Storia vecchia, nessuna novità sotto il sole. Quello dei concorsi truccati in Italia è un clichè che si ripete di continuo. Cambiano le modalità, le persone coinvolte, ma non la sostanza delle cose. Succede in tutti i settori e a vari livelli ed è proprio per questo che spesso non ci si stupisce più. Il lettore informato non è più sorpreso dalle notizie che legge, ne è solo indignato e spesso inerme.

Appena una settimana fa si leggeva una notizia riguardante il concorso per infermieri indetto per l’occupazione di 23 posti tra gli ospedali milanesi Sacco e Fatebenefratelli di Milano, tenutasi al palazzetto dello sport a Monza e che ha visto la partecipazione di ben oltre 2500 candidati provenienti da tutte le parti d’Italia, come spesso accade nel caso di concorsi nazionali.

Il caos è scoppiato a causa di un candidato sleale accusato di aver aperto la busta prima dei tempi previsti e di averne fotografato con un cellulare il contenuto. Naturalmente, come da prassi in questi casi, la prova viene annullata e rimandata a data da destinarsi. La gente si indigna e scoppia una vera e propria bufera, anche perché la maggior parte dei partecipanti avevano ottenuto permessi speciali per recarsi a Monza e sostenere la prova. Senza contare delle spese che hanno dovuto sostenere per spostarsi dalla propria città di origine.

Su questa vicenda i giornali hanno dedicato numerosi articoli e c’è da stupirsi. Non tanto per la vicenda in sé, quanto perchè i giornali spendessero fiumi di parole per una vicenda che si è risolta da prassi in maniera corretta, nel rispetto ma soprattutto a vantaggio di tutti i candidati. E, invece, i giornali hanno puntato l’attenzione sullo spreco di denaro che il rinvio del concorso avrebbe comportato, prima ancora che per lo Stato, per i candidati presentatisi per sostenere la prova. Ed è vero, uno “spreco” di denaro c’è stato, ma non volontario. E soprattutto, cosa più importante, passa in secondo piano se si guarda al fatto che d’altra parte, invalidando la prova, si è data a tutti, almeno su carta, la possibilità di partecipare al concorso senza favoritismi e senza penalità. In Italia siamo così abituati alla scorrettezza, al sotterfugio, al comportamento meschino che ne siamo quasi assuefatti. Ed è per questa ragione, forse, che un episodio del genere è stato letto solo da un punto di vista negativo, come perdita in termini di tempo e di denaro.

Purtroppo il mondo del lavoro oggi, specie quello che prevede l’abilitazione alle professioni (avvocatura, magistratura, notariato, giornalismo, commercialista ecc..) è pieno di episodi di corruzione e di storie di persone scavalcate da altre, non per maggiori competenze, ma solo per la sola colpa di non avere le giuste conoscenze. Questo discorso vale anche per il mondo universitario, per esempio per l’accesso al dottorato. Un episodio eclatante delle ultime settimane è stata la denuncia di un giovane ricercatore di Firenze che ha incastrato il sistema di favoritismo dei cosiddetti “baroni” denunciando le macchinazioni alla guardia di finanza.

Nel novembre del 2012 Laroma Jezzi presenta la domanda per l’abitazione sia a professore associato che ordinario di tributario. Nel marzo del 2013, l’allora docente in carica di tributario convince il giovane, che possedeva tutte le competenze per ricoprire quel ruolo, a ritirarisi dalla corsa all’abilitazione perché i vincitori sono stati già decisi. Di fronte a queste affermazioni, il giovane studente minaccia di denunciarlo all’autorità competente, ma la risposta del professore è ancora più sconcertante: “Così ti giochi la carriera”. Nonostante l’episodio spiacevole, Laroma Jezzi non ritira la domanda e a dicembre del 2013 viene regolarmente bocciato. La vicenda si conclude, però, nel migliore dei modi. Il giovane fa ricorso al tar e vince, divenendo professore associato.

Ora l’episodio è soltanto semplificativo del marciume che regna attorno al sistema universitario, anche se non è nel mio interesse generalizzare. Ma i casi portati alla ribalta dalle testate giornalistiche servono a far emergere uno stato di cose che, seppur circoscritto ad un determinato contesto o ad una città, rispecchia in ogni caso la realtà. Che ci piaccia o meno, molti dei sistemi universitari e lavorativi sono pieni di queste storie e di persone che hanno il coraggio di rifiutarsi, di ribellarsi, di andare avanti contro ogni conseguenza, anche a costo di rimetterci la carriera. Ma purtroppo molti sono quelli che soccombono a questi subdoli meccanismi, magari lasciandosi convincere o semplicemente guardando al proprio interesse.

E nel frattempo altre persone continuano in maniera indisturbata a rendere l’accesso ad una professione o ad un dottorato di ricerca una questione di privilegio che non ha niente a che vedere con i meriti e le competenze di ognuno. I concorsi truccati sono simbolo di un paese infetto, un paese che non vuole cambiare. E proprio dalle università bisogna ripartire perché è lì che si forma la classe dirigente del Nostro Paese, è lì che si formano i futuri professionisti di domani.

 

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