di Vincenzo Mirigliano

 

Provate ad immaginare la possibile reazione di una coppia di viaggiatori nel tempo, catapultati dalla Calabria Magno Greca a quella ai giorni nostri. Una sorta di antenati di Martin McFly e del suo fidato scienziato Doc Emmett Brown, non a bordo di una Delorian, ma pur sempre in viaggio su una macchina del tempo. Li voglio immaginare non come uno scienziato dall’aria un po’ folle ed un adolescente scanzonato, ma come un filosofo proveniente dalla scuola Pitagorica ed il suo giovane allievo.

Probabilmente sbarcherebbero nuovamente sulle coste della Locride, ed inizierebbero subito a girovagare per i paesi sorti sulle zone costiere. Ma lo spettacolo che si parerebbe subito dinanzi ai loro occhi sarebbe alquanto diverso da quello lasciatosi alle spalle venticinque secoli prima. Al posto di Templi, anfiteatri, palestre; file di anonime case quasi tutte uguali, centri commerciali, scheletri di case mai finite. Il giovane viaggiatore sicuramente si sentirebbe subito smarrito, angosciato sia dallo spazio temporale lasciatosi alle spalle, sia dallo scenario di fronte ai suoi occhi. Chiederebbe subito al suo più anziano e saggio compagno di viaggio di risalire a bordo e ritornare al loro punto di partenza. Ma il filosofo si sa, desidera sempre andare a fondo nelle proprie analisi. Spronerebbe subito il suo giovane allievo ad andare avanti e a non lasciarsi intimorire dalla prima impressione.

La prima cosa che il filosofo anziano vorrebbe visitare sarebbero le scuole. E la delusione sarebbe grande. Strutture scolastiche fatiscenti, inadeguate, magari case adibite a scuole. Una dispersione scolastica dai numeri piuttosto alti. Passando ad osservare le strutture ospedaliere di certo non si rincuorerebbero. Fuggirebbero verso le campagne ed i paesi interni per provare a rintracciare barlumi di civiltà, ma con scarsi risultati. Camminerebbero attraverso le campagne spesso abbandonate, incolte, e non più brulicanti di contadini come un tempo. I nodosi ulivi secolari, ripiegati su sé stessi, dall’aspetto triste. E i piccoli borghi nell’entroterra li troverebbero vecchi e solitari, affascinanti ma decadenti, spesso prossimi al definitivo spopolamento. Ed in alcuni questo processo lo troverebbero già concluso.

Giunti a questo punto del loro viaggio, non solo il giovane filosofo si sentirebbe completamente smarrito, ma anche la forza mentale del più anziano inizierebbe a vacillare. Non vuole comunque rassegnarsi, non riesce a capire il perché di tutto questo. Inizierebbe a fare qualche domanda in giro, per provare a capire una cosa semplicissima: un territorio così bello perché deve essere così maltrattato? Le risposte dei suoi intervistati spesso sarebbero vaghe e corte. Al perché non provare a modificare la situazione attuale, un anziano contadino risponderebbe:

Non sacciu chi ndaiu u vi dicu. Ca i cosi jiru sempi i na manera” (Non so cosa dirvi. Le cose qua sono andate sempre allo stesso modo).

Sempre meno soddisfatti, i due filosofi giungerebbero nei palazzi della politica, nella sede del parlamento regionale. Anche in quella sede inizierebbero a fare domande. Ma qui le risposte sarebbero ancor più deludenti, in particolare l’ultima, non in dialetto, ma pur sempre in un italiano stentato di un giovane politico locale:

“Io ho sempre sostenuto che la situazione della Calabria è grave. Se i miei colleghi di partito mi “ascolterebbero”, probabilmente le cose qui andrebbero meglio.”

Senza neanche controbattere a quest’ultima risposta, il filosofo anziano, sempre più scuro in volto, inviterebbe il suo giovane compagno di viaggio a risalire a bordo della macchina del tempo, e ritornare al passato.

Questo espediente letterario mi è tornato utile per descrivere per sommi capi la situazione della Calabria. In questa terra meravigliosa ma maltrattata, ho provato a immortalare frammenti di bellezza. Una bellezza triste però. Infatti non credo ci sia da stare allegri in una terra così bistratta, maltrattata da una politica imbelle. Incapace di reagire di fronte ad una disoccupazione giovanile tra le più alte d’Europa, infrastrutture carenti o inadeguate, con un’agricoltura senza sbocchi. Soprattutto, stretta nella morsa della ‘Ndrangheta, infiltrata, non solo in Calabria, ma in qualunque ramo della politica e del potere a livello nazionale. Questa è a mio parere l’attuale situazione della regione.

La ragione delle mie foto è quella di far capire che è ancora possibile, nonostante tutto, individuare in Calabria frantumi di bellezza. Ma come anche lo spettatore più inesperto può facilmente notare, si tratta di una bellezza dall’aspetto alquanto triste. Occorre attivarsi, ed alla svelta anche, per rimettere in piedi una regione sull’orlo del baratro, sempre più dimenticata e abbandonata a sé stessa.

Dostoevskyj sosteneva che sarà la bellezza a salvare il mondo. Ma quando questa fatica a farsi riconoscere, come in Calabria, occorre iniziare a salvare la bellezza, o ciò che ne rimane, per poi passare a salvare tutto il resto.

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