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25 novembre 2017

Arte: rompere gli schemi

Arte: rompere gli schemi

Calvino lo chiamava “Il mare dell’oggettività”, ma a questo punto sarebbe più adeguato vederlo come uno stagno o una pozzanghera, quello nel quale, felici e sguazzanti, siamo rimasti.
Nell’arte come nella vita (che poi è la stessa cosa) non pensate neanche lontanamente, voi audaci, di poter esprimere un parere che sia intimo e vostro, arroganti e saccenti, supponenti e presuntuosi: è ovvio che il vostro parere sarebbe colpevole del fatto di essere ‘personale’ e, consequenzialmente, da non considerare.
Troppa confusione se ognuno osservasse a suo modo, se ognuno trovasse il suo personalissimo e presuntuosissimo parere, la spasmodica ricerca del vero sarebbe fallita in partenza.
Le regole dei ben pensanti, critici severi e selezionatori di professione, quelli che, insomma, ne capiscono più di me e di voi, sono chiare. O meglio, loro le vedono chiare. Sembra che da tempo abbiano creato uno schema ben preciso di norme necessarie per: individuare, scegliere, esaminare, vagliare e poi ancora minuziosamente analizzare, sezionare e confezionare idee standard. Tutto questo per definire, perchè senza confini noi proprio non sappiamo stare, fin dai tempi di Aristotele, senza caselle nelle quali rinchiudere, senza gruppi nei quali identificare, senza correnti nelle quali inserire.
Ne abbiamo bisogno, di qualcuno che guardi al posto nostro, qualcuno giudichi e scelga, perché “non è arte finché qualcuno non dice che lo è” ma attenti, non il primo pincopallino che capita, “le persone giuste”.
Per fare arte servono i requisiti, le carte giuste, le conoscenze adatte e Dio solo sa cos’altro, magari passare a miglior vita e godersi il successo dall’alto.
E non venire a chiedere perché Picasso disegnava come un bambino: Picasso è Picasso, tu non sei un bel niente.
Per noi poveri ignoranti, idealisti illusi e sognatori, non esistono l’artista e la persona comune, esiste chi osserva e chi a malapena guarda, esiste chi ha la mente sgombra e affamata e chi ha la mente satura di luoghi comuni.
Per noi gente sciocca, per noi popolo di Donchisciotte, è facile riconoscere l’arte, la vediamo: è una giovane donna che balla scalza una danza tribale dei sensi, dei ricordi e delle emozioni. Sempre noi, quelli di prima, la osserviamo e rimaniamo in un silenzio mistico, contemplativo, non le chiediamo cosa rappresenti o quale sia la sua funzione, rimaniamo in attesa di essere alla sua altezza, in attesa che ci tenda la mano e ci racconti qualcosa di noi.

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