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12 dicembre 2017

Il “Don Giovanni” di Molière

Il “Don Giovanni” di Molière

In collaborazione con Ilaria Zibetti, che si occuperà dell’omonimo melodramma di Mozart, verrà analizzato il Don Giovanni o Il convitato di pietra di Molière. Si tratta di una commedia tragica in cinque atti, presentata per la prima volta a Palais-Royal, il 15 febbraio 1665 dalla compagnia del suddetto drammaturgo.

Tra le numerose sceneggiature disponibili in libreria e online, abbiamo scelto per voi: Don Giovanni, Molière, Letteratura universale Marsilio, a cura di Delia Gambelli, traduzione di Delia Gambelli e Dario Fo (con testo a fronte). La traduzione è moderna e scorrevole per garantire al lettore delle fragorose risate, le stesse che hanno animato l’antico pubblico di Molière. Le traduzioni dal francese, rese in dialetto possono risultare di difficile comprensione, ma si tratta comunque di una soluzione originale e apprezzabile.

La tragicommedia inizia in medias res: si sono già svolti alcuni dei fatti principali. Don Giovanni, dopo aver sedotto e sposato innumerevoli fanciulle, ha conquistato il cuore di Donna Elvira, convincendola a lasciare il convento per lui. Subito dopo (ed è qui che inizia la nostra storia) il libertino abbandona la città per conquistare una nuova giovane, promessa ad un altro. In città non potrebbe nemmeno recarsi perché in tale luogo ha ucciso un uomo in duello e potrebbe imbattersi nella vendetta dei familiari; ma Don Giovanni non teme nulla. Come egli stesso dichiara in un monologo – in cui mostra di essere maestro di retorica – vuole assaporare tutte le bellezze esistenti anziché amarne una, in quanto apprezza più il “sapore della conquista” che la donna in sé. Sin dall’inizio i vari personaggi che incontra lo esortano a non sfidare il Cielo, ma Don Giovanni, pur essendo cattolico, bestemmia e affronta l’ira divina. Donna Elvira nel frattempo insegue il protagonista per chiedergli spiegazioni in merito alla sua partenza, ed egli le rivela di non amarla più.

Don Giovanni e il servitore Sganarello organizzano una gita in mare per conquistare una fanciulla, ma vengono sorpresi da una tempesta. I due vengono soccorsi dalla contadina Carlotta, promessa a Pierotto, e Don Giovanni inizia a farle la corte chiedendole la mano; Carlotta accetta. Entra in scena Maturina, altra donna circuita dal nobile libertino e scoppia un comico battibecco. Giunge dunque La Frasca, che mette al corrente Don Giovanni del fatto che alcuni uomini in armi lo stiano cercando.

Don Giovanni e Sganarello fuggono: il primo in abiti da viaggio, il secondo travestito da medico. I due disquisiscono sulla fede e successivamente Don Giovanni promette un Luigi d’oro ad un povero in cambio di una bestemmia.

Don Giovanni salva un uomo dall’attacco di alcuni ladri, per poi scoprire che si tratta di Don Carlo, fratello di Donna Elvira, che lo stava cercando per vendicare la sorella. Nonostante venga riconosciuto da Don Alonso, sopraggiunto in seguito, il protagonista viene lasciato andare come ricompensa per il salvataggio. In seguito Don Giovanni e Sganarello si imbattono nel mausoleo e nella statua del Commendatore, ucciso a duello da Don Giovanni. Il libertino invita a cena la statua, che risponde con un cenno.

Il libertino riceve poi la visita del padre Don Luigi, che cerca di redimere il figlio, ma invano. L’ultima visita ricevuta da Don Giovanni è di Donna Elvira che, velata e in lacrime, gli chiede di pentirsi. Il padrone di casa è stato in qualche modo colpito dal discorso della donna e promette che, tra venti o trent’anni, si pentirà.

