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12 dicembre 2017

“L’importanza di chiamarsi Ernesto”: un Oscar Wilde più moderno che mai

“L’importanza di chiamarsi Ernesto”: un Oscar Wilde più moderno che mai

Dal 17 novembre al 10 dicembre L’importanza di chiamarsi Ernesto” è in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano, che per la stagione 2017/2018, propone un percorso incentrato su Oscar Wilde. Un omaggio che culmina con la ricostruzione delle vicende giudiziarie che coinvolsero lo scrittore irlandese nel 1895: Atti Osceni, grande successo in replica il prossimo 3 dicembre.

Il protagonista della pièce, Jack Worthing, finge di avere un fratello di nome Ernest per poter scappare dalla routine contadina e condurre una vita dissoluta a Londra insieme all’amico Algernon. Jack si innamora della cugina Gwendolyn, che resta affascinata dal suo nome, e in modo analogo l’amico inizia una corrispondenza con la nipote del protagonista, presentandosi con lo stesso nome. Come ben si può intuire ciò sfocerà in una storia di equivoci, malintesi, e scambi di persona tipici della commedia classica. Quella di Wilde è una commedia che non invecchia mai. Nel suo attacco diretto all’Inghilterra vittoriana, l’autore si serve di paradossi, giochi di parole e rovesciamenti di significato per smascherare e deridere una società che vive di apparenze ed eccessivo materialismo. È proprio a causa del ricorrere di questo tipo di degenerazione sociale, anche se declinata in diverse forme, che l’opera è sempre attuale e fruibile, come ben sottolineano i registi Ferdinando Bruni e Francesco Frongia:

“Questa ‘commedia frivola per gente seria‘ […] è l’esempio più bello di come Wilde, attraverso l’uso di un’ironia caustica e brillante, sveli la falsa coscienza di una società che mette il denaro e una rigidissima divisione in classi al centro della propria morale. […] E se si potrebbe venir tentati di leggere Earnest come una scrittura in codice che strizza l’occhio all’ambiente omosessuale dell’epoca e ai suoi sottintesi e sottotesti, molto presto ci si rende conto che, ben più genialmente, Wilde inventa un linguaggio inedito che pone le basi dell’umorismo queer, un umorismo che, attraverso l’epoca d’oro della commedia hollywoodiana, è arrivato fino a noi, anche attraverso popolari serie televisive, senza perdere in freschezza e causticità.”

L’interpretazione offerta è una versione moderna e pop di un classico della tradizione teatrale inglese. Questo approccio innovativo è realizzato sin dal principio, quando I will survive di Gloria Gaynor riecheggia nel salotto di Algernon, e viene mantenuto con coerenza durante tutta la durata dello spettacolo. Alle scelte musicali contemporanee (tra cui troviamo anche la colonna sonora de La pantera rosa) si affiancano le scenografie vivaci e anacronistiche: poltrone e sedie colorate stile anni ’60, per noi forse vintage, ma decisamente bizzarre per l’Inghilterra vittoriana.

Ancora più originali e rivoluzionari i costumi; Jack e Algernon sono due giovani eleganti che non indossano abiti ottocenteschi, bensì completi moderni e colorati. L’abbigliamento vistoso dell’aristocratica Lady Bracknell è un po’ meno “infedele” e incarna l’appariscenza e l’eccentricità del personaggio. Infine troviamo Gwendolen, promessa sposa di Jack: i suoi vestiti sono tutt’altro che raffinati, i colori non si abbinano. La sciarpa vistosa, il trucco pesante e gli cchiali da sole la rendono ridicola e poco seducente. Più che una giovane aristocratica inglese in cerca di marito ricorda la protagonista di qualche video musicale o programma televisivo “trash” degli anni 2000. Anche Algernon ha l’aspetto di un dandy moderno, quasi un divo degli anni ’60.

La produzione dell’Elfo Puccini affianca l’umorismo senza tempo di un testo sacro del teatro inglese a riferimenti a noi più familiari e vicini nel tempo: assolutamente da non perdere.

 

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