato, sono passati sette anni e mezzo. Riceve un cospicuo risarcimento (inizialmente fu stabilita la cifra di quasi quattro milioni di euro, che però non furono interamente elargiti) dalla Corte d’Appello di Genova, perché l’esperienza del carcere ha creato danni irreparabili alla sua persona, di tipo fisico e morale: a causa del pestaggio al momento dell’arresto e dell’interrogatorio, Barillà ha contratto un’invalidità permanente del 70%, che lo rende inabile al lavoro. Inoltre, a livello psicologico, citando le parole di Stefano Zurlo che richiama testualmente la perizia psichiatrica:

“Il quadro clinico evidenzia la presenza di una grande sintomatologia depressiva con idee di rovina e autosoppressive, accompagnate da una sorta di ottusità emotiva, tendenza all’isolamento e al pessimismo morale, disturbi del sonno e dell’adattamento sociale, la presenza di una sindrome ansiosa con una sintomatologia cefalgica sovrapposta, la presenza di un’ideazione persecutoria ben delineata (…) ormai strutturato e ben radicato”.

In conclusione, tralasciando ciò che nella personale vicenda di Barillà riguarda l’errore giudiziario – terribile -, si può senz’altro riflettere sulle conseguenze della vita in un ambiente carcerario: una vita disumana, senza poter godere di diritti fondamentali, senza la possibilità di coltivare affetti e di impiegare in maniera fruttuosa il proprio tempo. Un ambiente certamente non esente da violenze, dove un uomo languisce nella più totale apatia. E ci si può domandare apertamente se non esistano valide alternative alla nostra forma italiana di carcere, valutando come possibile alternativa il sistema penitenziario di altri Paesi, come la Svezia, che mira al reinserimento del detenuto nella società, e non alla sua distruzione psico-fisica. A tutti noi l’ardua sentenza.


FONTI
Stefano Zurlo, “L’uomo sbagliato, il caso Barillà”, Albatross AMP, 2005.
Ristretti.org

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *