Non avremmo voluto citare Hannah Arendt: il suo male, magistralmente definito banale, è già abbastanza eloquente, squisitamente ossimorico, assolutamente inquietante. Ma purtroppo non possiamo farne a meno, pena il mancato riconoscimento -se non del suo primato- quantomeno dei suoi meriti.

Qui, comunque, parliamo di Uomini comunigli uomini del battaglione 101, incaricati dello sterminio degli ebrei in Polonia.

Anche Browning fa di un processo la sua fonte principale, ma non è questo il fulcro del suo libro: se Hannah Arendt analizza la sostanziale inettitudine di Eichmann -perdonateci il termine riduttivo, ma in sostanza è questo il punto-, la sua incapacità di giudizio, le sue aspirazioni, le sue scalate sociali, una minoranza che è in grado di opporsi e una maggioranza completamente fuori di sé, con Browning l’inettitudine diventa universale: non ci sono scalate sociali, non aspirazioni, non una minoranza: il male appartiene a ognuno di noi, indistintamente. Perché gli uomini del battaglione 101 sono cinquecento, e se quasi nessuno di loro è riuscito a comprendere appieno la disumanità delle proprie azioni, allora ecco che il problema prescinde da qualsiasi ordine individuale ed entra necessariamente a far parte dell’universo generale.

Nell’estate del 1942 un battaglione di riservisti di polizia di mezza età si ritrova a dover fucilare 1500 ebrei nel villaggio polacco di Jòzefow. Il comandante, Wilhelm Trapp, cinquantatré anni, veterano di guerra, non era mai stato ammesso alle SS. Era ritenuto debole, privo di doti militari e troppo incline a immischiarsi nelle faccende dei suoi ufficiali. Trapp non viene quasi mai visto a Jòsefow: dà gli ordini da lontano, evita di stare a contatto con quell’orrore. <<Poveri noi tedeschi, se questa faccenda degli ebrei sarà un giorno vendicata>>, dirà al suo autista.

Comunque, gli ordini di Jòsefow sono semplici: trascinare gli ebrei fuori dalle proprie case, portarli per strada e fucilarli. Quelli che non riuscivano a camminare, dovevano essere fucilati sul posto.

Molto non riescono a sparare, altri permettono alle madri di portare via i propri bambini. Il capitano Hoffmann li rimprovererà per <<non aver agito con sufficiente durezza>>. Alcuni uomini del battaglione 101 chiedono che gli venga affidato un altro incarico: trovano gli ordini ripugnanti. 

Ma, tutto sommato, sono pochi quelli che non riescono a portare a termine quanto gli era stato imposto. Perché? In primis, l’elemento sorpresa: non c’è tempo per riflettere, gli uomini vengono presi alla sprovvista. Questi gli ordini, questo il modo per colpire, questi i fucili. Punto. Un altro motivo è sicuramente la volontà di identificazione, il desiderio di non separarsi dai propri compagni neppure su un piano prettamente e unicamente ideologico. Il terzo -e più interessante- motivo è una sorta di auto-giustificazione, di paradossale e disperato tentativo di avere ancora, e forse per l’ultima volta, una coscienza “pulita”.

Questa la testimonianza di uno degli uomini incaricati dello sterminio:

Tentai di uccidere solo i bambini, e ci riuscii. Siccome le madri tenevano i bambini per mano, il mio vicino uccideva la madre e io il figlio, perché ragionavo tra me che dopotutto, senza la madre, il figlio non avrebbe più potuto vivere. Il fatto di liberare i bambini, che non potevano più vivere senza le madri mi pareva, per così dire, consolante per la mia coscienza. 

Indipendentemente dal termine “liberare”, usato qui in maniera talmente impropria da essere spia di una totale mancanza – o perdita- di giudizio, quello che emerge è una completa assenza di antisemitismo. Cioè: l’identificazione tra “noi” e “loro”, in guerra, è normale se non dovuta. Ma gli ebrei, qui, non sono “loro” in quanto “ebrei”, sono “loro” solo ed esclusivamente in quanto nemici. Eppure, questo barlume di umanità non corrisponde ai fatti: il meccanicismo messo in atto dal regime non riesce a entrare nel cuore degli uomini coinvolti, a non fargli provare emozioni, ma è abbastanza forte da impedirgli di seguire e ascoltare le proprie emozioni: una scissione tra teoria e pratica, tra mente e corpo.

Lo stesso Himmler ammette una certa tolleranza verso <<uno che ha i nervi a pezzi, uno che è debole. Allora gli si può dire: vai pure in pensione>>.

Il paradosso, qui, è che la giustificazione non è completa come quella che racconta e analizza Hannah Arendt. Browning descrive degli uomini che conservano pezzi, ormai rotti e privi di forze, della propria morale, ma non riescono a metterla in atto: sono completamente sopraffatti dal processo meccanico che li porta ad andare contro un nemico ingiustificato, contro se stessi, contro tutti. E allora, se una morale debole è la protagonista di questo libro, ecco che il tema deve necessariamente essere universale, ecco che quello che è successo non può e non deve essere banalizzato come una sorta di impazzimento generale, come un cortocircuito circoscritto a quei tempi, agli anni della guerra. Perché questo significa porsi al di sopra della propria coscienza, essere troppo sicuri della propria morale, ingenui e, di conseguenza, impreparati: esattamente come lo era Eichmann, esattamente come gli uomini del battaglione 101.

Evidentemente scrivere una storia di questo tipo significa rifiutare la demonizzazione. I poliziotti del battaglione che ne attuarono i massacri e le deportazioni erano esseri umani, esattamente come i pochi che rifiutarono o si sottrassero a tali compiti. Dovrò perciò riconoscere che, nella stessa situazione, avrei potuto essere un assassino o un disertore (entrambi erano esseri umani), se vorrò comprendere e spiegare nel modo migliore i loro comportamenti. Tale riconoscimento implica senza dubbio un tentativo di immedesimazione. Non accetto tuttavia i vecchi schemi secondo cui spiegare significa scusare, comprendere significa perdonare. Senza un tentativo di comprensione dei responsabili in quanto esseri umani, diventa impossibile scrivere non solo questa storia, ma anche qualsiasi storia dei responsabili dell’Olocausto che cerchi di andare oltre la caricatura. 

Christopher R. Browning, Uomini comuni. 

Fonti:

Hannah Arendt, La banalità del male

Christopher R. Browning, Uomini comuni. 

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