Libri dimenticati, perduti, trovati per caso…il Filo di Arianna si addentra nel labirinto del tempo riportando alla luce antichi tesori.

 

Sembra incredibile ma si possono trovare dei libri, e pure belli, anche in un polveroso e dimesso ufficio comunale. Un giorno, subito dopo l’entrata, noto delle pile di libri accatastati su un banchetto. Venivano ceduti in regalo. Durante l’estenuante attesa ne prendo uno il cui titolo ben si addice al contesto: Un’anima persa di Giovanni Arpino.

Giovanni Arpino (1927-1987) è uno di quegli scrittori italiani del secondo Novecento tanto prolifici quanto dimenticati. Vinse il premio Strega nel 1964 con L’ombra delle colline anche se il suo capolavoro indiscusso rimane La suora giovane del ’59. Collaborò con diverse testate giornalistiche e la sua figura è strettamente legata alla città di Torino. Dalla Torino operaia a quella più borghese, passando per le ombre degli svaghi notturni.

Un’anima persa risale al 1966. Vi si narra, in forma di diario, di Tino, un giovane orfano da poco uscito dal collegio per sostenere gli esami di maturità a Torino. Viene dunque ospitato in casa della ricca zia Galla e da suo marito, l’ingegner Serafino. Nell’inquietante casa vive anche, rinchiuso e segregato in una stanza, il gemello dell’ingegnere. Il Professore, come viene chiamato, è in preda ad una disarmante follia. L’unico che può avvicinarsi è il fratello Serafino che da anni lo cura. Oltre all’ingegnere soltanto Iris, una prostituta, ha il permesso di avvicinarsi al malato.

Il giovane Tino annota così i turbamenti e le inquietudini vissuti nella settimana degli esami. Oltre ai dubbi adolescenziali si insinuano nella sua coscienza le oscurità del mondo adulto. Infatti scoprirà per caso il torbido segreto che lo zio Serafino si porta dietro da anni e che, nel finale, troverà la drammatica risoluzione. Ed è proprio l’ambiguo zio Serafino il mentore di Tino. Quella del giovane, però, è un’iniziazione corrotta e malata alla doppiezza del mondo e ai suoi vizi morbosi. Scenario alla vicenda ovviamente la Torino cara ad Arpino. Se di giorno la città pare intontita dal caldo estivo, di notte diviene teatro della degradazione dei personaggi.

Arpino compone un’abile costruzione attorno a due classici topoi della letteratura: il doppio e il male. Il romanzo indugia molto in atmosfere degne del romanzo gotico tra mistero e morbosità. Lo scrittore deve molto a Stevenson. Facile intuire i debiti nei confronti di Dr. Jekyll e Mr Hyde che porta alle estreme e macabre conseguenze la doppiezza dell’animo umano. Le figure di Serafino e del fratello impazzito sono in questo senso emblematici, come il lettore avrà modo di scoprire.

Ma le reminiscenze in Arpino riguardano anche l’altro grande romanzo di Stevenson, ovvero L’isola del tesoro. La formazione di Jim Hawkins e di Tino, infatti, passa inevitabilmente attraverso la fascinazione del male esercitata su di loro dai due “adulti” Long John Silver e lo zio Serafino. Le virtù domestiche ed economiche della zia Galla e della serva Annetta non possono imporsi per la loro ingenua grettezza.

Ad impreziosire una vicenda già letterariamente raffinata, interviene lo stile di Arpino. Colpiscono soprattutto i ritratti, ora caricaturali, ora spietati, che il giovane Tino annota sul suo diario. La penna di Tino/Arpino sa essere pungente ed è efficace nel far emergere le tensioni nascoste e malate dei personaggi. La rappresentazione è tanto più sconvolgente se si tiene conto dell’oggetto narrato, ovvero la borghesia italiana. Una borghesia, la nostra, che è feticista, legata alle proprie apparenze, imbruttita e nevrotica.

La pazzia latente che serpeggia tra i corridoi della casa torinese è, in sostanza, la stessa che regola il mondo. Questo è quello che Tino apprende nel passaggio alla maturità. E la verità che imponiamo agli altri non può che essere una facciata di comodo alla pazzia che ci divora dentro.


FONTI

La Stampa