Scivolano via leggere tra le mani le parole che compongono le poesie di Luglio 1999 (Augh! edizioni), la silloge d’esordio di Marco Terrana, giovane poeta milanese. Più di cinquanta componimenti – quelli di una vita intera forse – con cui Terrana analizza il suo esistere attraverso il binocolo del cuore. Al centro della sua ricerca c’è il giovane artista, il poeta, che nella nostra contemporaneità incontra più muri da valicare che strade da percorrere e fatica a trovare ascolto. Nonostante ciò egli non perde la sua forza e si erge sugli altri consapevole delle sue doti e della sua sensibilità. La raccolta si presenta, come si evince già dal titolo, come una riflessione sul tempo che passa inesorabilmente, il tempo come una quercia secolare intorno alla quale ci muoviamo e cresciamo. Il tempo come una vasca da bagno, in cui immersi riflettiamo su noi stessi, sulla nostra pelle increspata dall’acqua stessa. L’io lirico riflette sul suo passato, vive il presente al massimo delle sue possibilità e guarda al futuro. Marco Terrana dimostra di essere abile a ricamare con le parole quadri di vita quotidiana, in cui è facile volere entrare: poesie che sanno di lenzuola pulite di domenica,  di famiglia, di futuro.

Lo abbiamo intervistato.

Cominciamo con le domande di rito. Quando hai iniziato a scrivere? Come sei arrivato alla pubblicazione di questa tua prima raccolta di poesie?

Ho iniziato proprio nel 1999. La scrittura è sempre stato il modo concreto per non fallire il mio approccio alla sensibilità, sentita l’urgenza ho cominciato ad affinare concretamente la parola ricercando poesia in ogni cosa. A questa raccolta sono arrivato perché volevo dare un dove a questo mio sentire, un viaggio di 18 anni quasi per trovare la strada e dare finalmente una casa alle mie parole.

Ho trovato il tuo libro non solo un ottimo prodotto editoriale, ma anche un oggetto estetico molto ben realizzato. In che modo il bambino e l’adulto raffigurati in copertina pensi possano essere rappresentativi dell’intera raccolta e perché, tra tutte le poesie, proprio Luglio 1999 è stata scelta anche per suggellare la silloge?

È Luglio 1999 perché questo è “l’inizio”, il giorno uno della mia poesia. Il bimbo (che sarei io) è volutamente in piedi perché volevo far risaltare la sua forza. Nonostante sia una figura chiaramente passata, è comunque rispettata e ben radicata all’interno dell’adulto (che sarei sempre io) che gli stringe la mano e tramite quella stretta accetta il passato, respira il presente e guarda seduto e tranquillo il futuro. Il disegno è stato fatto da uno dei miei più cari amici Maurizio Zaffino, che dopo aver ascoltato la mia idea ha scattato questa fotografia con le sue mani e mi ha regalato questa fortuna.

Marco Terrana, autore di Luglio 1999

La raccolta si apre con una poesia intitolata 13 Aprile 1989, si conclude con la poesia Luglio 1999 e nel mezzo ci sono componimenti che riflettono insistentemente sul tempo che passa (Maturetà) e sul futuro (Lezione di Letteratura 2089, Gioco a Tempo, Occhio Novecento). Deduco che vivi con “lo sguardo dritto e aperto nel futuro” come cantava Bertoli. Ti fa paura il futuro? Come ti ci rapporti?

Il tempo per me è l’unico testimone, all’interno si muovono le cose e lui con le sue braccia grandi stringe e costringe l’essere e l’umano. Sono molto legato al numero 111 che non fa parte di un periodo o di un tempo preciso, però anche lui con la sua numerazione ordinata e con la sua puntualità nel presentarsi davanti ai miei occhi è diventato parte del tempo. È come se fosse diventato il 13 aprile 1989, che è la mia data di nascita; mi rappresenta e mi segue come fosse la mia ombra ed ogni volta che appare io mi sento al sicuro, mi sento ricordato dall’amore, mi sento osservato con amore, ecco.

