Dolce, elegante e profonda. Questi tre semplici aggettivi bastano per descrivere, in estrema sintesi, uno dei più bei ritratti che determinarono lo sviluppo della storia dell’arte, caratterizzato da nuovi e innovativi aspetti messi a punto dall’ingegnosa e anticipatrice mente di Leonardo da Vinci.

Ci troviamo negli anni Ottanta del Quattrocento e a quell’epoca la fama di Leonardo era già sulla bocca di tutti i fiorentini: era riuscito a dare prova delle proprie stupefacenti abilità pittoriche realizzando opere come l’Annunciazione, il Battesimo di Cristo (aiutando il Verrocchio), il Ritratto di Ginevra de Benci e persino l’emblematica Adorazione dei Magi. Seguendo l’iter di questi dipinti, passati alla storia come “capolavori”, è possibile notare come l’artista pian piano si sia scostato dalle orme del maestro Verrocchio, superandolo addirittura in qualità pittorica.

Come mai Leonardo giunse a Milano?
Le ragioni della sua partenza da Firenze sono molteplici. Sicuramente, come testimonia Vasari, il soggiorno dell’artista fu voluto da Lorenzo il Magnifico, che per rafforzare le sue politiche diplomatiche con le signorie italiane aveva deciso di inviare i maestri fiorentini nelle città alleate come “ambasciatori” del predominio artistico e culturale del capoluogo mediceo.

A Milano ai servigi degli Sforza.
Dopo la morte di Galeazzo Maria Sforza, il fratello minore Ludovico (detto “il Moro” per il suo aspetto) salì al potere diventando il vero signore di Milano. La sua fu un’ascesa volitiva e difficile, divenne poi un duca arguto e moderno. Sposò Beatrice d’Este, ma intrattenne una relazione con la giovanissima Cecilia Gallerani. A quel tempo, essendo i matrimoni intesi come espedienti per sancire alleanze, l’adulterio era una prassi comune che non suscitava scalpore. Cecilia ebbe una storia felice con Ludovico (furono infatti amanti per lungo tempo), ma divenne poi la sposa di Ludovico de Brambilla.

Leonardo conosce e ritrae Cecilia quando aveva soli 13 anni. Il taglio del ritratto è sotto il punto vita. È un’opera complessa su fondo scuro. La ragazza si volta per guardare un fiotto di luce che la illumina: secondo Enrico Castelnuovo è la luce dell’amore per Ludovico. Cecilia è adorna di gioielli ed ha la tipica pettinatura lombarda (un velo sulla testa tenuto da un nastro sulla fronte). Fra le braccia tiene un ermellino, rappresentato in modo non del tutto realistico in quanto ha dimensioni più grandi del reale. L’ermellino assume lo stesso dinamismo della giovane: il movimento della testa è opposto a quello del busto e la sua presenza rimanda sia ad un gioco etimologico (l’ermellino si chiama in greco galée > Gallerani), ma soprattutto alla storia di Ludovico il Moro, che lo ha reso suo emblema distintivo: Ludovico dal 1486 apparteneva infatti all’Ordine cavalleresco dell’Ermellino, onorificenza datagli dal signore di Napoli. Si può dire che nel ritratto Ludovico sia abbracciato e accarezzato teneramente nella forma del suo animale-simbolo che consente dunque la chiave di lettura dell’opera.

Alessandro Ballarin ha commentato molto bene la storia di questo dipinto, sostenendo che Leonardo sia stato in grado di cogliere l’effervescenza amorosa. Cecilia si volta ed i suoi occhi si ravvivano; dinnanzi a lei vi è il suo amato e la luce, emanata dall’apertura della porta da parte di quest’ultimo, le illumina il viso e la scalda: Leonardo le dona il moto ed il fiato e rappresenta “un attimo sospeso”, l’attimo in cui la giovane si stupisce, prima di sorridere. Si tratta di uno dei ritratti più ineffabili dell’adolescenza e ciò che colpisce è proprio il moto repentino di Cecilia.

Esiste un sonetto che fa riferimento al quadro di Bernardo Bellincioni, che nel 1490 lavorò con Leonardo per preparare le nozze tra Gian Galeazzo Sforza ed Isabella d’Aragona. Il sonetto tratta di quel fenomeno che caratterizza la pittura di fine Quattrocento, le “sfide con la natura”, prove di virtuosismo in cui gli artisti si impegnano non sono ad emulare la natura, ma addirittura a superarla con la loro precisione pittorica. Bellincioni scrive che la Natura potrebbe essere invidiosa della bellezza di Cecilia, ma deve consolarsi pensando che se non avesse creato la fanciulla il ritratto non esisterebbe, e quindi essa conserva comunque una posizione di superiorità. Leonardo non solo forgia la bellezza di Cecilia, ma la rende eterna.

Poeta: Di che ti adiri? A chi invidia hai Natura?
Natura: Al Vinci che ha ritratto una tua stella: Cecilia! Sì bellissima oggi è quella
Che a suoi begli occhi el sol par ombra oscura.

Poeta: L’onore è tuo, sebben con sua pittura
La fa che par che ascolti e non favella:
pensa quanto sarà più viva e bella,
più a te fia gloria in ogni età futura.

Ringraziar dunque Ludovico or puoi
E l’ingegno e la man di Leonardo
che a’ posteri di te voglia far parte.

Chi lei vedrà così, benché sia tardo,
vederla viva, dirà: Basti a noi
comprender or’ quel ch’è natura et arte.
(P. Fanfani, “Le rime di Bernardo Bellincioni”, Bologna, 1876).

Credits

Per l’articolo:
– Studio da parte dell’autrice
– E. Pommier, “Il ritratto. Storie e teorie dal Rinascimento all’Età dei Lumi”, Einaudi, Torino

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