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12 dicembre 2017

PLOT OPERA: DI SPREZZO DEGNO SÉ STESSO RENDE CHI PUR NELL’IRA LA DONNA OFFENDE. Molestie e violenza nell’Opera.

PLOT OPERA: DI SPREZZO DEGNO SÉ STESSO RENDE CHI PUR NELL’IRA LA DONNA OFFENDE. Molestie e violenza nell’Opera.

Le donne, all’interno di molte e famose narrazioni operistiche, sono le indiscusse protagoniste. Basti pensare ad Aida, Tosca, Lucia di Lammermoor, Norma… figure archetipe ed eroine coraggiose, dissolute e scellerate, amanti e traditrici. Il fascino muliebre viene impresso dagli artisti nei loro lavori, rendendole immortali, idolatrandole come se fossero persone concrete. Purtroppo nella realtà capita spesso che chi dice di “amare” non ne è davvero in grado e sa solo fare del male.

Diverse volte, in questi articoli, ho sottolineato quanto nell’Opera ricorrano delle tematiche contemporanee, per quanto rielaborate e adattate al loro contesto. Nel mese dedicato alla lotta contro la violenza sulle donne, propongo una panoramica – generale – del repertorio lirico in cui questa piaga dell’umanità viene rappresentata sul palco come specchio della realtà.

Tra gli exempla famosi comincerei con il citare Wolfgang Amadeus Mozart. Ne “Il flauto magico” (1791) la principessa Pamina, durante la sua prigionia presso il palazzo del mago Sarastro, è soggetta alle attenzioni moleste di Monostatos, il suo carceriere di colore (elemento volutamente inserito a causa del razzismo dilagante dell’epoca). Questi viene già punito una volta da Sarastro stesso con delle frustate sui piedi, eppure nel secondo atto, mentre Pamina dorme, tenta di baciarla invocando il suo diritto a godere anch’egli della bellezza della giovane. Nel capolavoro musicale “Don Giovanni” (1787) si mostrano invece due atti di tentata violenza perpetrati dal dissoluto nei confronti di Donna Anna (sebbene alcuni abbiano ipotizzato che questa scena sia talmente ambigua da poter essere letta come un volontario convegno amoroso) e Zerlina, ossia l’ultima preda a cui mira il nobiluomo spagnolo. La contadina, riuscita a respingere le sue avances, diventa vittima di un’aggressione in quanto Don Giovanni, non riuscendo a sedurla e spinto dalla sua brama, non trova altro mezzo per soddisfare la sua sete di conquista e di possesso. Essendo questa figura assai complessa, rinvio l’analisi dettagliata ad un altro articolo.

Perfino Rossini nel suo melodramma “La gazza ladra” (1817) inserisce delle non troppo velate molestie che Ninetta, l’innocente protagonista della vicenda, subisce da parte del Podestà, il quale non si fa alcuno scrupolo a fare abuso di potere fino ad incarcerare la giovane per poi ricattarla; se ella cederà alle sue voglie, la farà scagionare dall’accusa di furto (che si risolverà felicemente con la scoperta che è stata proprio la gazza ladra a sottrarre l’argenteria). In questo caso si comincia a delineare un’altra terribile sfumatura della violenza che purtroppo è sempre esistita: l’uso della propria posizione sociale di potere per sopraffare i più deboli, che genera un senso malsano di onnipotenza sulle vite altrui.

In “Lucia di Lammermoor” (1853), celebre titolo del Maestro Gaetano Donizetti, la crudeltà che il fratello della protagonista, Enrico, esercita è a livello soprattutto psicologico. Un assoggettamento assai insidioso, che fa leva su minacce, sensi di colpa e sulla responsabilità di Lucia nei confronti della sua famiglia. Così la induce ad essere maggiormente docile verso il suo piano, ossia darla in sposa a un partito a lui più conveniente. Gli eventi rovinosi che si scatenano in seguito alla firma del fatale contratto nuziale sono irreversibili: Lucia, insultata dall’uomo che lei realmente ama – Edgardo Ravenswood – e legata per sempre ad un altro, ha un crollo mentale. La ragazza impazzisce e, prima di spirare di dolore, uccide il novello sposo. Il suo delirio ben descritto nell’aria “Il dolce suono mi colpì di sua voce” altro non è che la manifestazione penosa dei suoi sogni, precocemente spezzati da una realtà di stampo maschilista. Ognuno desiderava Lucia in maniera diversa e tutti hanno finito col perderla.

Una delle opere in cui il femminicidio è raccontato in chiave fortemente realistica è sicuramente “Carmen” (1875) di Georges Bizet. L’intraprendenza e la spregiudicatezza della bella zingara hanno all’inizio affascinato il brigadiere Don José, il quale ha rinunciato alla sua carriera e a una vita onesta per lei. Quando però l’amata gli volta le spalle per concentrarsi sulla sua nuova fiamma, il torero Escamillo, José avverte la perdita di controllo e il suo amore da succube diventa tiranno. Minaccia più volte Carmen ma lei, indipendente e fiera, non sente ragioni. Perfino nel loro ultimo confronto ribadisce che è una donna libera, che l’unico modo per impedirle di fare ciò che vuole è di versare il suo sangue. José, fuori di sé dalla rabbia, la pugnala a morte per poi consegnarsi alla gendarmeria. Il delitto dell’ex brigadiere è indubbiamente legato al concetto di possesso: se egli non può avere Carmen, nessun altro uomo può possederla. Un ragionamento egoistico, primitivo, un’illusione che la compagna sia una esclusiva proprietà e non come un libero individuo… purtroppo ciò è causa di tanti, troppi, crimini.

