Le storie come quella di Django Reinhardt ispirano e continueranno ad ispirare chiunque ami la musica. Per questo motivo è giusto che se ne parli: dare nuova linfa vitale alla determinazione di chi conosce bene i sacrifici e le difficoltà del dedicarsi allo studio di uno strumento musicale.

Django nacque il 23 gennaio 1910 a Liberchies, una piccola località belga nei pressi di Pont-à-Chelles in Vallonia, il suo certificato di nascita riporta:

“Jean Reinhardt (poi soprannominato Django), figlio di Jean Baptiste Reinhart, artista, e Laurence Reinhart, casalinga, con domicilio a Parigi.”

I suoi genitori sono entrambi di etnia Sinti, quindi di origine nomade, tra quelle oggi definite zingari. Il piccolo Jean passò in viaggio per l’Europa gran parte della sua infanzia e venne a contatto con la musica sin dalla tenera età, mostrando un talento precoce: iniziò a suonare il violino a 3 anni, a 12 ricevette in dono un banjo e fu da subito abituato ad esibirsi all’interno della sua comunità. Nel 1928 registrò alcuni pezzi che attirarono l’attenzione di Jack Hilton, venuto dall’Inghilterra per sentirlo suonare e offrirgli l’opportunità di entrare a far parte uno dei suoi gruppi.
Prima che potesse iniziare le prove con la band accadde ciò che lo consacrerà nell’olimpo dei chitarristi jazz: fu coinvolto in incendio divampato all’interno della roulotte in cui viaggiava e rimase gravemente ustionato. In particolare subì danni irreparabili a mignolo e anulare della mano sinistra perdendo gran parte della sensibilità e nel processo di cicatrizzazione le due dita rimasero unite e inutilizzabili. Contro il parere dei medici si rifiutò di subire l’amputazione della mano e intraprese un lungo e difficoltoso processo di riabilitazione. Proprio allora suo fratello decise inconsapevolmente di renderlo ciò per cui verrà ricordato per sempre presentandosi con un regalo: una chitarra. A partire da quel giorno Django sviluppò la sua rivoluzionaria tecnica chitarristica: l’utilizzo dei soli indice e medio in sede melodica e l’impiego delle due dita atrofizzate per la realizzazione degli accordi.

In primo piano la deformazione subita da Django alla mano sinistra.

Nel 1934 Django e Stéphane Grappelli, violinista jazz, si trovanorono casualmente a doversi esibire insieme:

“Un giorno, giusto prima di salire su palco, una corda del mio violino si ruppe. Ne montai una nuova, ma non riuscì ad accordare il mio strumento perché il complesso che accompagnava il tango stava ancora suonando e copriva ogni altro suono. Così, mi ritirai dietro la tenda dove Django e Louis Vola attendevano il nostro turno. Accordai il mio violino e nel frattempo intonai un motivo che mi passò per la mente in quel momento. Quella musica sembrò impressionare Django perché prese la sua chitarra e accompagnò la mia improvvisazione”

Quel giorno segnò la nascita del Quintette du Hot Club de France, quintetto jazz di soli strumenti a corda con il quale Django calcò i più prestigiosi palchi d’Europa fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. A causa delle sue origini etniche cercò più volte di fuggire dalla Francia durante l’occupazione nazista. Nessuno dei suoi tentativi ebbe successo ma sopravvisse grazie alla protezione di un ufficiale della Luftwaffe segretamente appassionato di jazz, genere musicale ufficialmente bandito dalla Germania nazista perché voce e simbolo delle minoranze etniche (soprattutto quella gitana) e colpevole di “introdurre oscenità all’interno della società”.

Django e una Selmer-Maccaferri, chitarra da lui prediletta

Django non smise mai di esibirsi, al termine del conflitto mondiale ebbe l’opportunità di intraprendere un lungo tour negli States con Duke Ellington e la sua orchestra, suonò e registrò in Italia in compagnia di Grappelli e tornò in patria per esibirsi nei jazz club parigini. Morì il 16 maggio 1953, a soli 43 anni, a causa di un’emorragia cerebrale.

Django nacque da una povera famiglia zingara, era completamente analfabeta (imparò da Grappelli a scrivere il suo nome per poter firmare autografi), non sapeva nè leggere nè scrivere musica ed oggi è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi. Rivoluzionò totalmente il ruolo della chitarra nell’ambiente jazz elevandola a strumento solista al pari di pianoforte e clarinetto e nel corso della sua vita ebbe l’opportunità di condividere il palco con Duke Ellington, Dizzy Gillespie, Louis Armstrong e molti altri, contribuendo all’esportazione dello stile Manouche Jazz in tutto il mondo.

I’ll just say, VIVA DJANGO and his never forgotten music.

(Louis Armstrong, retro del vinile “The best of Django Reinhardt”, Capitol Records, 1960)

 

 


Fonti

  • Django Reinhardt: Know the Man, Play the Music, Backbeat Books, 2005.
  • Django: The Life and Music of a Gypsy Legend, Michael Dregni,Oxford University Press, 2004.
  • djangostation