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12 dicembre 2017

Elegia V: Goethe e l’eros romano

Elegia V: Goethe e l’eros romano

Roma è erotismo, e questo non va nemmeno spiegato. Se non va spiegato, va però rappresentato, e chi ha saputo farlo è Johann Wolfgang von Goethe. Visse una vita lunga e piena, ma il periodo più felice di questa fu quello a Roma, come dice in Viaggio in Italia. Fu il periodo più felice per l’uomo-Goethe e per l’artista. L’ispirazione che raccolse nel nostro paese gli permise, tornato a Weimar, di rimettere mano ai due capolavori, il Faust e il Wilhelm Meister, ma anche di comporre il grande libro di poesie, Elegie Romane. La vicinanza con la natura primigenia, a detta sua, di Roma e dell’Italia, gli ha permesso di capirne a fondo il carattere creativo e distruttivo, e ne ha imposto il racconto. Natura primigenia che forse oggi fatichiamo a vedere ancora, ma il cui sentimento è ben salvo nelle Elegie, e può essere inteso, anche se nascosto, in alcune scene del Faust. 

Molteplici e vari sono gli elementi che hanno contribuito all’ispirazione delle Elegie. Per primi i poeti elegiaci romani, Catullo, Tibullo e Properzio; i carmina priapea, inni di argomento erotico scritti a cavallo della nascita di Cristo; i pellegrinaggi per Roma e i vari amori che la città e le sue abitanti avevano offerto al poeta (in quei giorni sotto le mentite spoglie di Philip Miller, pittore); la figura storica di una certa diva Faustina, moglie di un Imperatore. Potremmo chiamare tutti questi elementi le “fonti” di Goethe, ma senza rendere merito al suo genio nel ri-comporle in questi toccanti versi.

Una delle più famose e più belle è la V. Il testo è stato tradotto, con un sapore anche troppo arcaicheggiante ed italiano, da Luigi Pirandello. Prima di commentarla vorremmo che la leggeste:

Lieto e ispirato or qui sul classico suolo mi sento
Con forza più gentile parlarmi qui due mondi.

Qui seguo il consiglio, a l’opre mi do dei maggiori
Con premurosa mano, sempre con nuova gioja.

Però le notti amore mi tiene altrimenti occupato.
Dotto a metà divengo, ma lieto al doppio sono.

E non m’èduco forse spiando del seno leggiadro
Le forme, e via guidando la mano giù per l’anca?

Bene allor prima intendo il marmo; pensando comparo,
Con toccante occhio vedo, con man veggente tocco.

Che se la Bella poi mi ruba qualche ora del giorno,
Ore mi dà la notte, che compensanmi a pieno.

Non si bacia già sempre, si fan pur dei savi discorsi;
E s’ella al sonno cede, medito io molto allora,

E spesso a lei scandito con agile man su le terga
Ho l’esametro, e spesso ho in braccio a lei rimato.

Ella alita dolce, nel sonno leggiero, e nel fondo
Più segreto del petto l’alito suo m’infoca.

Attizza Amor frattanto la lampa, e ripensa quel tempo,
Che ai triunviri suoi rendea servigio uguale.

La cosa di cui ci preme parlare in questa sede è l’identità di argomenti che sembrerebbero molto lontani, diversi e inconciliabili; il modo in cui questi si confondono e divengono la stessa cosa. Questi elementi potrebbero far capo a due insiemi: cultura e piacere sensuale.
Iniziamo dai primi distici: il classico suolo rende lieto l’opre dei maggiori dà nuova gioja. Può sembrare poco, ma ci inganneremmo. Un utilizzo così spensierato di termini relativi al piacere e alla gioia accanto alle nozioni di classicità e antichità contraddiceva profondamente l’austero rigore della cultura tedesca dell’epoca. Stessa rigida cultura che censurerà queste Elegie, ci teniamo a ricordarlo. E se ancora l’identità e uguaglianza di valori di cultura ed eros era velato nei primi versi diventa esplicita e quasi scandalosa in quelli successivi. Le notti passate accanto all’amante lo occupano tanto quanto le giornate passate a leggere i classici, ma soprattutto lo educano altrettanto. Scandalo! Ma non si risolve il tutto soltanto in uguaglianza: i due termini si potenziano a vicenda e si scambiano di posto. L’esperienza sessuale potenzia i sensi che il poeta usa per valutare i marmi delle rovine che andava visitando: Con toccante occhio vedo, con man veggente tocco. Ma soprattutto il distico che ci ha invogliato a parlare di questa poesia, la vera perla: E spesso a lei scandito con agile man su le terga / Ho l’esametro, e spesso ho in braccio a lei rimato. Allo scandaloso Goethe non bastava dire che fare l’amore con questa ragazza lo aiuta a capire Virgilio, addirittura ci dice che ha scandito sulla schiena della giovane il metro classico per eccellenza. E qui l’identità diventa totale. Per quanto l’esametro sia un metro prima greco che latino, in questo caso è evidente che rappresenti la summa di tutto ciò che è Roma, dall’antichità al letto di Goethe e le sua compagna. E la scansione di questo metro diventa un momento dell’atto erotico, qualcosa di adatto alle lenzuola.

E mentre la giovane si addormenta accanto al grande poeta, Amor -che al contrario è Roma, è sempre bene ricordarlo- attizza la lampa, come faceva ai tempi di Imperatori e triumviri. Perché Roma è Eros, e questo non va nemmeno spiegato, ma solo vissuto.


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