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19 novembre 2017

DOSSIER| La dura vita dei dipendenti Apple

DOSSIER| La dura vita dei dipendenti Apple

Apple: quante volte ci siamo imbattuti nel nome di questo marchio, in TV, in radio, sui social… Quante volte ne abbiamo parlato con i nostri amici, elogiandone l’elevata qualità dei prodotti e il design pulito ed essenziale, discutendo se e quanto effettivamente fosse vantaggioso il rapporto qualità-prezzo. I prodotti dell’azienda di Steve Jobs hanno, nel giro di pochi anni, letteralmente invaso il mercato dell’elettronica, entrando in forte competizione con le altre grandi marche, mettendo a disposizione dei compratori degli strumenti che, ancora prima di essere funzionali (caratteristica di cui sicuramente non sono privi) fossero belli. iMac, iPad, iPod ma soprattutto iPhone, sono diventati dei veri e propri must-have per i fanatici del settore e non solo: certe persone non possono farne a meno; disposte a pagare anche cifre importanti per avere in tasca l’ultimo modello (basti pensare a quanto negli ultimi tempi ha fatto discutere il prezzo di iPhone X), e spendere ore della propria vita in inutili ed eterne code fuori dal negozio il giorno dell’uscita del telefono, solo per essere fra i primi a poterlo tenere in mano. Senza dubbio, dopo la sua inarrestabile ascesa, l’azienda di Steve Jobs non ha mai smesso di far parlare di sé, e nella quasi totalità dei casi le opinioni espresse dalla massa sono positive. In un sondaggio condotto da New York Times nel 2012, il 56% degli intervistati non aveva nessuna critica da muovere nei confronti dell’azienda e il 14% pensava che il più grosso difetto fosse il prezzo troppo alto dei prodotti. Solo il 2% era a conoscenza di come i dispositivi Apple venissero realizzati oltreoceano.

Tutti conosciamo Apple; tutti, nella veste di clienti o di possibili acquirenti, ci siamo permessi di esprimere il nostro giudizio (positivo o negativo che sia) riguardo ai suoi articoli stipati negli scaffali dei negozi. Ma cosa accade al cellulare, prima di essere esposto in vetrina? Qual è la sua storia, come giunge fino a noi? Affronteremo insieme un breve viaggio in Asia per scoprire come nasce un iPhone.

LA FOXCONN E I MALTRATTAMENTI SUL LAVORO

Apple ha più di 200 collaboratori sparsi in tutto il mondo, dai quali acquista le diverse componenti, (memoria, batteria, microfono, touchscreen) ancora separate, che andranno poi assemblate per realizzare il prodotto finito. Questo compito spetta, tra gli altri, ai dipendenti della Foxconn International Holdings, una delle multinazionali più ingombranti nel settore dell’elettronica. Ecco un po’ di cifre per capire di chi stiamo parlando. La sede principale si trova a Taiwan, ma la Foxconn possiede ben 13 basi in 9 città cinesi (la fabbrica più grande si trova a Longhua, Shenzen, con circa 450mila lavoratori) e ha raggiunto anche Europa, America Latina e Asia. È il principale datore di lavoro in Cina: paga lo stipendio ad approssimativamente 1,3 milioni di persone e, sebbene Apple sia il suo collaboratore principale, si riserva anche di stringere accordi con Amazon, HP, Microsoft, Nintendo, Sony, Nokia e tanti altri: si stima che dai suoi capannoni esca il 40% di tutti i prodotti elettronici venduti nel mondo. Un colosso industriale che permette ad Apple di mantenere ritmi di produzione parecchio serrati e di distribuire i suoi articoli su scala mondiale con un’efficienza davvero impressionante. E se efficienza e rapidità costituiscono un indubbio vantaggio per gli introiti dell’azienda e la comodità dei consumatori, possiamo ben immaginare che a pagarne le spese siano i dipendenti, 1 milione e 300 mila individui assunti da Foxconn. L’attenzione mediatica riguardo agli abusi subìti dagli operai della multinazionale è stata risvegliata violentemente nel 2012 grazie ad un’inchiesta pubblicata dal New York Times. Essa denunciava le terribili condizioni lavorative a cui erano sottoposti quotidianamente tutti coloro che avevano sottoscritto un contratto con l’azienda. Le sedi della Foxconn non sono semplicemente delle fabbriche, comprendono anche dormitori, mense, spazi ricreativi, ospedali, caffetterie; sono delle vere e proprie città in miniatura. 70mila dipendenti infatti arrivano da svariate zone della Cina, spesso anche molto lontane, e sono costretti a vivere lontano dai propri cari: l’azienda diventa la loro casa. Una casa in cui sono costretti a lavorare in piedi fino 12 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, faticando la sera a tenersi ritti sulle gambe, una casa in cui appartamenti da 3 stanze sono condivisi anche da 20 persone, in cui non si hanno spazi propri, momenti propri. Durante la giornata lavorativa è quasi impossibile concedersi una pausa, persino andare in bagno sembra un’impresa difficile. E chi sgarra, paga. Chi rientra in ritardo, chi non si presenta al giusto orario la mattina, chi commette un errore nell’assemblaggio delle componenti del cellulare viene severamente rimproverato da un superiore. Davanti a tutti. Così potrà essere un esempio, un modello da non seguire, un “io non voglio fare la sua stessa fine”. Spesso, come se l’umiliazione non fosse sufficiente, chi è stato sgridato in pubblico viene sollecitato a scrivere una lettera di scuse, che ovviamente sarà resa nota a tutti i suoi colleghi.