Sono rimasto particolarmente colpito dai versi che fanno luce sulla condizione di emarginazione e incomprensione alla quale è condannato l’artista contemporaneo e in Nuovo Rinascimento auspichi il ritorno di una nuova epoca in cui l’arte, la creatività e la sensibilità possano tornare a esercitare un ruolo predominante. Chiedo, quindi, proprio a te che ne hai esperienza diretta, cosa significa scrivere poesie nel 2017, considerando anche il panorama editoriale che sembra dedicare sempre meno spazio ai verseggiatori? Credi davvero possibile un nuovo rinascimento?

Il mio emarginato non è triste, la mia sensazione di solitudine non riesce ad essere triste, trovo una grande forza in chi viene emarginato in questa epoca. È come se fosse in una galleria ma vede la luce dell’uscita, non finge di vedere, la vede davvero e intanto attraversa e te la può raccontare anche se manca qualche km allo scoppio del colore, ma a quel colore ci arriva. Ci vuole solo il tempo che ci vuole. Al resto invece -a chi non vede intendo- non so spiegarmi e forse non è nemmeno importante . La poesia non fa moneta e fino a quando sarà così potremmo parlare di poesia, la poesia fa sensazione. Questa è la moneta più alta, a cui tutti i poeti dovrebbero ambire fuori da ogni retorica. A 10 anni ho scelto Montale. L’ho percorso, vedevo la luce. Ora sono a cielo aperto.

Le tue poesie sono costellate da riferimenti poetici, letterari e musicali, come Samuele Bersani, de Gregori, De André e poi Lucio Dalla e il poeta Niccolino Vignali, ai quali ai dedicato anche due poesie. Come ti hanno ispirato queste personalità? Quali altri artisti, cantautori, scrittori credi ti abbiano ispirato per la maggiore?

“Progettate, proponete, dimenticate se potete” è un urlo forte e un richiamo tenero ad una attenzione attenta e vera, è uno slogan profondo che racchiude molto il senso poetico della poesia universale e lo scrive Niccolino che a forza di sentire forte è diventato pure sordo. Lui è una persona che non ho mai abbracciato realmente, ma la sua poesia sì ed è questo che è rimasto in me, tanto quanto può aver fatto Ivano Fossati, Fabrizio De Andrè e tutte le altre persone che sono presenti nel mio libro. Molto devo alla dolcezza di Pino Mango, al testo di Io ti vorrei parlare, molto devo alla contemporaneità di uomini come Niccoló Agliardi, Max Gazzè, Niccoló Fabi, Pacifico, Bungaro, Zibba e tutte figure collegate alla musica e al cantautorato del mio tempo che sanno toccare le mie corde ed ispirarmi al nuovo ogni volta di nuovo.

Copie di Luglio 1999, Marco Terrana

A proposito di modelli di riferimento, sembrerebbe che la poesia L’Outing voglia raccontare la storia di Tiziano Ferro, che so essere un artista che apprezzi particolarmente. Cosa ti ha colpito della sua vicenda?

Della sua vicenda non mi ha colpito nulla in particolare, soltanto il tempo perso appresso al silenzio del nascondiglio, un’ anima pura non deve nascondersi mai, un’ anima che sa apportare e rapportare non deve temere nulla, in quelle mie parole c’è rabbia perché davvero non meritava 3000 giorni di esilio una storia e un anima colorata come quella di Tiziano.

Hai un modo molto particolare e molto intelligente di comunicare attraverso i social e un senso estetico spiccato. Credi che le piattaforme digitali possano costituire un metodo efficace nella divulgazione poetica e artistica?

Se devo arrivare a qualcuno voglio arrivare leggero e non voglio mai che si crei il pensiero “guarda sto scemo”. Le piattaforme digitali aiutano ma ci sono troppi distratti e molti attenti all’esposizione di se stessi come prodotto.

Concludiamo con un’altra domanda di rito: hai qualche nuovo progetto in cantiere?

In cantiere ho il nuovo libro che spero troverà presto anche lui la sua strada e che sappia camminare sempre più a lungo e sempre più lontano. Intanto mi alleno e scrivo.


FONTI
Luglio 1999, Marco Terrana, Augh! Edizioni, 2016