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11 dicembre 2017

Sold out al Piccolo per “Il giardino dei Ciliegi”

Sold out al Piccolo per “Il giardino dei Ciliegi”

Sold out per Il giardino dei ciliegi, in scena al Piccolo Teatro di Milano dal 23 al 26 novembre. La regia è opera di un artista straniero, Lev Dodin, la produzione del Maly Drama Teatr di San Pietroburgo e il fatto che i biglietti siano stati esauriti settimane prima dell’evento lascia presagire un grande successo per questo tour mondiale.

Il giardino dei ciliegi” racconta Lev Dodin “è l’opera più movimentata che Cechov abbia mai scritto. Il pubblico ha realizzato che si tratta di una delle più grandi commedie teatrali in assoluto. Malgrado non ci faccia ridere, ci sorprende e affascina perché è una grande messa in scena come quelle che la vita ci infligge ogni giorno: la Commedia della Storia della quale noi siamo i personaggi. E nella quale la vita diventa parte della storia stessa”. “Questa vicenda è diventata” continua il regista “una sorta di mito sull’imprevedibilità della storia e sulla sua prevedibilità, sulla perdita di controllo da parte delle persone sulla propria vita e il proprio destino. Ma anche sulla loro sorprendente forza e responsabilità a proposito di quella vita e quel destino e sulla capacità di proteggere se stesse e rimanere veramente se stesse malgrado tutto”..

Coloro che non sono riusciti ad acquistare i biglietti possono accontentarsi di una straordinaria messa in scena del 1978 caricata su Youtube, oppure possono leggere il testo in uno dei tanti pdf disponibili online.

L’opera è stata terminata da Cechov nel 1903 ed è andata in scena per la prima volta nel 1904, pochi anni prima della morte del drammaturgo; si tratta del capolavoro dell’artista. Il dramma è stato inizialmente concepito come una commedia, ma è stata presentata essenzialmente come una tragedia dai primi registi che ne hanno diretto la rappresentazione (Stanislavskij e Nemirovic-Dancenko).

La vicenda si svolge in una bellissima tenuta aristocratica in cui si trova un “giardino dei ciliegi”, molto amato dai proprietari. Dopo un soggiorno di cinque anni a Parigi con la figlia Anja diciassettenne, la padrona di casa Ljubov’ Andreevna Ranevskaja ritorna alla tenuta. Purtroppo la famiglia non riesce a pagare degli interessi e la proprietà sta per essere venduta all’asta. Ciascuno cerca di trovare una soluzione, ma nessuno agisce concretamente: si festeggia, si disquisisce d’amore e alcuni personaggi, in particolare la capofamiglia, continuano a dissipare il denaro. Un contadino arricchito amico di famiglia, Lopachin, consiglia di costruire e affittare dei villini sul giardino dei ciliegi, ma il suo consiglio non viene preso in considerazione. Cogliendo tutti di sorpresa, tale personaggio acquista la tenuta e decide di abbattere i ciliegi per costruire i villini. La famiglia è costretta a trasferirsi altrove, ma non sembra particolarmente dispiaciuta e i vari personaggi sperano in una vita migliore. Viene dimenticato dai vari personaggi il vecchio e malato servitore Firs, che chiude il dramma con frasi sconsolate.

L’opera è costituita da quattro atti e racchiude degli elementi appartenenti alla biografia dell’autore, come i problemi economici di sua madre, il suo interesse per il giardinaggio e il giardino di ciliegi che frequentò durante l’adolescenza. La trama raffigura egregiamente la situazione in cui si trovava la nobiltà terriera russa poco prima della Rivoluzione, in particolare quando venne abolito il sistema feudale e vennero riscattati i servi della gleba nel 1861 ad opera dello zar Alessandro II, con mezzo secolo di ritardo rispetto agli altri paesi europei. Si trattò di un periodo di decadenza per l’aristocrazia, che coincise con lo sviluppo della borghesia e la rivincita della classe popolare.
Sarà infatti il borghese Lopachin ad acquistare e distruggere il giardino dei ciliegi. L’ex contadino è figlio di servitori che hanno lavorato nella tenuta e il suo gesto rappresenta una sorta di affronto nei confronti della padrona di casa, che ama profondamente il giardino pur non essendo in grado né di risparmiare né di trovare una soluzione per non perdere la proprietà; la donna rappresenta l’aristocrazia morente. Il giardino dei ciliegi diventa dunque un non-luogo che rappresenta la Russia intera ed è teatro di un’irreversibile mutamento sociale.

L’aristocrazia, non potendo più avvalersi della servitù, viene indebolita e impoverita. Il vecchio servitore Firs, quasi novantenne, malato e portato all’ospedale al termine dell’opera, rappresenta la morte della servitù della gleba. Al termine dell’opera l’anziano servitore viene dimenticato a casa dagli altri personaggi e la tragedia si conclude proprio con le sue sconsolate parole, simbolo del tramonto di un’era.

Il giardino dei ciliegi non compare in scena in quanto l’azione si svolge al chiuso, nella villa di famiglia. Conosciamo però la sua descrizione attraverso le parole dei personaggi: si tratta di un giardino grande – l’unica cosa notevole del governatorato – ed è persino citato nel Dizionario Enciclopedico. Il giardino rappresenta la Russia e la sua aristocrazia, il luogo di un’infanzia felice e agiata ma trascorsa, lo spazio dei ricordi del passato, degli affetti. L’opera può rappresentare la nostalgia per il tempo che passa, ma anche una speranza per il futuro, in quanto i personaggi lasciano la villa speranzosi, verso una nuova vita.

A parte Lopachin, nessuno dei personaggi sembra realmente intenzionato a salvare il giardino dei ciliegi: nel corso della tragedia compaiono infatti trame secondarie in cui si amoreggia e si festeggia e, al termine dell’opera, ciascun personaggio sembra soddisfatto della distruzione del giardino e parte per la sua strada, verso un futuro di speranza. Il giardino dei ciliegi è la tragedia del tempo che scorre: morta l’aristocrazia, nasce una nuova società borghese.

 

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