Un esempio di dormitorio dei dipendenti della Foxconn

LA SICUREZZA SUL LAVORO

Ma, purtroppo, la lista non finisce qui. I maltrattamenti fisici e psicologici non rappresentano le preoccupazioni maggiori per i lavoratori Foxconn, i quali spesso devono svolgere le loro mansioni in condizioni che mettono a repentaglio la loro salute e in alcuni casi addirittura la loro stessa vita. Nel del 2010, 137 operai si intossicarono, dopo essere stati costretti a pulire gli schermi dei telefoni con una sostanza chimica velenosa per l’organismo umano. Una scena identica si ripeté nello stesso anno, in una sede della Wintek, uno dei collaboratori di Apple: un centinaio di impiegati sono entrati in contatto con n-esano, un liquido tossico che, se aspirato, causa danni al sistema nervoso e nei casi più gravi anche paralisi. Ha però il vantaggio di evaporare molto più velocemente rispetto all’alcool: evaporazione più veloce significa che si possono pulire più schermi in un minuto.

Nel 2011 due fabbriche di iPad saltarono in aria, causando 4 morti e ben 77 feriti. Incidenti evitabili? Forse sì. Nell’inchiesta, il NYT sostiene che Apple fosse già stata avvisata mesi prima delle esplosioni che la situazione delle fabbriche era a rischio. Secondo alcune indagini di un gruppo di Hong Kong che si occupa della tutela dei lavoratori, infatti, le aree in cui venivano lucidate le cover degli iPad non erano sicure: gli impianti di areazione non erano abbastanza ampi per permettere un ricambio d’aria sufficiente, e l’ambiente rimaneva intriso di polvere di alluminio.

Vi starete chiedendo quale sia stata la reazione di Apple in seguito a questi disastri. Ha agito proprio come ci si aspetterebbe da una multinazionale che ha causato danni del genere: scuse ai parenti delle vittime e risarcimenti denaro alle famiglie, dichiarazioni in cui si afferma che l’azienda si sta prendendo cura dei feriti negli ospedali, promesse di miglioramento e maggiore severità dei controlli e dei criteri di sicurezza, redazione di documenti volti alla tutela dei lavoratori. Pare però che molti di questi gesti siano solo di facciata, una copertura per non infangare il nome del marchio. Diverse vittime degli incidenti hanno dichiarato di non avere avuto più contatti con Apple una volta ricoverati, ed i regolamenti riguardanti i diritti degli operai si sono rivelati una farsa. Gli obiettivi erano molteplici, ma assolutamente sensati: non permettere a nessuno di lavorare per più di 60 ore settimanali, con almeno un giorno libero e  una paga minima prefissata, inoltre ci si era proposti di migliorare le condizioni di sicurezza generali. Sebbene negli anni successivi ci siano stati dei leggeri miglioramenti sotto questi punti di vista, nessun target è stato raggiunto pienamente e i risultati delle inefficienze del sistema sono stati resi noti, paradossalmente, da Apple stessa la quale svolge periodicamente controlli e indagini nelle sue sedi di produzione. Di seguito è riportata una dichiarazione scioccante rilasciata anonimamente in via confidenziale da un ex dirigente Apple, che fa capire in maniera molto efficace come il sistema sia malato e apparentemente inarrestabile.

Noi siamo a conoscenza degli abusi che avvengono in alcune delle nostre fabbriche, ma questi vanno avanti. Perché? Perché il sistema lavora per noi. I collaboratori cambierebbero domani tutte le regole del gioco se Apple dicesse loro che non hanno altra scelta”.

Mensa della Foxconn

I SUICIDI

Uno dei motivi – probabilmente il principale –  per cui Foxconn è tristemente nota alle cronache è senza dubbio l’epidemia di suicidi che l’ha travolta nel 2010.  Solo in quell’anno furono 18 gli individui che provarono, fallendo, di porre fine alla propria esistenza, 14 furono invece i tentativi che riuscirono nel proprio intento. Come già abbiamo accennato, la pressione psicologica a cui deve essere sottoposto un operaio della multinazionale cinese è veramente enorme. La fabbrica non si spegne mai. C’è sempre qualcuno che lavora, anche di notte; le luci sono sempre accese e un leggero fruscio, prodotto da centinaia di frenetiche mani in movimento è un sottofondo che accompagna le giornate di ognuno. Bisogna produrre, e produrre in fretta. Non sono ammessi errori, nessuno sbaglio, nessuna esitazione, pena l’umiliazione davanti ai colleghi o, peggio, la disoccupazione.

