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13 dicembre 2017

Bomberismo e Revenge Porn: intervista ad Alessia Sorgato

Bomberismo e Revenge Porn: intervista ad Alessia Sorgato

In occasione della giornata mondiale della violenza contro le donne (come di consuetudine il 25 Novembre) occorre fare chiarezza su questo tema e sulle dinamiche ad esso collegate come ad esempio il revenge porn e il bomberismo.

Cosa si intende quindi per Bomberismo?

Nonostante al momento non ci sia una vera e propria definizione per la parola bomberismo, sotto questo termine vengono raccolti tutti quegli atteggiamenti principalmente sessisti e ignoranti. E’ proprio l’ignoranza infatti il metro di giudizio: più un comportamento è ignorante e degradato più è “figo”, da vero bomber.

A spiegarci quali sono le conseguenze di questo fenomeno e a parlarci degli stereotipi sulla violenza contro le donne e del famigerato revenge porn, ci ha pensato Alessia Sorgato, avvocatessa che da anni combatte a fianco delle vittime di violenza.

Alessia Sorgato è anche autrice del libro “Giù le mani dalle donne”, ed è proprio a partire da questa sua opera che noi de Lo Sbuffo abbiamo iniziato a farle delle domande. Più volte definito un vero e proprio vademecum su come comportarsi in caso di violenza: “Giù le mani dalle donne” ha come tratto distintivo il fatto che per la prima volta a trattare dell’argomento non siano né giornalisti né vittime, bensì una professionista nel campo. In questo libro, si possono leggere sette reati in cui una donna può incorrere, reati che vengono definiti giuridicamente a cui poi viene fornito un arsenale di soluzioni.

Nel libro si parla di violenze fisiche e psicologiche. Le prime di norma più facili da identificare le seconde talmente subdole che in certi casi neanche la vittima si rende conto di essere sotto attacco. Quando una donna può considerarsi vittima di questi abusi e cosa può fare per difendersi?

“La legge italiana non consente che una persona – non solo e non necessariamente di sesso femminile – subisca sopraffazioni, umiliazioni e  violenze che, a loro volta, sono rilevanti  (e quindi punibili) in quattro diverse accezioni: fisica (schiaffi, pugni, calci, spintoni, fratture, procurati aborti), psicologica (ingiurie, denigrazioni, mortificazioni, contumelie) ma anche sessuale ( rapporti non voluti, rapporti in modalità non condivise o in momenti non graditi) e perfino economica (privazioni, furti tra congiunti, appropriazioni altrimenti non perseguibili)”.

Purtroppo però la violenza è capace di stare al passo con i tempi assumendo anche una forma virtuale conosciuta come “revenge porn”. Cos’è questo fenomeno e perchè è una violenza così in voga?

“Il revenge porn è la nuova frontiera della violenza contro le donne. Revenge porn è una definizione di evidente matrice americana, nata negli anni 80 per indicare il fenomeno della pubblicazione e divulgazione, a scopo vendicativo (da qui “revenge” che in inglese significa vendetta), di foto e video di rapporti intimi o di soggetti ritratti senza abiti e/o in atteggiamenti a sfondo sessuale.”

Balzato alla cronaca per via del caso di Tiziana Cantone, la pratica del Revenge Porn è sempre più diffusa in quanto grazie alle tecnologie in dotazione a tutti noi è possibile accedere, produrre e distribuire in maniera veloce e anonima tutti i materiali nocivi.

Ma allora, se il pericolo è reale e così vicino a tutti noi, è ormai sbagliato condividere i propri dati personali con persone di cui ci si fida? Con un fidanzato o con un possibile tale?

Ni. “Non spetta certo a me stabilire se sia sbagliato condividere questo genere di foto o di video (che non sono tecnicamente “dati personali” per che per essi la legge intende qualcosa di molto più anodino come la fede religiosa o le patologie di cui si soffre, per fare un esempio), pero’ sento il dovere di mettere in guardia dai pericoli della rete.”

Eppure i nostri dati in rete sono protetti dalla legge.

“I nostri dati personali sono protetti dal Testo Unico Leggi Privacy, dal relativo Garante e, a livello investigativo, dalla Polizia Postale. È una tutela forte e in continuo aggiornamento. Il problema è che anche le sue violazioni si sfaccettano e si modificano alla velocità con cui migliora la qualità di uno smartphone o si aggiungono social network in voga. Prima di Facebook, Twitter e WhatsApp dovevamo guardarci dallo scambio di VHS su cui registrato, spesso all’insaputa del malcapitata, un suo amplesso. Oggi dobbiamo fermare la viralizzazione.”

Quando la pubblicazione di foto personali da parte di terzi, da ”semplice” violazione di privacy diventa volontà di danneggiare il partner?

“La pubblicazione di foto personali da parte di terzi è in teoria sempre una violazione della legge Privacy, se la foto è “rubata” e la divulgazione comunque non consentita. La volontà di danneggiare è un quid pluris che ovviamente dipende caso per caso ed altrettanto va sondata volta per volta, non si può presumere. Può essere dedotta per esempio dal testo che accompagna e commenta la foto, per esempio, se si pubblica anche il numero di cellulare in uso alla vittima, simulando che offra prestazioni sessuali, così costringendola a subire la ricezione di telefonate da parte degli interessati.”

E’ importante sapere che ad oggi, un caso di revenge porn viene trattato processualmente come un caso di diffamazione aggravata. Nel settembre del 2016 è stata presentata una proposta di legge per l’introduzione dell’articolo 612-ter del codice penale, concernente il reato di diffusione di immagini e video sessualmente espliciti. Purtroppo però, nonostante la cronaca di tutti i giorni ne chieda a gran voce l’introduzione, l’iter legislativo è arenato.

“L’intenzione è quella di introdurre nell’ordinamento un vero e proprio reato che, non a caso, è stato collocato subito dopo quello di stalking” ci spiega Alessia.

In conclusione, gli episodi raccontati dalla cronaca sono sempre storie finite male eppure ci spiega Sorgato, ce ne sono tantissime altre a lieto fine che fanno ben sperare.

“Sono una inguaribile ottimista, mi occupo di queste materie da molti anni e negli ultimi otto quasi in esclusiva. Ho assistito oltre un centinaio di donne e, salvi i casi di femminicidio, sono tutte vive, quasi tutte separate dal loro maltrattante, spesso risposate o con figli nati dopo la vicenda per cui le ho difese. Storie diverse che però sono accomunate da un unico denominatore: le donne coinvolte hanno denunciato. Chi non lo fa infatti, non può sperare che la situazione cambi e si sistemi da sola.”

 

FONTI

Intervista dell’autrice

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