Giuseppe Verdi rende eroici i decessi delle proprie donne, dalle personalità indimenticabili. Una delle più note è Gilda, la pura e ingenua figlia del buffone Rigoletto, che resta vittima degli inganni e della lussuria del Duca di Mantova. Nonostante questo comportamento indegno, la fanciulla lo ama ancora ed è disposta a morire per lui, lasciandosi assassinare dal sicario Sparafucile. Lei per il Duca era una delle tante conquiste mentre per Gilda era il primo e – unico – amore. La sventurata Leonora di Vergas, ne “La forza del destino” (1862), viene colpita a morte dal proprio fratello, il quale è ossessionato dalla vendetta ed odia profondamente la sorella perché la crede responsabile dell’incidente fatale avvenuto al loro padre. Un piano freddo, determinato, terribile e irragionevole ma narrato nell’ottica verdiana come inevitabile sacrificio. Desdemona, infine, celebre già dai tempi dell’ “Otello” di Shakespeare, riprende vita dalle note dell’opera omonima (1887) patendo la stessa tremenda sorte. Questo femminicidio è uno dei più spaventosi non solo per l’atto in sé ma anche per il significato di quello che appare addirittura un rituale: soffocata nel letto nuziale dall’amato marito, il luogo della massima intimità, vittima di trame di cui ignora l’esistenza. La gelosia che Jago provoca in Otello è cieca e furibonda; un’insicurezza dettata dalla perdita del controllo e della sicurezza sulla persona cara, che può sfociare in gesti scellerati. Un’altra causa assai fatale.

Ne “La Gioconda” di Amilcare Ponchielli (1876) la protagonista, soprannominata Gioconda, viene ripetutamente insidiata dall’oscuro personaggio di Barnaba, una spia del Consiglio dei Dieci di Venezia. Quest’ultimo la desidera solo per la sua bellezza esteriore, un vuoto e bestiale piacere carnale di cui non godrà in quanto ella, pur di non cedere, si suicida.

Vi è altresì “Pagliacci” (1892) di Ruggero Leoncavallo, in cui il capocomico Canio accoltella la moglie Nedda durante un loro spettacolo itinerante perché ne ha scoperto il tradimento con un altro uomo. Un verismo ispirato ad un fatto di cronaca realmente accaduto nel Sud Italia dell’epoca.

Giacomo Puccini è ricordato per le sue composizioni dalla straordinaria forza realista, romantica e suggestiva, per non parlare della sua predilizione per i personaggi femminili. Ma anch’egli ha voluto rappresentare atti di tentata violenza: quello più noto riguarda “Tosca” (1900)  nella scena in cui Tosca subisce il vile ricatto di stampo sessuale del capo della polizia Scarpia. Ella pur di salvare il proprio amato Mario dalle grinfie dell’uomo accetta, ma alla fine decide di uccidere Scarpia con un coltello. Un altro, forse meno famoso, è ne “La fanciulla del West” (1910)  quando Minnie si salva da un’aggressione dello sceriffo Rance puntandogli un fucile. Race, da tempo innamorato della ragazza, non tollera che lei possa stare con un altro, per giunta un bandito come Johnson. Tornano quindi nuovamente i temi dell’abuso di potere per soddisfare i propri istinti e la concezione del possesso della donna come se fosse una proprietà.

Ultimerei con una rapida carrellata di titoli creati nel Novecento.

In“Salomé” di Richard Strauss  (1905) la conturbante principessa giudiaca viene soffocata dagli scudi dei soldati per ordine del patrigno Erode, il quale è disgustato dal bacio con la testa monca del Battista; Riccardo Zandonai ricrea la triste morte di Francesca da Polenta e Paolo Malatesta in “Francesca da Rimini” (1914), entrambi uccisi dal di lei sposo Gianciotto Malatesta; il compositore ungherese Béla Bartók ne “Il castello di Barbablù” (1918) fa scoprire a Judith la strage delle precedenti mogli di Barbablù e la sua vita stessa viene attentata dal consorte violento. Alan Berg, esponente della Dodecafonia, con “Lulù” (1937) mostra in scena un doppio femminicidio: quello della protagonista Lulù e della sua amica, la Contessa Geschwitz, entrambe assassinate dall’oscura ombra che gravava per tutta l’opera, ossia Jack lo Squartatore. Benjamin Britten infine, riprendendo l’episodio scritto dallo storico latino Tito Livio, mette in scena lo stupro di Lucrezia in “The rape of Lucretia” (1946) messo in atto da Tarquinio, il quale per scommessa ha provato a tentare la virtù della donna. Vedendo che la sua seduzione non ha effetto ed eccitato dalla sua bellezza, decide di usarle violenza come segno terribile della propria supremazia e disprezzo per la sua persona. La conseguenza è il suicidio di Lucrezia in quanto si sente macchiata, impudica e disonorata, indegna di vivere.

La violenza sotto qualsiasi forma: fisica, psicologica… anche solo un insulto pronunciato a sproposito può trasformarsi in un atto mostruoso che potrebbe distruggere un essere umano. Chi viene anche solo sfiorata da questi comportamenti non è mai colpevole, bensì vittima e in quanto tale va protetta ed aiutata.

Ne “La traviata” il padre di Alfredo, Germont, vedendo il figlio scagliarsi contro Violetta gettandole i soldi, lo rimprovera. Le parole son le stesse riportate nel titolo dell’articolo: “Di sprezzo degno sé stesso rende chi pur nell’ira la donna offende”. Parafrasando: è da biasimare chi, anche infuriato, offende una donna. Sarebbe da stampare e diffondere per le strade. Non c’è rabbia, insicurezza, gelosia o altro sentimento che giustifichi la violenza. Soluzioni? L’educazione – sentimentale e sessuale -, prevenzione e la cultura del rispetto.

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