Work hard on the job today, or work hard to find a job tomorrow, lavora duro oggi o impegnati per cercare un nuovo lavoro domani: una frase impressa su cartelli appesi lungo le pareti della fabbrica che ricorda inquietantemente il dantesco “lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”. Nell’animo di ciascuno di quegli operai si sedimentano, giorno dopo giorno, stress, ansia, preoccupazione, mancanza di sonno e di privacy, stanchezza. E chi è più debole non ce la fa, si arrende, si butta da uno degli ultimi piani della fabbrica.

Ancora una volta, di fronte a queste tragedie, le risposte di Apple e Foxconn non sono state particolarmente soddisfacenti: al posto che tentare di estirpare alla radice i motivi del disagio degli operai, hanno preferito installare di reti interne ed esterne all’edificio che potessero raccogliere i corpi di chi avesse eventualmente tentato di lanciarsi (no, non è uno scherzo di cattivo gusto, è successo realmente) e “sollecitare” i membri del personale a firmare documenti in cui promettevano che in futuro non avrebbero tentato di suicidarsi. Dopotutto la situazione non era considerata grave perché, disse Steve Jobs all’epoca commentando i fatti: “la percentuale di suicidi nelle nostre fabbriche corrisponde a quella della media nazionale” e “certo che quel posto è una fabbrica, ma, voglio dire, hanno ristoranti, teatri, ospedali, piscine e, insomma, per essere una fabbrica è una gran bella fabbrica”. Solo qualche anno dopo le due multinazionali hanno acconsentito all’introduzione di un servizio di consulenza psicologia per i propri dipendenti.

Installazione dellereti per evitare il rischio di ulteriori suicidi

GLI ULTIMI ANNI

Le dinamiche nascoste dietro al scintillante mercato dell’elettronica sono veramente complesse e difficili da individuare: da un lato della bilancia ci sono infinite testimonianze di abusi nei confronti dei lavoratori, dall’altra, al sopraggiungere di uno scandalo mediatico, abbiamo la promessa dell’azienda di provare a migliorare la propria gestione e garantire delle più sane e sicure condizioni a tutti i suoi dipendenti. E in realtà, qualche piccolo progresso, anche se lentamente, si è realizzato. Per dimostrare che il cambiamento questa volta è sincero, Apple nel 2016 ha finalmente deciso di aprire le porte delle proprie fabbriche alla stampa. Di una sola fabbrica, in realtà, quella di Pegatron Corp, nella periferia di Shangai, che un giornalista di Bloomberg ha potuto visitare all’interno con la guida di John Sheu (o “Big John”, come è conosciuto), il presidente della struttura che conta 50mila dipendenti. Effettivamente le cose sembrano essere migliorate: Pegatron ha adottato il nuovo sistema di identificazione, che collega i badge dei dipendenti a un database. In questo modo vengono registrate tutte le attività degli operai: orari di entrata e uscita, salario ricevuto e addirittura quanto spendono per i dormitori e il pranzo. Questo sistema rende impossibile  l’accesso a chi tenta di accedere alla struttura pur avendo superato le 60 ore settimanali, dunque ha praticamente permesso di eliminare al 100% l’infrazione delle norme che regolavano gli straordinari.

I nuovi sistemi per controllare che i dipendenti non superino le 60 ore settimanali

Sorge pero il dubbio che anche questa sia una mossa mediatica di Apple per allontanare da sé i sospetti e le accuse. Altre fabbriche, infatti, come quella già citata della Foxconn a Shenzen, rimangono severamente chiuse al pubblico e alla stampa, circondate addirittura da guardie che controllano tutti i punti di accesso.

In conclusione, sembra che Apple non abbia particolari scrupoli nello sfruttare i propri dipendenti, e che l’unico incentivo a modificare le proprie politiche interne possa venire da uno stimolo esterno, dalla pressione mediatica e dalla conseguente possibilità di perdere clientela, insomma, per la multinazionale è più una questione di “cattiva pubblicità” che di tutela della dignità umana. Per questo è fondamentale rimanere informati e spargere la voce, far sapere ad Apple che il mondo la sta tenendo sott’occhio, in modo da poter aiutare indirettamente milioni di persone oltreoceano che purtroppo non hanno gli strumenti né le possibilità di sottrarsi a certe dinamiche.

FONTI:

IMMAGINI: Immagine 1, immagine 2, immagine 3, immagine 4, immagine 5

 

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