Don Giovanni mente al padre, raccontando di essersi pentito delle proprie malefatte. Giunge poi Don Carlo, che chiede a Don Giovanni di sposare Donna Elvira, ma l’astuto peccatore rifiuta, dicendo di essersi convertito e che il matrimonio non è contemplato nella vita di Grazia che lo attende. Compare uno spettro che intima a Don Giovanni di pentirsi, ma l’uomo rifiuta nuovamente, il fantasma si tramuta dunque nel Tempo con la Falce in mano, senza sortire, però, alcun effetto. La Statua infine invita a cena Don Giovanni e, prendendolo per mano, lo trascina negli Inferi, mentre Sganarello si lamenta di non essere stato pagato.

Nell’opera la donna è trattata alla stregua di un oggetto, considerata una preda da conquistare. Tuttavia i temi principali sono l’ateismo e la fede, infatti Don Giovanni, pur dimostrando di credere in Dio, sfida le leggi del Cielo sino all’estremo gesto finale, la discesa negli Inferi.  Mostra un minimo segno di pentimento soltanto dopo l’ultimo incontro con Donna Elvira, ma subito procrastina la sua conversione alla vecchiaia. Secondo l’opinione dell’autore, le sue colpe da libertino sono ben poca cosa rispetto alle sue malefatte nei confronti della fede cristiana, verso le quali non c’è possibilità di assoluzione.

L’opera è ispirata ad una tragicommedia spagnola (barocca), El burlador de Sevilla y Convidado de piedra, attribuita ad un monaco spagnolo, Luis Tellez, noto in letteratura con lo pseudonimo di Tirso de Molina (1571-1648). Le date di composizione e di prima rappresentazione sono ignote, ma la prima edizione è del 1630. Non conosciamo traduzioni contemporanee che possano aver ispirato l’opera di Molière, ma sappiamo che l’influenza spagnola in Francia all’epoca era fortissima.

Nell’opera troviamo elementi antichissimi come la vendetta dei morti, proveniente dal mondo classico e il tema delle statue parlanti, presente in tutta la cultura mediterranea. Non sappiamo se Don Giovanni sia ispirato ad un personaggio storico, ad un libertino noto, cui Tirso abbia successivamente aggiunto caratteristiche suggestive.

Si tratta, come si è accennato prima, di una tragicommedia essendo presenti elementi tragici come la morte del protagonista, ma anche numerose scene comiche. La commedia di Tirso presenta molti difetti: non rispetta le unità di spazio e tempo, mostra vari sbalzi di tono e procede con un ritmo velocissimo, che la fa risultare sconnessa.

Tirso è estremamente misogino, non è un caso, infatti, che lo strumento del peccato sia la donna. Si noti che non viene mai condannata dall’autore la carenza di tenerezza nei confronti delle conquiste di don Giovanni, in quanto le donne non sembrano meritare affetto. Tuttavia nemmeno i personaggi maschili si salvano: il male è condiviso da tutte le figure presenti in scena.

Don Giovanni nell’opera di Tirso è un “burlador”, un uomo che ride di tutti, che non rispetta nulla e che sposa l’ anarchia, atteggiamento che anticipa inconsapevolmente l’homme revolté dei secoli successivi.

Molière scrive il Don Juan in fretta dopo lo scandalo suscitato dal Tartuffe e il conseguente divieto di portarlo in scena. A tale velocità viene attribuita la caratteristica del testo di essere in prosa anziché in versi, inoltre – come l’opera di Tirso – il testo non rispetta le unità di tempo e di luogo; per queste ragioni e per le peccaminose sregolatezze di Don Giovanni anche il nuovo testo viene attaccato dalla critica. Secondo un contratto stipulato tra la compagnia di Molière e due pittori incaricati di realizzare le scenografie, l’opera tuttavia non sarebbe stata composta così rapidamente. Non conosciamo però il testo che Molière portò in scena quando era ancora in vita, ma solo alcune testimonianze postume.

Il testo del 1682 è stato censurato e modificato, solo all’inizi del XIX secolo vennero scoperti tre esemplari non revisionati, che hanno consentito la ricostruzione del testo originale. Tra gli altri, uno degli episodi reintegrati è rappresentato dal povero cui era stato promesso un Luigi d’oro in cambio di una bestemmia.

FONTI

Appunti di letteratura francese

Don Giovanni, Molière, Letteratura universale Marsilio.

CREDITI

Wikipedia

 

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