Era tra il 1914 e il 1915.
Edgar Lee Masters pubblicava sulla rivista “Mirror” di St. Louis una serie di epitaffi, raccolti poi in quella che è l’Antologia di Spoon River.

Edgar Lee Masters (1869-1950), American poet.

Un personaggio in ogni poesia, 19 storie, 244 poesie. Una rete d’indra che come un manto avvolge ogni memoria di quel microcosmo che è Spoon River.
Per quanto riguarda la diffusione in Italia sarà Fernanda Pivano nel buio degli anni neri, anni in cui “americano” era sinonimo di infetto, a leggerlo (grazie a Pavese), decidere di tradurlo (grazie ad un colpo di fulmine) e poi pubblicarlo ( grazie ad Einaudi ma sotto mentite spoglie: L’antologia di S.River).
Era il 1943.

Era invece il 1958 quando, in una Genova compresa tra una Dolcenera e l’altra, un diciottenne Fabrizio De Andrè leggeva per la prima volta questa raccolta..

Mi era piaciuto, e non so perché mi fosse piaciuto, forse perché in questi personaggi si trovava qualcosa di me. Poi mi è capitato di rileggerlo, due anni fa, e mi sono reso conto che non era invecchiato per niente. Soprattutto mi ha colpito un fatto: nella vita, si è costretti alla competizione, magari si è costretti a pensare il falso o a non essere sinceri, nella morte, invece, i personaggi si Spoon River si esprimono con estrema sincerità, perché non hanno più da aspettarsi niente, non hanno più niente da pensare. Così parlano come da vivi non sono mai stati capaci di fare.

1971.
Esce “Non al denaro, nè all’amore, nè al cielo”, 9 di quelle 244, trasformate in canzoni, o meglio, in altre poesie.
Presi in prestito dalle pagine ingiallite, presi in prestito dalla polverosa borghesia del primo novecento, nove uomini tornano per ricordarci che l’umanità non passa mai di moda.

Se volessimo collocare questa manciata di vita all’interno di due temi: invidia e scienza.

Per quanto riguarda l’invidia perché direi che è il sentimento umano in cui si rispecchia maggiormente il clima di competitività, il tentativo dell’uomo di misurarsi continuamente con gli altri, di imitarli o addirittura superarli per possedere quello che lui non possiede e crede che gli altri posseggiando.
Per quanto riguarda la scienza, perché la scienza è un classico prodotto del progresso, che purtroppo è ancora nelle mani di quel potere che crea l’invidia e, secondo me, la scienza non è ancora riuscita a risolvere problemi esistenziali.

Epifania della vita, manuale di sopravvivenza dal mondo dei morti ( quello più sincero).

All, all are sleeping, sleeping, sleeping on the hill.”
“Dormono, dormono sulla collina”

“La Collina” traccia 1 del disco, si fa spazio nell’aria con ritmo solenne, quasi una marcia d’apertura.
Poi di colpo la voce, il racconto (macro)introduzione alle micro storie che ci aspettano.

-Un matto ( Dietro ogni scemo c’è un villaggio)
-Un giudice
-Un blasfemo (Dietro ogni blasfemo c’è un giardino incantato)
-Un malato di cuore
-Un medico
-Un chimico
-Un ottico
-Il suonatore di Jones

Rispettivamente..

-Frank Drummer
-Il giudice Selah Lively
-Wendell P. Blooyd
-Francis Turner
-Il Dr Siegfied Iseman
-Trainor il farmacista
-Dippold l’ottico
-Il violinista di Jones.

Ognuno di loro in Masters è un ben definito personaggio, sono loro stessi infatti a descriversi negli epitaffi.
De Andrè lascia la prima persona ma con l’articolo indeterminativo concede più possibilità di identificazione. Se in “Un matto” l’Enciclopedia Inglese diviene La Treccani, se Il violinista di Jones per ragioni metriche diviene un flautista, è dal punto di vista concettuale, più che nei dettagli, la vera svolta dei testi genovesi.

Frank Drummer dopo la morte “ha luce nei suoi pensieri” e “inventa parole”.
Wendell Bloyd, percosso a morte da due guardie per la sua blasfemia, si fa tramite della critica ai paradossi e alle ipocrisie sociali, dove il frutto proibito è ormai nella società, che ci costringe a vivere di falsi sogni e bisogni.
Tutti, insieme a Francis Turner, che lasciò il cuore sulle labbra dell’amata, non hanno nulla da rimpiangere alla vita, essendosi riscattati con la morte.

Ma il disco si chiude con Il suonatore di Jones..

Non c’è dubbio che per me questa è stata la poesia più difficile. Calarsi nella realtà degli altri personaggi pieni di difetti e di complessi è stato relativamente facile, ma calarsi in questo personaggio così sereno da suonare per puro divertimento, senza farsi pagare, per me che sono un professionista della musica è stato tutt’altro che facile. Capisci? Per Jones la musica non è un mestiere, è un’alternativa; ridurla a un mestiere sarebbe come seppellire la libertà. E in questo momento non so dirti se prima o poi non finirò col seguire il suo esempio. (Pivano Diari 1476)

Esempio di una libertà, quella non coltivata, che non dorme nei campi coltivati.
Quella che gira e gira come una gonna, tra la polvere, ad un ballo.
Liberà che non si compra e non si vende, e che:

Finii con i campi alle ortiche

Finii con un flauto spezzato

E un ridere rauco

E ricordi tanti

E nemmeno un rimpianto”


 

FONTI
Fonte 1 Wikipedia