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12 dicembre 2017

A scuola per sconfiggere il maschilismo

A scuola per sconfiggere il maschilismo

La violenza sulle donne, le molestie, gli abusi, sono universalmente condannati, e spesso assistiamo a iniziative che cercano di sensibilizzare la società al rispetto del genere femminile. Non solo, ci invitano a cancellare l’immagine del “sesso debole” che per secoli ha penalizzato la donna in ogni aspetto della sua vita. Ma vi siete mai chiesti se non è necessario operare anche sull’altro fronte, cioè sull’idea di mascolinità, di come riteniamo un uomo debba comportarsi e debba essere, per andare alla radice del problema degli abusi sulle donne?

Se lo sono chiesti negli Stati Uniti, dove sono nati alcuni corsi per soli uomini in cui si impara attraverso il confronto come certi costrutti sociali, di solito confermati dalla nostra educazione familiare, ci spingano a determinate azioni. L’obiettivo è quello di costruire un nuovo modello di mascolinità eliminando la “mascolinità tossica” e i relativi danni alla società. Il più famoso di questi (l’unico non tenuto presso un’università), si chiama Rethink Masculinity, ed è sorto come una collaborazione tra il Rape Crisis Center di Washington, il Collective Action for Safe Space, e Rethink, un’associazione che si occupa appunto di molestie sessuali.

Il corso, della durata di due mesi, consta di una lezione a settimana da 3-4 ore. Il gruppo pilota si è incontrato da febbraio ad aprile 2017. Si tratta di qualcosa di molto ambizioso: sradicare, tramite delle lezioni, gli stereotipi da cui gli uomini sono sempre  stati influenzati, e da cui continueranno ad essere influenzati anche dopo la fine degli incontri. Rethink cerca di realizzare il progetto educativo creando delle comunità di persone consapevoli, in modo da consolidare a vicenda le nuove norme sociali. Infatti, oltre alle lezioni contro il maschilismo, ha implementato Safe Bar Collective, un’associazione di bar che si impegnano a combattere le molestie nei loro locali.

Eric Mankowski, professore di psicologia alla Portland State University e capo del Gender and Violence Intervention Team, ne parla positivamente su The Cut, il blog del New York Magazine, anche se ammette che è difficile che dei corsi siano in grado di distruggere l’educazione di un’intera vita. Egli individua quattro elementi cardini della “mascolinità tossica”: repressione di qualsiasi cosa rimandi al mondo femminile, repressione di qualsiasi emozione associata alla vulnerabilità, dominio sulla donna (e sugli altri uomini), aggressività. Ripensare il modo in cui gli uomini vedono sé stessi significa ripensare il modo in cui gli uomini vedono il genere femminile, e questo riduce il numero di molestie. Alcuni studi lo confermano: una migliore impostazione mentale sui rapporti di genere è correlati ad un minore numero di molestie.

La “mascolinità tossica”, cioè il maschilismo, è dannosa in primis per gli uomini stessi: infatti lo stereotipo per cui l’uomo debba mostrarsi dominante lo porta ad assumersi maggiori rischi nella propria condotta di vita, e a non rivolgersi ai medici in caso di bisogno. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è proprio questo a causare una più bassa aspettativa di vita per gli uomini in quasi tutto il Mondo.  Per esempio, il consumo di alcool è associato (soprattutto nei Paesi dell’Est Europa) allo status di “vero uomo”, e inoltre rende aggressivi: a causa di ciò, nel 2010 sono morti circa 3.14 milioni di uomini per alcool, contro le circa 1.72 milioni di donne. Gli uomini non chiedono aiuto neanche in caso di bisogno psicologico: negli Stati Uniti, il tasso di suicidi è cinque volte più alto tra gli uomini che tra le donne.

Altri corsi dello stesso genere sono The Men’s Project all’Università del Wisconsin, Masculinity 101 presso la Brown University, e The Duke Men’s Project alla  Duke University: essi permettono anche, a chi li tiene, di monitorare la situazione all’interno del campus e di compiere ricerche in campo sociale.

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